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LA VITA RIFLESSA | Ernesto Aloia
Bompiani 2018

Nota e intervista a cura di Emanuela Chiriacò

Se la holding di investment banking Lehaman si fosse chiamata sisters anziché brothers probabilmente il 15 settembre 2008 non avrebbe dovuto far ricorso al Bankruptcy Code statunitense sancendo così la più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti. La battuta amara sul gender della società è di Christine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale. Il resto è storia. Chiunque ricorda le immagini degli impiegati con le scatole di cartone lasciare l’edificio situato sulla Seventh Avenue di New York. Il crac generò un effetto domino in tutte le sedi della società; solo in Europa seimila persone tra trader e impiegati che della loro trasandatezza e volgarità, se paragonati ai lavoratori del settore in abiti e attitudini se non sacrali quanto meno aristocratiche, ne avevano fatto un marchio distintivo. A ritrovarsi senza lavoro, c’è anche Greg Lamberti, uno dei protagonisti de La vita riflessa (Bompiani) di Ernesto Aloia. Con la vita professionale raccolta in una scatola, Greg è su Farringdon Road vicino la sede londinese della banca e un giornalista lo ferma per intervistarlo.

In quel momento, nell’ufficio torinese di Marco Limo, funzionario di una grande banca in cui svolge compiti poco chiari, la tv è accesa e l’uomo riconosce subito il suo compagno di classe, il ragazzo italo-americano con cui condivide un segreto da quarant’anni. Lo cerca e lo trova facilmente in rete. Greg ha aperto tre gelaterie a Londra e coltiva un sogno mentre Marco ha smesso di sognare per lasciarsi scivolare nel vortice delle benzodiazepine.

Greg ha una proposta professionale da fare a Marco: usare la struttura di vecchi software sviluppati dal governo americano. Marco accetta e con il finanziamento del suo mentore finanziario, Danilo Serra, permette a Greg e ai suoi programmatori di sviluppare la versione embrionale di Twins, un nuovo social network ad azione profonda.

I due amici incontrano Amit Roy, vecchio collega di Greg e amministratore delegato della BWE, un grande gruppo europeo di information technology che ricerca continuamente nuove idee da lanciare. Amit Roy apprezza l’idea, la acquista e la fa rielaborare e perfezionare dai suoi collaboratori, dando vita a Twins, un social che nel giro di poco ottiene milioni di iscritti a livello globale e riporta la BWE tra i grandi nomi dell’informatica.

Il social ha la capacità di modificare profondamente comportamenti collettivi e stili di vita, innescando una serie di avvenimenti tra cui il ritrovamento del corpo di Milena Sarti, un’utente di Twins.

Con La vita riflessa, Aloia racconta l’alienazione degli individui contemporanei sotto il dominio della tecnologia, dell’influenza che riesce ad avere sulle relazioni e sulla comunicazione, di come abbia favorito l’implosione di rapporti già vacillanti e la disconnessione totale tra gli individui tecnologicamente ossessionati. Il software creato rende possibile la continuazione di una vita virtuale dopo la morte, colmando il bisogno di totale anestesia del dolore, di esorcizzare la mutilazione emotiva generata dalla perdita degli affetti. Tra incastri di dati e algoritmi, l’io 3D di un utente defunto continua a vivere e postare. Capita così anche alla ragazza trovata morta e il padre che le è sopravvissuto si accontenta di quell’appendice olografica per sedare la sua sofferenza e colmare il vuoto che gli ha procurato la perdita.

La narrazione di Aloia si sviluppa per buffering e disconnessioni tra il mondo della tecnologia fatto di dispositivi, servizi tecnologici e perdita del contatto con la realtà e un’umanità slegata, individualista e priva di empatia. Greg e Marco sono due solitudini della network society; due uomini con vite sentimentali sfilacciate, rapporti umani inesistenti e un vuoto assoluto che li abita. L’amicizia non è il valore aggiunto che propone salvezza, al contrario diventa lo strumento attraverso cui raggiungere i propri obiettivi, aumentare la versione egotrofica del singolo. Anche il progetto condiviso di Twins non porta alcun elemento rivoluzionario, non possiede il germe di una nuova praxis sociale, di nuove regole che la favoriscano. Non riescono a creare discontinuità, propongono invece un continuum rivisitato di qualcosa di esistente che nel business ha la sua predominanza, senza cura alcuna delle possibili conseguenze. Greg e Marco offrono una terapia manipolatoria di sedazione sociale, operando un restyling del social networking; apparentemente un’evoluzione, di fatto un’involuzione da parte di due assolutisti dell’immanenza manchevoli di trascendenza che si muovono tra le macerie invisibili delle relazioni umane.

in dialogo con l’autore

Nel suo romanzo La Vita Riflessa lei tocca il tema dell’evoluzione dell’identità (da reale a digitale a ibrida). Per dirla mutuando una espressione di un grande studioso Luciano Floridi, si potrebbe parlare di realtà onlife. Quali sono a suo avviso gli scenari futuri nel rapporto uomo-realtà-digitale.
La linea di tendenza che sembra ora prevalente è quella di un confine sempre più poroso tra le due forme di identità, reale (ma bisognerebbe ormai usare le virgolette!) e digitale, con la nostra vita che si configura come un andirivieni continuo tra i due ambiti. Già oggi la nostra identità è ibrida, le nostre comunicazioni sono ibride e quanto avviene al di fuori dello spazio materiale non ha meno valore di “realtà” di quanto avviene in rete. Ma sono possibili anche altri sviluppi. È possibile che nasca una consapevolezza nuova delle inevitabili differenze tra una relazione in presenza e una digitale, tra una comunicazione diretta e una mediata, e di conseguenza è possibile che si affermino forme di ritiro volontario, di rifugio magari anche solo temporaneo in quello che rimane del mondo analogico.

Dove nascono le storie secondo la sua esperienza, e quale il valore del linguaggio nell’esplicitazione dell’obiettivo narrativo?
Noi viviamo di giorno, con gli occhi aperti, ma le storie nascono di notte. Nel senso che nella mia scrittura, la dimensione creativa inconscia ha un’importanza decisiva. Io non faccio mai schemi: sarebbero una inutile costrizione. Lascio il libro libero di svilupparsi, lascio che i personaggi si espandano nel tempo (la trama in fondo è questo: i personaggi che si espandono nel tempo e finiscono con l’interagire) e questo avviene anche quando non mi sto occupando direttamente del romanzo. La battuta secondo la quale uno scrittore sta lavorando anche se non sta facendo un bel niente è vera.
Ne La Vita Riflessa il linguaggio, la consistenza linguistica e stilistica del testo, ha una importanza decisiva: dato che vi sono presenti, stratificate, tracce di tutte le esperienze della vita del protagonista (che racconta in prima persona), direi che è una parte integrante del racconto. La materia del linguaggio è parte del racconto: ogni distinzione tra trama e stile è falsa, o appartiene soltanto a libri falliti.

Raccontare la realtà: come pensa che la fiction possa stare in relazione con il presente?
La fiction deve mantenere un certo distacco, deve essere guardinga, negarsi, perché se la relazione con il presente diventa esclusiva e assidua rischia di essere soffocante. I romanzi appiattiti sulla dimensione del presente sono orribili. Diciamo che il romanzo ha sicuramente una relazione con il presente, non può farne a meno, ma deve per forza tradirlo con il passato, con i grandi modelli che uno scrittore non può non frequentare.

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La vita riflessa – la realtà al tempo dei social | in dialogo con l’autore Ernesto Aloia