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eleonoramazzoni_latestasultuopettoLa testa sul tuo petto | Eleonora MazzoniEdizioni San Paolo 2016

La testa sul tuo petto è una delle dodici autobiografie romanzate che compongono la collana Vite esagerate pubblicate da San Paolo Edizioni. Eleonora Mazzoni racconta la vita esagerata di Giovanni, l’apostolo che durante l’ultima cena poggia la testa sul suo petto e a cui Gesù affida sua madre Maria, chiedendo alla stessa di fare altrettanto con Giovanni. Giovanni è l’unico apostolo che non muore da martire. Invecchia e nel percorso lento della maturazione senile si fa saggezza e propagazione del verbo divino. È la testimonianza di Cristo che sopravvive con il suo messaggio d’amore. Colui che compie il processo di decantazione del rapporto con Maria da figlio acquisito del cuore e non generato della carne. L’aquila che sorvola sulle coscienze che maturano la fede. Il libro si apre su Betsaida, villaggio della Galilea dove Giovanni nasce. Figlio di Salomè e Zebedeo. Fratello di Giacomo il Maggiore nel giorno di Pasqua. Con un salto temporale siamo negli anni dell’adolescenza dell’autrice Eleonora Mazzoni. La visione del Gesù di Zeffirelli offre lo stimolo ad alcune domande che Eleonora pone alla madre che non ha rassicurazioni da fornire. Dei vaghi “credo”, “suppongo”, “non sono sicura” lasciano il posto vacante della spiritualità irrisolta materna nelle mani giunte del nonno che fornirà invece gli strumenti giusti per colmare quella forte esigenza di conoscere e capire, grazie alla lettura condivisa della Bibbia. In particolare l’Apocalisse. Per giungere alla passione di Cristo, il fulcro della narrazione della storia del Cristianesimo. Gesù muore presumibilmente il 7 aprile dell’anno 30 sotto l’imperatore Tiberio. Nel frattempo, Eleonora cresce ed ha acquisito una struttura interiore che le permette di approfondire la sua ricerca cristiana in autonomia e la compie attraverso la figura di San Giovanni. Come le cavallette citate nella storia del santo anche il libro compie salti temporali da un racconto all’altro per dare ritmo e sostanza a ciò che riguarda le radici cristiane che ci accomunano. Dagli Atti degli Apostoli, si evince che ai tempi ci fossero molti profeti, gran parte dei quali, intenti piuttosto a deridere e screditare Cristo. Lui è già verbo che si costruisce. È quella parola che si farà carne per promuovere la poesia del fare per l’altro, che sancirà il superamento del sacrificio animale e di molte altre pratiche e abitudini del mondo pre-cristiano. Siamo agli albori del pane, della carne e del vino della liturgia eucaristica. La resurrezione al terzo giorno resta assimilata ad una doppia ipotesi razionale : è stato portato via dal sepolcro e/o è andato via dal sepolcro?

Tra i Greci, i Romani e gli Giudei cresce lo scetticismo; cresce al crescere numerico dei discepoli che percepiscono la parola di Cristo, dopo la sua morte, come vera, autentica. Nel racconto del tempo passato, al sepolcro vuoto si contrappone il tempo di Eleonora e l’arrivo di un doppio regalo, due simboli che acuiscono la curiosità e forniscono l’incentivo a proseguire nello studio e nella conoscenza. Di cosa si tratta? Di un coccio di terracotta presumibilmente proveniente da una giara, scoperto dall’archeologo benedettino Bargil Pixner a Betsaida e di una monetina, coniata sotto Erode Agrippa I (41/44 a.c) rinvenuta nel cranio di Miriam, figlia di Simone. Quest’ultima riporta alla mitologia greca per la quale si usava depositare una moneta sotto la lingua o tra i denti del defunto per pagare il biglietto d’ingresso nell’Ade. Testimonianza di un paganesimo simbolico accentuato che fa obolo e paga dazio. Conseguente alla morte di Cristo si scatena un terremoto per il quale Farisei, Sadducei e Erodiani tacciono e non intendono fornire spiegazioni. Non ammetterebbero mai che sia stata la conseguenza della morte di Gesù. Il silenzio è la risposta sedativa al senso di colpa che tuttavia coincide con l’inizio della credenza in Cristo. San Giovanni lo percepisce vicino almeno per quaranta giorni dopo la resurrezione. È invisibile eppure la sua presenza incorporea è tangibile. Durante una riunione al tempio, si scatena una pioggia di fuoco e inizia una confusione linguistica che coinvolge circa tremila persone. Siamo in piena transizione dal coccio di terracotta che raffigura il sole, simbolo pagano, alla croce (sol invictus), cioè il sole invincibile di Cristo, al simbolo cristiano per eccellenza. Giacomo il maggiore costruisce una chiesa e probabilmente il coccio proviene dalla giara che ne custodisce il vino per l’eucarestia in memoria dell’ultima cena. La croce è dunque il segno nuovo e vittorioso del verbo da propagare. Ci si potrebbe interrogare sul perché la scelta ricada proprio sulla croce che è simbolo potente ma anche evocativo del dolore. L’uomo rifiuta il dolore. La filosofia epicurea è incentrata sulla ricerca del piacere, quella stoica sull’imperturbabilità. Dunque è il tempo del logos che si incarna in un uomo fragile e mortale, povero e sofferente. Gesù è un debole che parla ai deboli, umile di origini in quanto figlio di una filatrice e di un carpentiere. Un uomo che vive tra peccatori, sconfitti, perdenti, malati, impuri senza escludere gli schiavi e le donne. Prima della sua morte, Giovanni, Giacomo e Pietro si trovano a Gerusalemme e descrivono il tempio. La gente che lo frequenta: sono ebrei, circoncisi e lavoratori senza bisogni materiali. Possiedono beni, li vendono e tra fratelli hanno costruito, nel benessere, una comunità solidale. Altro simbolo cui si è già fatto cenno è la monetina rinvenuta nel cranio di Miriam. La monetina che rappresenta conforto, speranza e lascia aperta una domanda che ansima sulla conoscenza del dopo. Perché è dura rassegnarsi al nulla. Alla fine. Degli apostoli tutti si fanno persuasi e credono nella Resurrezione eccezione fatta per Tommaso. E’ la sua mancata presenza che lo lascia nel dubbio ma ha fede nel Cristo risorto. Questo è di per sé l’elemento innovativo del Cristianesimo: la croce e la resurrezione. Anche Pietro davanti al tempio ne parla al punto di essere arrestato e imprigionato. I sacerdoti non ammettono si parli della resurrezione, è vietato parlare di Gesù. Soprattutto dell’aspetto che lo rende Dio e uomo. Anche Stefano ne parla scatenando contrarietà e violenza tanto da diventare il primo martire. Si è di fronte ad una religione folle, per folli, che varca i confini del mondo piccolo e antico conosciuto. Si guarda per la prima volta al di là del tempio, si allargano gli orizzonti del viaggio del verbo. Il mondo intero è la nuova meta. Giovanni scrive a Maria, le racconta della morte di Giacomo, di Stefano, cerca nella sua risposta la capacità di accettazione, dell’imparare a dire sì, di accettare di dirlo e di avere coraggio. Il verbo è oramai inarrestabile e va perfino oltre la vita di chi lo professa. Come è riuscita questa fede a valicare i confini del mondo, ad attecchire e convincerlo? Fino a quel momento gli scenari possibili erano la koiné greca e l’eredità romana che tutto legava al passato. Ad un precedente su cui poggiare avanzamenti. Gesù diffonde il verbo itinerante. Cammina e usa le infrastrutture ideate e realizzate dai romani; le strade che ai romani servivano per veicolare ricchezza materiale sono un modo di propagare il verbo dell’amore. Si tramanda così la parola parlata e scritta. In questo la lingua francese avrebbe semanticamente risolto la distinzione con i termini mot e parole. Anche Paolo, il peccatore, l’indegno ma anche ardimentoso e caparbio si fa viandante del verbo. Intuisce che dopo il deserto c’è il nulla del silenzio. Cammina e divulga con la difficoltà di una comunicazione alle volte ostica e incomprensibile. Il suo messaggio non è recepito. E questa difficoltà è allineata con la percezione popolare delle radici del Cristianesimo. Da un alto concepita come ripugnante – come può Dio sacrificare il figlio?- e dall’altro bollata come assurda – come può Dio nascere da un carpentiere e da una filatrice? Il mondo cambia. Il riferimento filosofico di amore per la conoscenza che cammina in un mondo politeistico è smarrito dal dover lasciare il passo al monoteismo. Eppure Paolo non demorde. Capisce che solo il verbo può arginare il deserto, la desertificazione del paesaggio umano. Inoltre il mondo greco-latino non conosce il concetto di speranza. Si muore, neanche gli dei possono nulla davanti alla morte. Si sopravvive grazie alla progenie, alla memoria dei cari e nel loro affetto. Tra l’essere e il nulla post mortem si configura il divenire attraverso il verbo. Attraverso la forza cosmica dell’individuo, il Ka e la resurrezione è la metafora della rinascita cosmica. Ecco perché la comunicazione con i pagani è complessa. Gli dei non esistono, sono figure raccontate e mai viste. Invece Dio esiste. E Cristo suo figlio giunge a colmare il bisogno, nel momento di fame di salvezza. Tuttavia attraverso l’esempio di Lazzaro si evince che Gesù non offre parole di conforto ai parenti per affrontare il dopo. Gesù combatte la morte e la vince. Gesù non si rassegna, si oppone. Trasmette il messaggio potentissimo che l’uomo non è fatto per la morte ma per l’immortalità. Per il buio della vita, per la notte, la filosofia non è più sufficiente e nemmeno il suo logos. Non più. C’è bisogno di un Logos che doni scampo. Cristo non indica infatti la via, è la via, non mostra la verità, è la verità. Non dà la vita, è la vita. Ecco allora disvelarsi la potenza dei due simboli: il coccio è il Dio cosmico e la monetina la visione limitata greco-romana della morte. Il fatto che sia rimasta intatta è la testimonianza della sua inadeguatezza. Giovanni prende Maria come chiestogli da Gesù con sé e insieme vanno a vivere in Asia Minore, nella città di Efeso. La città dei libri. Qui Giovanni costruisce una casa di pietra e una croce per lei, fatta con quattro legni: cipresso, cedro, palma e ulivo. Ad Efeso si crea aggregazione, nasce una comunità antesignana delle dinamiche dei flussi migratori. Del ricongiungimento delle similitudini. Giovanni è il figlio di cuore di Maria, non della carne. Ad Efeso, Maria incontra Pyramus, un moribondo a cui fa il dono immenso e inestimabile di imparare una nuova vita che l’uomo ricambia con la gratitudine. A testimonianza della sua presenza, sul Monte Solmisso sorge una cappella intitolata a Meyem Ana, Casa della Madre Maria che è metà di pellegrinaggio per cristiani e musulmani. Luogo di preghiera congiunta, di consegna ed esposizione di ex voto di ringraziamento. Insieme Maria e Giovanni affrontano la via crucis, ponendo una pietra in ogni stazione, nonostante lei sia ormai anziana “il vento ha piegato l’albero. Ma è ancora forte”. Avvolta in un mantello nero, fa del rammendo il suo lavoro poetico “l’amore è un ago che può cucire ogni cosa”. Sono tutti raccolti attorno a lei. Testimonianza di questo passaggio turco è giunta attraverso le visioni di Katharina Emmerick le cui stigmate, la lievitazione, la divinazione, la bilocazione e l’estasi culminano nella contemplazione. Lei è staccata dal corpo sofferente. Rivede la morte di Maria, il suo ritorno di poco precedente il trapasso per visitare il Monte de gli Ulivi, il calvario e la croce. Dopo la morte di Maria, Giovanni si trasferisce definitivamente a Efeso. Domiziano lo esilia a Patmos per aver continuato a propagare il verbo e lo condanna ad essere immerso in una giara di olio bollente. Eppure Giovanni ne uscirà illeso. A questo proposito, Giovenale in suo scritto parla dell’imperatore Domiziano e di un aneddoto che riguarda un pesce venuto da lontano e molto grande che sarà fritto in una grande padella. Giovanni è il forte simbolo di Ichtyos, colui che si immola per salvare gli altri. Ma non diventa martire. Lo stesso Domiziano lo costringerà a bere veleno che su di lui non sortirà effetto alcuno. Giovanni resuscita mentre chi beve per testare il veleno e la sua efficacia muore. Anche qui il dualismo tra olio bollente e veleno si trasformano in elementi di salvezza per Giovanni. A Efeso, Giovanni dunque scriverà il suo vangelo. Rimane l’unico apostolo non martire, defunto per vecchiaia (attestata tra i 98 e 104 anni). Sopravvive e rinuncia alla famiglia. Accarezza l’idea poiché per gli ebrei si resta incompleti senza il matrimonio ma desiste perché sa che il Padre ha bisogno di lui, perché solo a lui vuole appartenere. Una morte paragonata dall’autrice al sonno buono dell’infanzia. Di ritorno dal viaggio spirituale nel passato, Eleonora Mazzoni parla dei figli, Matteo ed Emma. Della relazione di dipendenza che un figlio ha nei confronti della madre. E di come il cibo sia lo strumento di misurazione dell’amore. La prova. Il cui rifiuto è la punizione da infliggere alla madre. Perché da bambini è difficile lasciarsi andare e farsi amare. Aleggia nell’animo puro del bambino la paura della sofferenza. Tutto si gioca sul filo sottile, tra il gioco di equilibrio tra dipendenza e indipendenza. In questa testimonianza sulla maternità suprema e terrena, Mazzoni ripropone Maria e Gesù e l’incompiuto della relazione madre-figlio colmato nella relazione madre-figlio del cuore con Giovanni e contemporaneamente, quello vissuto in prima persona con sua madre che non ha sciolto dubbi teologici ma le ha donato amore e dolcezza. E di Eleonora che ha trasferito questa conoscenza emotiva ai figli. Un ritratto klimtiano che raffigura le tre età, il legame matrilineare della progenie che si fa figlio due volte. Lo strumento è dunque la dolcezza e tutta la sua potenza. Come in Giovanni che ha posato la testa sul petto di Gesù. La dolcezza e l’approdo sicuro. L’autrice prima ancora di scrivere libri è un’attrice e durante la sua formazione attraverso il metodo Strasberg ha affrontato l’esercizio del private moment. Uno scavo archeologico del paesaggio interiore. Uno specchio che rimira l’interiorità ma anche l’esteriorità. E infatti guardando la sua immagine riflessa percepisce “il tutto della vita (che) si dipanava in quel niente in azione”. E’ un’operazione di emersione del dolore per la vita in genere, per i fallimenti e i lutti. Per gli antichi, la felicità era assenza di dolore. E così che Eleonora Mazzoni cammina, si reca a Lourdes e a San Giovanni Rotondo perché comprende che Dio è padre e madre. La figura di Giovanni ispirato e ispiratore si fa aquila che fissa il sole, vola alto, dall’alto vede e con il suo amore partorisce visioni “Perché io ho visto. Io vedo”. Questa sua capacità è lezione dolce da seguire per l’autrice. Una guida che la porta a compiere questo cammino narrativo che restituisce al lettore come un vademecum della libera scelta, un viatico per ripiantare le radici nel terreno del cristianesimo. E un modo per lei nata e cresciuta in Romagna, abituata alle fughe, di poter tornare e idealmente farsi una per ripiantare le radici genealogiche e compiere l’apeiron spirituale, con la maturità di sapersi madre e non più solo figlia e nipote.

Emanuela Chiriacò

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La testa sul tuo petto | Eleonora Mazzoni