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La Sicilia è un’isola per modo di dire  | Mario Fillioley
Minimum Fax 2018
di Paolo Risi


Subito, fin dai primi contatti, per i siracusani era chiaro che i forestieri si aspettavano da loro qualcosa, e allora facevano di tutto per corrispondere alle attese. In Sicilia si dice che nessuno metta il casco? E allora noi tutti a guidare senza casco, anche se poi nostro padre ci avrebbe incontrato e ci avrebbe tolto il motorino per un mese e fatto camminare a piedi, a calci nel sedere.
I racconti compresi nella raccolta edita da Minimum Fax sono pezzi di vita, autobiografici e rilucenti, rappresentazioni domestiche o di “quartiere” che faticano a contenersi nel proprio ambito privato, che fanno godere per la loro squisitezza ma che immediatamente dopo disorientano, proiettano verso ulteriori tipologie di piacere, alla riflessione e allo stupore. L’umorismo, l’ironia, la capacità di pennellare caratteri e ambienti, si mescolano all’osservazione partecipe, alla caricatura sociale e al disincanto, alla descrizione arguta e mai pretenziosa. Si parte dalla cucina di casa, dalla villetta adagiata sull’arenile, dalle esperienze scolastiche e lavorative, per giungere alla rivelazione del paradosso, allo svelamento di luoghi e modi comuni.
Il litorale, le piazze e i vicoli, sono quelli percorsi dall’autore, la terra natia che in qualche modo, nonostante l’incuria, le molteplici trasformazioni e sperequazioni, mantiene sempre una quota di bellezza ancora da erodere, e per quanto la sua bellezza venga sprecata o male utilizzata, ne rimarrà un quid in eterno, una specie di riserva aurea inestinguibile.
Siracusa è la sua luce, la sua unicità, raccontata con passione da Fillioley, sono le villette di Fontane Bianche a pochi metri dal mare, per alcuni una sorta di status symbol, il centro storico di Ortigia riqualificato e turistico quasi contro voglia, il Teatro Greco e il suo giardino inaccessibile, i bagni nel minuscolo e tradimentoso golfetto del Plemmirio, le strade pericolose con i loro malacarne in agguato. E su palcoscenici non sempre magnificenti si muovono personaggi memorabili, fra i quali la professoressa Sciabarrà, dal pugno di ferro, l’accorto zio Vitruvio della Capitaneria di Porto, Ciano Grizzly e il signor Cutrufo, quasi repliche, sul litorale siracusano, di Beep Beep e Wile E. Coyote.
La raccolta può essere anche letta come una non-guida turistica, una sfilata di località e impressioni suscitate dai luoghi stessi, un atto d’amore e di ribellione, perché Siracusa è fulgore e contraddizione, è vita vissuta. Ma come spiegare la complessità della Sicilia, come far presente la sua estensione geografica e le sue molte anime? Come approcciare un “materiale” più e più volte rappresentato, narrato, dipinto e messo sullo sfondo di finzioni e immaginari collettivi? Scrive e si domanda Fillioley: Come mi devo regolare, allora? Qual è l’idea che hanno dei siciliani i non siciliani e pure i siciliani stessi? La Sicilia, ogni tanto provo ad argomentare, è un’isola per modo di dire, è enorme, è una specie di nazione, e comunque da Messina a Villa San Giovanni non sono neanche tre chilometri, venti minuti di traghetto, è Italia, è Europa, è Continente, non serve nemmeno il ponte. Tutte queste peculiarità, queste stranizze d’amuri, questi contadini saggi che si siedono su un muro a secco, scrutano nel cielo l’occhio di capra e vaticinano il meteo, che parlano per antichi detti, dove sono?
L’essere siciliani, la sicilianità, è una questione che filtra e viene toccata a più riprese dall’autore; nel racconto Triangoli si ricorda una frase di Mark Twain (Non è quello che non sai, che ti mette nei guai, è quello che pensi di sapere e invece non lo sai) che sintetizza efficacemente il pensiero e un po’ il cruccio di Fillioley, la distanza fra un’idea percepita della Sicilia, perlopiù astratta e ingannevole, e la realtà che si struttura quotidianamente fra rapporti famigliari e di lavoro, in un sistema complesso di relazioni che se ne infischia di distorsioni locali e tipicità posticce.
Per cercare di non restare invischiati in teorie aprioristiche occorre raccontarsi, onestamente e generosamente, e lo scrittore siciliano riesce a farlo con disinvoltura, con garbo, adottando una misura colloquiale, promuovendo un dialogo a distanza ravvicinata con il lettore; i suoi racconti poggiano sull’ironia, solida architrave e motore della narrazione, ma spiccano il volo, rombano e cambiano marcia, grazie all’intrusione di figurazioni grottesche, di maschere contemporanee e antiche nel medesimo tempo, che dilatano le situazioni fino a profondità sorprendenti. Fillioley cura la forma fino a quasi renderla immateriale, centrifuga il particolare e intercetta dall’esterno spore che confermano o ribaltano una visione “di comodo”, perché appunto, come accade guardandola dal finestrino di un aeroplano, la Sicilia è un’isola per modo di dire.

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La Sicilia è un’isola per modo di dire | Mario Fillioley