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La vita sconosciuta | Crocifisso Dentello
La Nave di Teseo 2017

di Paolo Risi

Una sequenza permane nella memoria dopo aver terminato la lettura del romanzo di Crocifisso Dentello: una donna senza vita è distesa sul divano di casa, la fine si confonde con l’usualità di un corpo infiacchito dal lavoro, dalle umiliazioni. Il marito della donna ritorna a casa dopo un incontro clandestino e fa la terribile scoperta; forse anche lui, inizialmente, valuta consueto quanto gli si para davanti agli occhi, vale a dire la moglie accasciata e vinta dalla spossatezza. Ma poi il quadro acquista nitidezza e in quel preciso momento “La vita sconosciuta”, il racconto di due vite anonime, sufficientemente esemplari agli albori del ventunesimo secolo, comincia a dipanarsi e ad assemblare i suoi tasselli.

Ognuno ha una percentuale di vita sconosciuta alla propria compagna. Lo spicchio è di varia grandezza ma il mio era ampio e irreversibile come un pozzo senza fondo”.

L’uomo si chiama Ernesto, la parte segreta della sua biografia si intrufola nei giardinetti della periferia a nord di Milano, nei bagni delle stazioni di raccordo. Forse per molti anni ha negato a se stesso la propria omosessualità, ma giunto alla soglia dei cinquant’anni le pulsioni rapprese implodono, assumono nuove connotazioni, che raccolgono lungo il cammino sensi di colpa e conflitti irrisolti. Si incontra con giovani prostituti stranieri Ernesto, ex operaio e magazziniere, al momento disoccupato e sconnesso irrimediabilmente dal mondo del lavoro. Ed è proprio al rientro da una delle sue scorribande notturne che l’uomo trova il cadavere della moglie riverso sul divano in salotto. Una morte sorprendente, totalmente naturale e inattesa, che di riflesso apre i capitoli di una storia privata, satura di rimorsi e idealità sbiadite.

La compagna di vita di Ernesto si chiamava (o forse meglio dire si chiama) Agata e lavora come domestica in una casa di benestanti nel centro di Milano. Occupazione per lei frustrante, tutt’altro rispetto a ciò che lasciava presagire il vigore fisico e pulsionale della giovinezza. Lo stato di disoccupazione del marito, inoltre, amplifica la distanza emotiva fra i due, contribuisce a svilire un ménage famigliare già claudicante, costellato di silenzi e afflizioni reciproche. A Ernesto non rimane che registrare l’inversione di senso, la patologia relazionale: “Dopo anni di duro lavoro come magazziniere in un supermercato, ora incrudeliva come un’aguzzina, senza memoria e senza gratitudine, sulla mia fresca condizione di disoccupato”. La donna sembra non intuire ciò che si nasconde dietro alle “passeggiate” fuori orario del marito; uno stato di perenne malcontento la rende disarmata, insensibile, figura indistinta che consuma colazioni frettolose, attende l’autobus in una sorta di stato ipnotico e avvilita confronta i prezzi nelle corsie di un discount.

Non si direbbe, ma sepolti sotto trent’anni di convivenza si decompongono slanci rivoluzionari, la condivisione di un percorso politico tangente alle utopie eversive, al terrorismo degli anni settanta. I frangenti del passato rendono ancora più inesplicabile lo svuotamento, la decadenza di un presente amorfo: nell’appartamento abitato da Ernesto e Agata ristagna la perdizione, la rinuncia ad autodeterminarsi e ad essere felici. E mentre la donna affonda nella palude di una vita residuale, Ernesto, paradossalmente, rimodella la propria esistenza rifacendosi ad un canone di depravazione: gli incontri a cui si sottopone nelle appiccicose nottate periferiche inglobano un malessere indicibile, forse esprimono un estremo tentativo di non soccombere alla realtà.

Nessuno poteva capire che il sesso mercenario cui mi abbandonavo non era il vizio squallido di un omosessuale costretto alla clandestinità ma l’unico momento in cui la mia vita trovava uno spiraglio di pace interiore e riacquistava senso”.

Crocifisso Dentello, dopo l’esordio con “Finché dura la colpa”, romanzo in cui è un giovane lettore seriale a proiettare il disinganno di un’età minacciata, riversa il suo sguardo spietato su una generazione che ha conosciuto le dinamiche dell’utopia, del fragore sovversivo, senza però saperne distillare l’impulso originario. Ernesto e Agata interpretano la loro stagione di battaglie non cogliendone la profondità, il nucleo giustificativo; in loro predomina la disillusione, l’antica acquiescenza degli esclusi che produce rancore (nel caso di Agata) e passività (nel caso di Ernesto). Servirebbe l’amore a illuminare le due esistenze che via via si sfaldano verso un qualsiasi tipo di estinzione, ma l’annebbiamento delle identità, descritto con asprezza dallo scrittore brianzolo, è troppo esteso per poter concedere istanti di tregua.

Negli anfratti sotterranei, dove Ernesto consuma esperienze sessuali degradanti, descritte nel romanzo con furore realistico, e sotto la luce sbiadita di un salotto divenuto teatro di guerra, ancora una volta si realizza il dramma dell’incomunicabilità, del vuoto direzionale. A smuovere le acque sopravviene la morte di Agata, evento che perlomeno riaccende i sensori della sofferenza, che costringe Ernesto ad una revisione amarissima del proprio vissuto personale, che lo spinge, forse, verso una qualche forma di autoindulgenza e di accomodamento interiore.

La sofferenza che volevo diradare era per lei o per me stesso? Non volevo fare i conti con la morte di mia moglie perché non tolleravo la sua fine o perché non ero capace di convivere con la sua fine? In altre parole: a bruciare era davvero la mancanza di Agata, il fatto di avere perduto per sempre la donna che avevo sposato, o al contrario il mio inconscio rigettava il lutto perché mi costringeva a una resa dei conti definitiva con i miei fallimenti?


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La vita sconosciuta | Crocifisso Dentello

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3 Responses

  1. Charles Dexter Ward says

    “Ognuno ha una percentuale di vita sconosciuta alla propria compagna. Lo spicchio è di varia grandezza ma il mio era ampio e irreversibile come un pozzo senza fondo”.

    Sicuramente ci dev’essere un errore, dato che questa frase è di Francesco Piccolo da ‘La separazione del maschio’ del 2008,

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