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LA STRADA DA FARE di Maria Clara Restivo
con Giulia Rabozzi, compagna di strada

In cammino nella regione che (non) c’è
Neo Edizioni 2017

di Emanuela Chiriacò

 


La strada da fare e quella da prendere non coincidono sempre e se capita, sono costellate di bivi in cui distrarsi o perdersi, facendo venire la voglia o la semplice speranza che l’impulso della gambe operi la scelta al posto nostro. Alle volte il cammino raggiunge l’unità tra spirituale e materiale e allora il percorso non è solo camminamento, calpestio. Diventa uno scopo, un’esigenza, una crescita personale, una ricerca interiore di cui il viaggio a piedi ne diventa la narrazione visiva non iconografica.

Maria Clara Restivo e Giulia Rabozzi costruiscono “La strada da fare”, il cammino nella regione che non c’è. La regione in questione è il Molise e chi intervistandole ha chiesto loro perché proprio il Molise la risposta è stata: Il Molise perché il Molise non esiste, perché ci sono posti che per una vita rimangono nient’altro che ’di passaggio’, cornici da autostrada.

Restivo e Rabozzi sono sedute in una gastronomia siciliana a Torino e mappa alla mano entrano in contatto con la regione che non c’è, quella che ha generato in loro l’interesse della scoperta.

Perché uno il Molise se lo immagina color oro, assetato, arso, costantemente fermo per il troppo calore e invece qui è un susseguirsi di alture boscose, colline in tufo, città di roccia e ombra e acqua, tantissima acqua. Così tanta da dissetare Basilicata, Puglia e Campania, così tanta da farne una regione color verde pure in agosto.

Capiscono subito che è una terra piccola, concepita per essere attraversata a piedi. Lo raccontano la presenza di tratturi, sentieri costruiti dal camminamento di uomini e animali. Sono i percorsi della transumanza che celebrava il trasferimento stagionale di greggi e mandrie dai pascoli collinari a quelli pianeggianti (solitamente alla fine di settembre in coincidenza con la festa di San Michele – 29 settembre- fino agli inizi di maggio, l’8 per l’esattezza, giorno dell’apparizione di San Michele a Monte Sant’Angelo).

Forse i tratturi sono come le onde per i surfisti: bisogna imparare a conoscerli, a intuirli, a ritrovarli. Anche quando, in campagna come in mare, affiorano i rifiuti: ci imbattiamo in un divano appoggiato al bordo del bosco, una catasta di vestiti, flaconi maleodoranti, un cartello che indica pericolo di amianto. Incontriamo dunque un pezzo d’Italia anche qui. Chissà come, abbiamo creduto di essere altrove finora. Abbiamo pensato i tratturi come torrenti immacolati, avulsi dal contagio dell’incuria e del tempo; li abbiamo immaginati come sentieri partigiani, combattenti di una guerra asimmetrica al di fuori delle mappe, nascosta fra le fronde, senza segnavia, oltre le regole, li volevamo feroci e ruvidi, autentici, intatti insomma. Non è così”.

Un mese di cammino, da vagabonde incoscienti con lo zaino in spalla, per imparare a guardare, per scoprire che perdersi è un modo di scoprire nuove possibilità, di fiducia ripagata come frutto dell’agire in una regione che sa accogliere e si preoccupa dell’altro.

Fare qualcosa che dia la possibilità di rendersi conto che una comunità, se non sta insieme, non è niente.

Come spiega Costanza, una delle tante donne incontrate che cura un’associazione con lo scopo di trasformare il borgo antico in un salotto, inteso come luogo di socialità, festa, luogo di bellezza.

Dove i tragitti somigliano alle onde, non a torrenti immacolati confinati in un percorso lontano dal contagio umano e temporale. Dunque una terra la cui orografia si è modellata per interazione con il bene e il male dell’uomo, rimanendo discreta e marginale nell’immaginario collettivo. Un tendine di Achille geografico, forte e elastico, fondamentale alla postura dello stivale. Un luogo considerato di passaggio, da sfiorare per raggiungere altro dove però le porte si sono spalancate e hanno espresso la cura e l’interesse per le ragazze con lo zaino; la preoccupazione che fossero rifocillate e al sicuro. Il senso dell’ospitalità

quando si toglie di dosso convenevoli e rituali di circostanza e si veste di fiducia incondizionata, questa è la follia nella sua declinazione di libertà totale: libertà dalla paura che l’altro sia lì per fregarti, derubarti, libertà dalla paura dell’altro stesso.

La necessità di raccontare la storia del luogo, del proprio vissuto come una biblioteca umana e rurale diffusa lunga 200 chilometri fatta di volti e parole che raccontano l’alterità a cui aggiungere suggestioni e sedimentazione dell’esperienza. Consapevoli entrambe che quel viaggio fosse

una gara coi nostri limiti, con in palio nient’altro se non una nuova, maggiore consapevolezza di noi stesse, dei nostri corpi quasi trentenni.

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La strada da fare | Maria Clara Restivo – Giulia Rabozzi

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