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La vergine olandese | Marente de Moor
Del Vecchio editore 2
019 –  Traduzione: Stefano Musilli

Nell’Europa infestata dal nazismo, è l’estate del 1936. Il medico olandese Jacq invia in Germania la figlia diciottenne, giovane campionessa di scherma, per un periodo di vacanza e formazione presso un suo vecchio amico, Egon von Bötticher, aristocratico ed eccellente spadaccino. Von Bötticher trascorre le giornate in una solitaria tenuta di campagna che gestisce con pugno di ferro. Lì dà lezioni a due fratelli gemelli e organizza annualmente un tradizionale duello segreto, in cui i partecipanti si affrontano con armi non spuntate per dimostrare il proprio coraggio. Egon è enigmatico, sgradevole, ma attraente. Una strana relazione lo lega al padre di Janna; un’amicizia fiorita durante la Grande Guerra, al tempo in cui Jacq, senza vera convinzione, ricuciva le ferite terribili dei soldati, per rispedirli al fronte. Ma quali erano il ruolo e le inclinazioni di Egon durante la guerra? Janna scopre a poco a poco un mondo singolare, misterioso, che la porta a ridisegnare la mappa della sua storia personale sullo sfondo di una nuova immagine della Storia. La narrazione si muove agilmente nel tempo, svelando il passato e i misteri connessi al rapporto tra il padre di Janna ed Egon. Sulle pagine scorrono gli anni della Grande Guerra, in cui sfumano valori che sembrano scomparire per sempre, legati al codice aristocratico dell’onore, del coraggio, del fascino per la scoperta e il superamento dei propri limiti e possibilità.

per concessione della casa editrice pubblichiamo in anteprima un ESTRATTO


La vergine olandese – Marente de Moor – Trad. Stefano Musilli, pp. 16-27 (Riproduzione vietata)

Si potrebbe dire che Von Bötticher era sfigurato, ma bastò una settimana perché non notassi più la sua cicatrice. Ci si abitua così presto ai difetti esteriori. Perfino chi è affetto da deformità atroci può avere fortuna in amore, se trova qualcuno che al primo sguardo non bada alla simmetria. Il più della gente ha però, in spregio della natura, il vizio di dividere le cose in due metà che devono essere il riflesso l’una dell’altra. Egon von Bötticher era bello, la sua cicatrice era brutta. Una ferita sgraziata, inferta con un’arma senza filo da una mano insicura. Poiché non mi era stato detto nulla, mi conobbe come una ragazza spaventata. Avevo diciott’anni e vestiti decisamente troppo pesanti quando scesi dal treno dopo il mio primo viaggio all’estero. Maastricht–Aquisgrana, una corsa da nulla. Mio padre mi aveva salutata alla partenza. Me lo vedo ancora lì, dall’altra parte del finestrino, sorprendentemente piccolo e magro, mentre le colonne di vapore si alzano alle sue spalle. Ebbe un buffo sussulto quando il capotreno diede due colpi di martello per chiedere di liberare i freni. Accanto a noi scorsero i vagoni rossi giunti dalle miniere, poi una filza di carri bestiame mugghianti, e in quel frastuono mio padre diventò sempre più piccolo fino a sparire oltre la curva. Non fare domande, parti e basta. Durante il suo monologo, una sera dopo cena, non si era interrotto nemmeno per prendere fiato. Parlò di un vecchio amico, un tempo un buon amico, tuttora un bravo maestro d’armi. Bon, bisognava guardarsi in faccia, sapevamo che dovevo cogliere quell’occasione per concludere qualcosa nello sport, o preferivo forse andare a servizio? Ecco, vedila come una vacanza, qualche settimana a tirare di scherma nella bella Renania. Tra le due stazioni correvano quaranta chilometri, tra i due vecchi amici vent’anni. Sulla banchina ad Aquisgrana, Von Bötticher guardava dall’altra parte. Sapeva che sarei stata io ad andargli incontro, era quel genere d’uomo. E aveva ragione: capii che il gigante abbronzato con l’homburg color panna doveva essere lui. Sotto al cappello non portava un completo, solo una polo di lana pettinata e dei pantaloni come da marinaio, con un’ampia fascia intorno alla vita. Molto alla moda. E poi arrivai io, la figlia, con uno scamiciato tutto rattoppi. Quando mi volse la guancia lacerata, mi ritrassi. La carne selvaggia si era schiarita negli anni, ma era rimasta rosa. Il mio spavento, credo, lo infastidì; ovviamente aveva già visto quello sguardo. Abbassò gli occhi sul mio petto. Strinsi il mio medaglione per nascondere il poco che si vede sotto un vestito simile.

Tutto qui?

Alludeva ai bagagli. Tastò la mia borsa della scherma, sentì quante armi conteneva. La valigia dovetti portarla da sola. Ben presto l’immagine romantica che avevo del mio maestro prima di incontrarlo svanì. Quell’immagine era nata da uno scatto sfocato nel nostro album di famiglia. Due uomini, uno serio, l’altro mosso. Sotto, una data: gennaio 1915.

Questo sono io, – aveva detto mio padre indicando l’uomo serio. E a proposito dell’altro, di cui si distinguevano solo il cappotto militare sbottonato e il berretto di pelliccia: – Questo è il tuo maestro. Le mie amiche adorarono quella foto. I lineamenti vaghi lasciavano spazio all’immaginazione. Era forte e galante, questo contava, e aveva una tenuta in cui avrei potuto oziare beata. Una cosa del genere doveva finire per forza come in un film. Io vedevo solo un uomo esausto e disarmato. Sopra al mio letto non c’erano Gary Cooper o Clark Gable, ma i fratelli Nadi. Una fotografia unica, che non ho più trovato da nessuna parte: Aldo e Nedo, eroi olimpici, entrambi destrimani, che si fanno il saluto prima di un incontro. È raro che gli schermitori siano fotografati in questa posa. Qui sono ancora l’uno di fronte all’altro nel medesimo atteggiamento, quattro metri esatti separano i loro corpi dritti come fusi, tutti e due tengono alta la lama davanti alla faccia senza maschera. Dalla foto sembra che si stiano squadrando a vicenda lungo l’acciaio delle loro armi, ma nelle gare un rituale simile non dura mai così tanto.

Non come in passato, quando i duellanti scrutavano per l’ultima volta la vita negli occhi dell’avversario.

Herr Egon von Bötticher mutuò la sua faccia da Guerra e pace, tra le cui pagine lo usavo per tenere il segno. Quando aprivo il libro, lui mi sfuggiva come aveva fatto davanti all’obiettivo. Man mano che leggevo, prendeva forma. Nella nebbia in cui la sua immagine indistinta era stata immortalata, l’uomo aveva perso la sua fierezza. In realtà non aveva un berretto di pelliccia, ma un tricorno, spalline dorate, una sciabola in un fodero rosso sul fianco sinistro. Ne ero certa. In treno provai ad accelerare la lettura, ma fui distratta da un passeggero che mi sbirciava. Ogni volta che alzavo gli occhi, lui distoglieva i suoi. Leggevo qualche frase, sentivo di nuovo il suo sguardo rovente che vagava sul mio corpo attraversando il vetro dello scompartimento, e mi rimettevo a leggere ancora più in fretta. Saltai interi passaggi per essere dove volevo: al bacio tra Bolkonskij e Nataša. Ci arrivai giusto in tempo, quando entrammo nella galleria. Il passeggero era sparito. Misi via la foto. Non mi serviva una faccia, il mio Bolkonskij l’avrei

riconosciuto tra migliaia di persone. In quel giorno di tarda estate del 1936 era il più imponente di tutti gli uomini alla stazione di Aquisgrana. Da vicino si rivelò un villano sfigurato, che non mi aiutò neanche a caricare la valigia sull’auto.

Suo padre le ha spiegato il piano? – chiese.

Sì, signore.

Be’, no. Non avevo idea di cosa parlasse. Migliorare come schermitrice, quello era il mio piano, ma mio padre aveva conosciuto il maestro in un passato che non sarebbe rimasto oscuro ancora a lungo. Tedesco, aristocratico, tenuta Raeren. A quelle parole mia madre prese a singhiozzare scuotendo la testa. Un’altra reazione non ce l’aspettavamo. Il parroco l’aveva messa in guardia dai nazisti, che avrebbero trattato male i cattolici. Mio padre le disse di non farsi spaventare in quel modo. In tutta onestà, io non ci feci caso. Dei nazisti non mi preoccupavo. Von Bötticher, invece, era inevitabile. Mi portò fuori città senza frenare, percorrendo tornanti sterrati; quando cambiava marcia mi urtava bruscamente la gamba con la mano, mentre il suo ginocchio alla destra del volante si sarebbe poggiato contro il mio, se non mi fossi fatta piccola su un lato della cabriolet. Non si vestiva secondo la sua età. Portava dei sandali legati alle caviglie con una cordicella. Tronfio come un piccione, avrebbe detto mio padre.

Ci siamo, – fu la terza frase che mi rivolse, dopo almeno un’ora di viaggio. Davanti al cancello inchiodò al punto che sobbalzai dal sedile. Si sbatté la portiera alle spalle, filò alle grate, le spinse ringhiando, tornò subito in macchina, si immise con uno scatto nel viale d’accesso e scese di nuovo per chiudere il cancello. Dai rumori di quei gesti mi fu chiaro che per il momento non sarei uscita da lì. Tra i castagni sfioriti lungo il viale, vidi per la prima volta la vecchia torretta sul tetto che era utilizzata come colombaia. Ci sarebbe voluta una settimana perché Riuscissi a dormire malgrado lo zampettare e il tubare degli uccelli. Poi a tenermi sveglia sarebbe stata un’inquietudine ben più grande. Mettete due specchi l’uno di fronte all’altro e ciascuno mostrerà entrambi. I loro riflessi appariranno sempre più piccoli e indistinti, ma il precedente non si dileguerà in favore del successivo. Lo stesso accade con certi ricordi. Non si riscattano mai dalla prima impressione in cui è cinto un ricordo più vecchio. L’anno prima ero andata al cinema a vedere Il castello maledetto, con Boris Karloff, noto per Frankenstein, nel ruolo di punta. Raeren mi ricordò quel film, o almeno allora mi sembrò di scorgere una somiglianza. Sapevo già che nei miei ricordi avrei continuato a vedere il castello del film, che le finestre sarebbero state sempre aperte e le tende mosse dal vento, che gli specchi sarebbero rimasti rotti e la vite intorno al portone morta e avvizzita. Il portone sembrava il coperchio di una bara. Ovviamente esagero, ma quando Von Bötticher mi lasciò davanti all’uscio chiuso perché aveva dimenticato qualcosa in macchina, dalla casa verso di me irradiava soprattutto solitudine, e così da me verso di lei. Nella manciata di minuti che trascorsero fissai la vernice nera, il picchiotto opaco e i chiodi d’argento, finché Il portone non si aprì e un ometto cadaverico comparve sulla soglia. Non disse nulla. Sembrava il dagherrotipo di un’epoca in cui i soggetti provavano ancora un timore reverenziale per la loro improvvisa perpetuazione: faccia sbiancata, piedi inchiodati al pavimento, sguardo rivolto all’infinito.

Heinz, ma dov’eri? – gridò Von Bötticher da lontano.

Bisogna oliare il cancello. Ancora un po’ e non riuscirò più a chiuderlo. Dov’è Leni?

L’ometto si fece forza, mi prese la valigia di mano e si schiarì la voce. – A letto. Non si preoccupi, ha promesso che tornerà in piedi prima di pranzo.

Questa è Janna, la nuova allieva. Ricordi la storia?

Posso preparare il tè, – disse Heinz, ma non mi guardò.

Porta la ragazza di sopra. Oggi non voglio proprio essere disturbato. – E all’improvviso, sorridendo: – Tranne che da voi!

Si riferiva al San Bernardo e a un cane più piccolo, che erano rimasti ad aspettare nell’androne. Ai suoi gesti festosi, i due cominciarono ad agitare le code in cerchio. Era già qualcosa. Anche se a casa non avevamo cani, mi diedero una sensazione rassicurante. Senza parole, gli animali riescono con semplicità a non risultare estranei. Il più grande si fece accarezzare un po’, ma poi corse in giardino, dove inizi. a battere simultaneamente a terra le zampe anteriori per sfidare il padrone a giocare con lui. Io rimasi con Heinz. Doveva dirmi qualcosa: – Qui non abbiamo ancora il telefono. – Indicò fuori con un dito che fendette l’aria. – I fili vanno a nord lungo la via principale e non arrivano da questo lato. In paese c’è già

un palo a ogni angolo della strada, ma al capo non importa. Qui non arriva molta gente. Deve saperlo. Oltre al macellaio e agli studenti, non passa mai nessuno.

L’orologio nell’androne era fermo. In seguito avrei notato che a Raeren c’erano molti orologi non funzionanti e armadi senza niente dentro. Come se tutto fosse stato messo là per la forma. Gli interni oscillavano tra due concetti: il rustico e lo chic superato. Vivere si viveva soltanto nella fumosa cucina, dalle cui travi pendevano cuccume e ganci per la cacciagione, che venivano utilizzati spesso, come anche il tavolo da pranzo nodoso e di fattura grossolana, dove si poggiavano i gomiti. Nella parte signorile della casa regnava un silenzio particolarmente marcato perché tutto faceva un gran chiasso se si osava metterci piede. Gli sporadici movimenti erano salutati da soglie, assiti e mobili con una raffica di rumori lignei. A nessuno andava di sentire quegli scricchiolii, perciò in quelle stanze non c’era fumo, ma polvere.

Von Bötticher entrò nell’androne a grandi passi, i cani al suo seguito. – Porta la ragazza di sopra, e questi due, più Gustav, nel mio studio.

Gustav non riesco a prenderlo, signore.
Prova con un biscotto. I conigli ne vanno pazzi.

Avevo capito bene? Dovevo la mia conoscenza del tedesco alle estati trascorse da mia zia a Kerkrade. Là i tedeschi li chiamavamo ancora “prussiani”. Mia zia aveva un negozietto informale di chicchi di caffè in una strada divisa per lungo tra due paesi. La nostra metà si chiamava Nieuwstraat, l’altra Neustraße. I suoi clienti se ne stavano con i piedi in Germania mentre le loro mani facevano compere nei Paesi Bassi. Non andavano tracciati confini linguistici: parlavano tutti il dialetto dei franchi ripuari, che nel V secolo avevano attraversato la Renania tirandosi dietro le loro parole su carovane di toni strascicati. Avevo cinque anni, nel grembiule portavo un prosciutto per un prussiano che aveva chiesto uno sjink. Torna subito, eh? Ricordo un gran viavai. Il prosciutto pesava sempre di più. Due minatori ubriachi mi indicarono la pancia, si sbellicarono. È così giovane e ha già il forno pieno… Mi persi. Dopo tre ore fui trovata nel giardino sul retro di una casa tedesca, con lo sjink e tutto il resto. La donna che abitava lì mi vide giocare con aria seria: è l’unica cosa che resti da fare a una ragazzina, in certi casi. Quando la tedesca mi chiamò, corsi fra le sue braccia. Parlava la lingua di mia zia, il dialetto di Kerkrade che per via della sua tonalità sembrava sempre avere un che di sdegnato: – Ey, doe kling engelsje… Weë bis doe dan? (Ehi, angioletto… E tu chi sei?) – Dopo quella piccola gita oltreconfine tornai tutte le volte dalle vacanze estive cianciando in ripuario, con gran sgomento di mia madre, che sostituiva ogni mio germanismo con un gallicismo di Maastricht. Kaninchen sind verrückt danach. I conigli ne vanno pazzi. Assaporai quelle parole seguendo Heinz verso la mansarda. Le scale ci sostenevano come un vecchio animale da soma, gemendo di pianerottolo in pianerottolo. Dopo ogni rampa, il domestico si fermava, metteva a terra la mia valigia, la riprendeva, afferrava il corrimano successivo e proseguiva la salita sul legno cigolante, gradino dopo gradino.

È da molto che tira di scherma?

Dall’olimpiade.

Heinz si voltò accigliato. Credeva mi riferissi ai Giochi di Berlino, che si erano conclusi poche settimane prima.

I Giochi del 1928, ad Amsterdam.

Ah, ecco. Avrebbe dovuto vedere la nostra, di olimpiade.

L’olimpiade delle olimpiadi. C’è stata una staffetta col fuoco olimpico, e per gli spadaccini hanno inventato un sistema elettrico con cui si poteva vedere quando veniva segnato un punto. A ogni piano cercavo la luce del giorno, ma c’erano solo corridoi con porte chiuse da entrambe le parti. Più salivamo, più si respirava un’aria sinistra. Non era puzza, ma l’odore degli spazi inutilizzati. Un tempo quella casa era stata costruita perché si preparava una vita sufficiente a riempire dieci stanze, una cucina e una sala da ballo. Un giovane signore aveva salito le scale portando in braccio la sua sposa, dei bambini avevano usato i corrimano come scivoli. Poi, però, erano passati i decenni. A volte chi saliva le scale non scendeva più vivo, una stanza fu oscurata, un piano ammutolì, poi il successivo, finché il silenzio non arrivò all’ultimo gradino. Quella casa era rimasta vuota per molto tempo, lo sentivo. Certe case non si riprendono mai. Ritinteggiare non aiuta, per lo stesso principio per cui una donna abbandonata si avvilisce ancora di più quando si mette in ghingheri. Meglio lasciare le cose come stanno: crepe, macchie, l’impronta grassa di una mano che aveva cercato in tutta fretta un punto d’appoggio tra una cena e un ballo, la maniglia allentata di una porta sbattuta. La tappezzeria della mansarda era a brandelli. Un gatto, un bambino, chiuso lassù? Faceva un caldo soffocante. – Von Bötticher ha sempre vissuto qui? – No. – Heinz poggiò la mia valigia contro una porticina e rovistò nel suo mazzo di chiavi. – È originario di Königsberg. Dopo la guerra si è trasferito prima a Francoforte e poi qui. Per la verità non sono affari che la riguardano. La stanza era meglio del previsto, soleggiata, con un piccolo balcone. Tappezzeria verde oliva, letto alto a una piazza e mezza, scrittoio con vaschetta per penna e calamaio, stufetta a cherosene. Heinz aprì la portafinestra, due piccioni fecero inversione nell’aria.

Devo affrettarmi, – disse, guadagnando l’uscita di schiena.

Non posso fare altro per lei, più tardi mia moglie le porterà qualcosa da mangiare. Per lavarsi può andare in fondo al corridoio, lì c’è l’acqua.

Filò giù per le scale lasciandomi sola con gli uccelli. Iniziai a disfare la valigia. L’armadio per la biancheria era coperto di polvere, sacrificai un calzino per pulirlo. Bisognava che riempissi quello spazio con i miei quattro stracci, o la situazione non si sarebbe mai sistemata. Mosca secca sul comodino, morta durante una peregrinazione stordita: via. Al suo posto Guerra e pace, borsa della scherma in un angolo, giacca appesa al gancetto. In fondo alla valigia trovai la busta. Carta spessa, formato grande. Sulla facciata anteriore, solo il nome del destinatario: Herr Egon von Bötticher, un nome come un pugno. Mi avvicinai alla luce del sole, ma la carta non lasciava trasparire nulla. Ci pensai, certo. Se l’avessi letta allora, forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma l’esperienza insegna che la scoperta non vale l’impresa. Le ipotesi emozionanti che frullano per la testa mentre si apre una busta col vapore, vanno in fumo alla vista del contenuto. Qualche aggiornamento sulla vita noiosa di un altro, a chi serve? E poi ci si ritrova a dover richiudere tutto, tra bordi stropicciati, nervosismo e vergogna. Perciò accantonai la lettera.

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La vergine olandese | Marente de Moor – ESTRATTO