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La stanza di Therese | Francesco D’Isa
Tunuè 2017

Recensione di Paolo Risi

 

Therese vuol far credere di aver intrapreso un viaggio. In realtà si è isolata in una stanza d’albergo di una località sconosciuta. La reclusione rappresenta il metodo per poter giungere ad uno svelamento, che riguarda la propria identità in relazione alla nozione di infinito, all’esistenza di un dio, “di un dio con la d minuscola”, “spoglio di ogni umanità”. Unica testimone di questa immersione nella complessità metafisica è la sorella, alla quale Therese invia delle lettere (illustrate da ritagli e disegni) che mescolano argomentazioni filosofiche e ricordi di vita in comune. Le risposte a queste lettere sono le lettere stesse, corredate da note a margine che funzionano da contrappunto, che gettano una luce sulla personalità della sorella e sul rapporto (si presume fatto di contrasti) fra le due donne. Qualche stralcio epistolare rivela poi la presenza di una madre, a cui Therese non confida la propria segregazione volontaria, e lontane reminiscenze paterne, una di queste legata alla fascinazione per il concetto di infinito.

Ma cosa avviene nella camera d’albergo? Può realmente configurarsi un percorso, una risoluzione finale, un patto che Therese è in grado di stringere con se stessa? Per intanto la donna si dedica alla meditazione (in qualche modo riuscendo ad avvicinarsi a un “illimitato pezzetto di infinito”), alla scrittura, alla lettura, all’esercizio fisico, alla composizione di un apparato iconografico necessario alla composizione delle lettere-collage. In particolare l’insieme delle attività e delle inattività, sostenuto da una disciplina inscalfibile, si addensa attorno ad un fuoco vigoroso, alimentato dalle pressanti “questioni metafisiche” che sussurrano implacabilmente e rimbalzano contro pareti e suppellettili della stanza.

Che importanza hanno le cose che facciamo se non cancellano il dubbio, il rumore di fondo della vita? Che valore hanno successo, potere, amore, piacere, dolore e desideri, davanti all’infinito? Una volta pensata la domanda non c’è via di ritorno”.

Le note a margine vergate dalla sorella (persona che impariamo via via a conoscere, individualità congenitamente “a fuoco”) richiamano ad un possibile adattamento, all’elusione programmatica della domanda di senso. La sorella di Therese propone la sua versione, che si affida ad una semplice constatazione: scomparire per ragioni imputabili alla contemplazione filosofica sottende una patologia, naturalmente e deterministicamente curabile. Therese controbatte e ribadisce le ragioni della sua scelta (“la mia solitudine non è una fuga, è un metodo”), l’autenticità del suo piano di separazione dal mondo: “Se mi bolli come ‘depressa’ non capirai perché, oltre al dolore, voglio fuggire una gioia fatta del medesimo formicolio dei nervi”.

Nella stanza d’albergo si crea una dissociazione fra l’esperienza condivisa, evocata attraverso aneddoti e visioni del passato, e i pensieri circolari della prigionia, che non oltrepassano l’orizzonte dell’immobilità, che accarezzano i margini della nevrosi e della desistenza. Per individuare una via di uscita rimane a disposizione il vocabolario malridotto delle relazioni: Therese costruisce la propria area di conforto escludendo il modello rappresentato dalla sorella, che ad un osservatore esterno può apparire integrato, perlomeno accettabile.

Nel dialogo a distanza (in cui fanno da catalizzatore citazioni, illustrazioni, reperti contabili) si crea una tensione mai risolutiva, uno stato di indefinitezza e di attesa. Non abbiamo modo di sapere se si tratti di una modalità narrativa, di una scelta adottata consapevolmente dell’autore: di certo La stanza di Therese (romanzo edito da Tunué) presenta, all’interno della sua variegata partitura (romanzo epistolare, saggio filosofico, libro illustrato, collage…) tracce riferibili al meccanismo della suspense, ad un certo modo di intendere il thriller psicologico.

Va sottolineato che le tematiche esplorate da Francesco D’Isa, giovane scrittore e artista visivo, già autore di significative prove narrative, non mettono in secondo piano lo stile e la compattezza dell’opera. Il fluire della parola è misurato, preciso, veicola un pensiero scalpitante che necessità di linearità. I contenuti in gioco vengono modellati elegantemente, come saprebbe fare sul palcoscenico un attore realmente “inserito” nella rappresentazione teatrale.

A proposito di messa in scena, tutto ciò che viene indagato dalla mente inappagata di Therese, tutto il dolore che traspare nel dialogo a distanza, si materializza grazie alla generosità, alla spinta emotiva dell’autore, il quale si fa allo stesso tempo interprete e fonte di ispirazione. La letteratura semplicemente, ma non in modo scontato, ancora una volta proietta l’inquietudine, il pensiero ineludibile, fino ad una possibile (o impossibile) resa dei conti.

La razionalità mi ha portato a confidare in un infinito che la contraddice, mentre amore, orrore, gioia, dolore e bellezza mi hanno spinto fuori da me stessa, dove intravedo qualcosa ne bello ne brutto, ma proprio per questo perfetto. L’assurdo mi persuade – non la passione, non la logica, ma qualcosa di radicalmente diverso da me, che coincide con un’identità più autentica. La risposta a qualunque domanda e sia si che no”.

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