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La vergine olandese | Marente de Moor
Del Vecchio editore 2019 – 

Traduzione: Stefano Musilli

Egon von Bötticher era bello, la sua cicatrice era brutta. Una ferita sgraziata, inferta con un’arma senza filo da una mano insicura. Poiché non mi era stato detto nulla, mi conobbe come una ragazza spaventata. Avevo diciott’anni e vestiti decisamente troppo pesanti quando scesi dal treno dopo il mio primo viaggio all’estero. Maastricht–Aquisgrana, una corsa da nulla. Mio padre mi aveva salutata alla partenza. Me lo vedo ancora lì, dall’altra parte del finestrino, sorprendentemente piccolo e magro, mentre le colonne di vapore si alzano alle sue spalle. Ebbe un buffo sussulto quando il capotreno diede due colpi di martello per chiedere di liberare i freni. Accanto a noi scorsero i vagoni rossi giunti dalle miniere, poi una filza di carri bestiame mugghianti, e in quel frastuono mio padre diventò sempre più piccolo fino a sparire oltre la curva. 
Tra le due stazioni correvano quaranta chilometri, tra i due vecchi amici vent’anni. Sulla banchina ad Aquisgrana, Von Bötticher guardava dall’altra parte. Sapeva che sarei stata io ad andargli incontro, era quel genere d’uomo. E aveva ragione: capii che il gigante abbronzato con l’homburg color panna doveva essere lui. Sotto al cappello non portava un completo, solo una polo di lana pettinata e dei pantaloni come da marinaio, con un’ampia fascia intorno alla vita. Molto alla moda. E poi arrivai io, la figlia, con uno scamiciato tutto rattoppi. Quando mi volse la guancia lacerata, mi ritrassi. La carne selvaggia si era schiarita negli anni, ma era rimasta rosa. Il mio spavento, credo, lo infastidì; ovviamente aveva già visto quello sguardo. Abbassò gli occhi sul mio petto. Strinsi il mio medaglione per nascondere il poco che si vede sotto un vestito simile. – Tutto qui? Alludeva ai bagagli. Tastò la mia borsa della scherma, sentì quante armi conteneva. La valigia dovetti portarla da sola. Ben presto l’immagine romantica che avevo del mio maestro prima di incontrarlo svanì.

In un giorno di settembre del 1936, Herr Egon von Bötticher è alla stazione dei treni di Aquisgrana in attesa di Janna, una schermitrice di diciotto anni, figlia di un suo amico olandese. La giovane ha con sé una lettera del padre da consegnargli e l’aspettativa di un soggiorno di un mese a Raeren, la tenuta di campagna dell’uomo, per perfezionare l’arte della scherma. Egon von Bötticher è un aristocratico tedesco che a lei d’impatto pare un villano sfigurato quando si rifiuta di aiutarla con i bagagli ma è principalmente un personaggio enigmatico, affascinante e irresistibile che apre a Janna le porte del mondo adulto a lei ancora ignoto.
La vergine olandese però non è soltanto un romanzo sulla perdita dell’innocenza, è soprattutto l’espediente narrativo per collocare sullo sfondo il profondo cambiamento storico che l’Europa si appresta a vivere con l’ascesa del nazismo.
Le copertine del romanzo in lingua olandese, inglese e tedesca ritraggono una giovane donna in tenuta da scherma con la spada in pugno, nella versione italiana campeggia una bellissima illustrazione di Maurizio Ceccato con quello che potrebbe essere il volto di Egon von Bötticher, il vero protagonista del romanzo: l’incarnazione di un uomo che ha già subito le ferite irreversibili del primo conflitto mondiale e che si dimostra (in)coscienza critica del mondo terribile e totalitario che progressivamente emerge.

Questa faccenda del nazionalsocialismo è un esperimento inutile, lo capiranno presto. È folle volere creare uniformità e simmetria in spregio alle differenze.

Non meraviglia che Marente de Moor abbia vinto il Premio Letterario dell’Unione Europea 2014, come migliore autrice emergente europea perché con fermezza e lirismo tocca un tema storico europeo di enorme importanza: lo stordimento che la svastica inizia a procurare; dapprima si presenta come un formicolio da addormentamento delle coscienze per poi trasformarsi in assuefazione all’orrore che sopraggiunge. La funzione del romanzo è soprattutto quella di far riflettere sulla Storia che dovrebbe insegnare a non ripetere gli errori. 

In alcune recensioni estere, si paragona von Bötticher a Heathcliff di Cime tempestose; io credo che von Bötticher e Heathcliff manifestino la stessa differenza che separa Britannicus e Néron nella tragedia di Jean Racine. Il primo non ha né la volontà né la consapevolezza lucida del secondo, è un uomo che ha subito un danno fisico e sviluppato una nevrosi compulsiva che gli impone di allineare oggetti, una forma di controllo dell’imponderabile che ha già deflagrato nella sua vita. Egon von Bötticher appare piuttosto come una vittima e non un antieroe romantico; non ha il tormento delle origini ignote e dolorose di Heathcliff, non è l’archetipo dell’uomo sadico, spigoloso e spaiato per natura, né è destinato a imprimere dolore a chi vorrebbe ma non sa amare.
Come Britannicus è il mancato compimento della nascita di un mostro e soprattutto non ha una vittima innocente che gli faccia da contrappeso. Janna infatti è una ragazza pronta a perdere l’innocenza e diventare donna. Inoltre la sessualità esplicita e la congiunzione carnale rendono la loro pseudo relazione lontanissima dall’amore inteso come concetto universale superiore che lega Heathcliff a Catherine.
Non è dunque Janna la vergine olandese; il titolo del romanzo infatti gioca sull’equivoco che farebbe pensare alla ragazza ma in realtà fa riferimento all’apparecchio a palette inclinate che ruotano e che è comunemente usato per creare e mantenere corrente d’aria per aerare gli ambienti: praticamente un ventilatore ante litteram; un modo per muovere l’aria pesante che la Mittel Europa inizia a respirare sotto il peso dell’incombente nazismo.
L’autrice consegna dunque a Janna il ruolo della voce narrante neutrale come l’Olanda durante il primo conflitto mondiale, il paese che lei rappresenta, e ha la funzione precisa, suo malgrado, di dirimere il passato del padre perché tra lui e von Bötticher c’è un conto in sospeso che si chiarisce solo alla fine del racconto grazie a un’altra lettera.
La corrispondenza epistolare è molto presente e favorisce l’oliatura di snodi delicati per creare un ritmo efficace durante la narrazione. Janna legge la corrispondenza privata di von Bötticher di nascosto per capire cosa abbia incrinato il rapporto tra l’uomo e il padre ma succede sempre un imprevisto che interrompe la lettura (l’uomo rientra in casa all’improvviso, o nella stessa si consuma un duello più movimentato del solito, o ancora Leni, la cuoca, le chiede aiuto in cucina).

Janna non è l’unica ospite di Raeren, ci sono Siegbert e Friedrich, due gemelli che portano scompiglio all’assonnata quotidianità della tenuta, Heinz, il giardiniere simpatizzante nazista, e sua moglie Leni; ci sono un maiale, un coniglio gigante, un sanbernardo e una natura circostante che somiglia a von Bötticher, un idealista oscuro e minaccioso che sceglie l’isolamento volontario e che nella geometria vede la scienza migliore per l’arte della scherma perché insegna a pensare in modo logico e metodico, senza lasciarsi ostacolare dalle emozioni.

La scherma è lo strumento grazie al quale la sua psicosi postraumatica trova la pace e la possibilità di studiare l’avversario mantenendo le distanze

Un bravo schermitore mantiene il sangue freddo. Libero da sentimenti vendicativi, studia l’avversario tenendosi a distanza. Diviene così spettatore della sua stessa lotta, e non giudica secondo i sentimenti, ma secondo l’assoluta verità. Osserva come uno scienziato che contempli un problema di aritmetica, si esercita come fa il matematico nella nobile arte del misurare e dell’arguire. […] È sempre ragionevole anzitutto osservare, prima di sprecare sangue.

Anche questo è un riferimento alla corsa cieca e irrazionale che ha già portato alla prima guerra mondiale e che anticipa la seconda.

Eppure l’influenza dei nazisti non lascia immune Raeren nonostante la sua collocazione isolata e la volontà di von Bötticher di tenersi lontano; la sua idea non è allineata al nazismo. Arrivano comunque gruppi di giovani sciabolatori per lo svolgimento della cerimonia della Mensur: un rito di iniziazione per studenti attraverso cui ottenere una cicatrice sul volto, un marchio da esibire con orgoglio come segno distintivo di coraggio e soprattutto di appartenenza a un preciso ceto sociale. Lo stesso censo di von Bötticher ma con un gap generazionale e politico di sostanziale differenza.

La vergine olandese è un romanzo d’ispirazione gotica ambientato nella Germania rurale degli anni trenta; del genere letterario rispecchia l’ambientazione, il sopraggiungere improvviso dei rumori, il senso dell’imponderabile già citato e dunque l’impossibilità di controllare gli eventi, il mancato nesso tra causa e effetto degli stessi, basti pensare a quelli misteriosi che si susseguono durante il primo conflitto mondiale, tali da perturbare il rapporto tra il padre Janna e Egon von Bötticher, e che nella narrazione sono interrotti da altri fatti che con essi non hanno attinenza diretta e l’incanto del mostruoso incarnato dall’idealista von Bötticher per il suo aspetto fisico e dalla parte oscura di ognuno, inclusa Janna. Un espediente narrativo che permette all’autrice di mescolare nel racconto contingenza e ricordi e costruire un gioco di specularità tra i due protagonisti

Mettete due specchi l’uno di fronte all’altro e ciascuno mostrerà entrambi. I loro riflessi appariranno sempre più piccoli e indistinti, ma il precedente non si dileguerà in favore del successivo. Lo stesso accade con certi ricordi. Non si riscattano mai dalla prima impressione in cui è cinto un ricordo più vecchio. L’anno prima ero andata al cinema a vedere Il Castello Maledetto, con Boris Karloff, noto per Frankenstein, nel ruolo di punta. Raeren mi ricordò quel film, o almeno allora mi sembrò di scorgere una somiglianza. Sapevo già che nei miei ricordi avrei continuato a vedere il castello del film, che le finestre sarebbero state sempre aperte e le tende mosse dal vento, che gli specchi sarebbero rimasti rotti e la vite intorno al portone morta e avvizzita.

Marente de Moor non prende elementi specifici di altri autori ma sfrutta le sue numerose conoscenze letterarie per rendere omaggio alla letteratura di cui si è nutrita.

Il Frankfurter Allgemeine Zeitung non a caso definisce La vergine olandese come una galoppata sul filo tra l’opera del tedesco Ernst Jünger per l’analisi critica della modernità e quella del russo Lev Nikolàevič Tolstòj per il fato immanente.

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