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Labambina di Mariella Mehr
Traduzione di A. Ruchat

Fandango Libri 2019

Labambina protagonista del secondo pannello della Trilogia della violenza di Mariella Mehr non ha nome e non ha parola. Labambina adottata in un villaggio anch’esso senza nome, vive, si relaziona e subisce dai membri di una comunità mentre dentro di lei si nutre un germe di vendetta. Vive in un villaggio di bigotti e superstiziosi, spesso ubriachi, al centro di una valle, affidata a una coppia che ripetutamente abusa di lei, il padre fisicamente, la madre psicologicamente, la sua vita non è altro che violenza e rabbia. Labambina che non ha altre armi che il silenzio e risponde alla violenza con una contro-violenza feroce che si rivolge contro cose, persone e animali (li uccide con una fionda). La violenza è il solo canale di comunicazione tra lei e ciò che la circonda. 

L’autrice, nata a Zurigo da madre Jenisch e vittima dell’iniziativa di sedentarizzazione forzata del governo svizzero, riversa in queste pagine la sua vicenda autobiografica: di etnia Jenisch, ha subito persecuzioni in nome del programma eugenetico promosso dal governo svizzero nei confronti dei figli appartenenti a famiglie nomadi. Da bambina piccolissima fu sottratta alla madre e assegnata in periodi diversi a varie famiglie e a tre istituzioni educative. Lo stesso accadde quando fu lei a diciotto anni ad avere un figlio, che le fu tolto. La rabbia contro le istituzioni sviluppò in lei uno spirito ribelle che la condusse a subire quattro ricoveri in ospedali psichiatrici e quasi due anni di carcere femminile. Dal 1975, come giornalista, ha scritto molti articoli di denuncia.


Per gentile concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un ESTRATTO dalle prime pagine

Non ha nome, Labambina. Viene chiamata Labambina. O ragazzino, anche se è una ragazzina. Viene chiamata Ragazzino, o Monello, con tenerezza se le donne del villaggio ne hanno voglia. Anche monello insolente, se Labambina avanza delle pretese, o Accidentidiunabambina, Puttanella, Sudiciamarmocchia. Non ha nome, Labambina. Non può averlo. Non lo potrà mai avere, perché se avesse un nome, le donne del villaggio non potrebbero chiamarla ragazzino o monello insolente quando ne hanno voglia, con tenerezza, avidamente. O Accidentidiunabambina, Puttanella o Sudiciamarmocchia, se Labambina avanza delle pretese. Chi mai direbbe Accidentimarie, Puttanavreni, Sudiciarosi. Si dice, forse, ma è troppo faticoso, troppo difficile, ricordarsi il nome della bambina.

Dunque, Labambina. Labambina non parla, non ha mai parlato. Tace cupa. Grida e si infuria a volte, invece di parlare. Ha solo una vocedaria, che chiama i compaesani compaesani o donne, uomini, sarta, sorelle, quando si tratta di suore, pastore, sagrestano. Becchino, parrucchiere, poliziotto, sindaco, scorticatore, padreaffidatario, madreaffidataria e ilpensionante nella casa dei genitori affidatari: ilpensionante. Un servo. A servizio presso un contadino ricco nelle vicinanze. Con il viso sempreverde nella cameraverde, è così che la madre affidataria chiama la stanza accanto alla stanza della bambina, perché d’inverno ci sono i gerani e le pareti della camera sono dipinte di verde acqua. Ora Labambina sul divano rosso in salotto. Sopra la testa della bambina, il Cristo sofferente sulla croce. Brilla d’argento sul legno scuro. I lunghi capelli d’argento intorno al capo argenteo incorniciano un sorriso argenteo, la morte argentea. Sanguedargento sgorga dal cuore argenteo, Cuoredargento muore. Muore senza sosta. Come può uno morire senza sosta si chiede Labambina. Niente rancore. Così è la vita della bambina nello chalet Id a h o , con Ladonna e Luomo – madre affidataria e padre affidatario –che si prendono cura di lei, una continua morte d’argento.

In presenza dei genitori d’argento, del padre d’argento, della madre d’argento: loro salutano la morte della bambina, la prendono in giro e la puniscono d’argento, quando non è il monello, con tenerezza, ma Labambina, Monelloinsolente, Accidentidiunabambina, Sudiciaputtanella, e avanza delle pretese che il monello, con tenerezza, non esprime. Che, per esempio, di notte la porta della camera della bambina rimanga aperta, perché Labambina non si senta sola. Che vi sia luce in corridoio finché Labambina si addormenta. Che le si faccia passare la paura della notte e del Sempreverde nella cameraverde. Che nessun palo d’argento cresca nel cuore di bambina e nessuno si insinui in quegli spazi che non conoscono verde, ma solo sonno di bambina. Che Fritz, il gatto, non possa sdraiarsi sul petto della bambina quando lei dorme e si spaventa a morte se non riesce più a respirare mentre Fritz, il gatto di casa, riposa come una mano empia, pesante, sul petto della bambina. Che irrompa, finalmente, il riscatto in questo mondo buio, pensa Labambina, perché siano espiate tutte le colpe, le sue e quelle degli altri. Labambina pretende di sapere che è colpevole, un’intera vita d’argento.

Perché, altrimenti, morirebbe quell’altro, il corpo d’argento sul legno scuro, la sua continua morte d’argento? Labambina adesso sul divano rosso in salotto, di giorno stanza del cucito, locale delle chiacchiere, caffè. Labambina, Bambinapertutti, Bambinadinverno, Marmocchiadinverno. Bambinadinverno non parla. Non si infuria e non grida nemmeno. Siede silenziosa sul divano rosso. Guarda fisso la crocchia grigia della madre affidataria Frieda Kenel nata Rüegg. Lei canta, canta Lontanonelsudlabellaspagna. Canta con voce malferma questa canzone di grappoli d’uva, di sole e di un amore solitario che non si può realizzare. Canta, con le spalle rivolte alla bambina, canta e pensa alla stoffa che tiene tra le mani e che dovrà diventare un vestito per la Sbarragioie. Lontanonelsudlabellaspagna. Non pensa alla bambina, ha dimenticato Labambina, come in tutti i pomeriggi precedenti, quando Labambina sedeva sul divano e rosso era il rivestimento di velluto e Labambina un’attesa.
Attesa. Di che?
Forse di qualcosa di diverso, per una volta.
Senza paura.
Attaccare, per una volta.
Modesta, furtiva, prudente.
Per esempio la Sbarragioie.

Labambina davanti alla Sbarragioie. Sente il vento fischiare tra gli abeti. Un grido acuto, stridente. Deve tapparsi le orecchie, Labambina. Deve gridare, Labambina, con la bocca spalancata dondolando ferocemente la testa. Su e giù, anche le grida dondolano ferocemente su su fino alle cime degli abeti che stormiscono. La saliva bianca agli angoli della bocca della cliente Sbarragioie. Lei vive sul monte. Sul monte degli abeti. Condivide il monte con due cani dal pelo rosso. Cani infernali. Anche loro sognano di attaccare. Labambina nella sua giacca a vento blu è un indirizzo impreciso. Comunque, un indirizzo. A piedi nudi. Comunque. La Sbarragioie. Che condivide il monte con due cani dal pelo rosso. I cani infernali. Mangiano due chili di carne cruda al giorno, leccano il latte da una ciotola argentata. Una volta la settimana alla bambina viene ordinato di portare la carne cruda sul monte. Trascina sul monte lo zaino pieno di carne, Labambina. Respira a fatica. Sta in agguato, Labambina, lassù, sul monte degli abeti, lo sguardo non molla la casa. Fissa la porta e sussurra la formula magica. Può solo sperare: prima la Sbarragioie poi i cani. Se la formula magica non funziona, i due cani precedono la Sbarragioie, con terribili latrati, sfrecciano nel giardino di pietra, calpestano i garofani di pietra, rossi, violetti e bianchi, si lanciano sulla bambina, si fermano sbavando, ringhiano. Si vedono le zanne bianche. Nessuna concessione negli occhi, nessuna disponibilità al compromesso nei passi elastici degli animali.

Poi la Sbarragioie. Due fischi. Penetranti. Acuti. Il fischio della donna è uno sparo di cattiveria. Nessun suono più. Nessun ringhio. Il sorriso della bocca sporca di saliva. La figura scarna avvolta in nere vesti decorate di pizzo, senza anello al dito. Dietro il nero profilo della donna con la riga netta nei capelli neri, il nero monte. Non dice niente, Labambina. Ha già gridato a lungo a squarciagola davanti agli occhi scuri della donna che ha la bocca schiumante di saliva. Non parla, Labambina. Fissa disgustata le gocce di saliva agli angoli della bocca della donna. E i cani infernali a cielo aperto. Attorniata dai cani la Sbarragioie, regina del monte degli abeti. Vede un mostro che barcolla ferocemente sopra la lucida capigliatura della donna. Un barcollare simile al palpito feroce della paura delle alture feroci, delle immagini feroci, delle parole feroci su, in cima al monte. Nel cervello della bambina che palpita ferocemente. A fatica Labambina si sfila le cinghie dello zaino. Liberatasi dal peso, sente una gradevole frescura sotto la camicetta sudata. Apre lo zaino, tira fuori il pacco della carne. I fianchi dei cani infernali tremano. Le mani della Sbarragioie sui fianchi dei cani infernali. Il tremore riverbera sul corpo della donna con la bocca semiaperta e gli occhi fissi. Lo sguardo è rivolto alla bambina. Che non trema. Che meccanicamente afferra la carne avvolta nella carta e fa due passi avanti. Il sangue cola dalla carta, i musi dei cani vicini, molto vicini. L ’alito dei cani, una parola feroce come uno sparo a salve nella testa, quando la donna fischia e gli animali s’irrigidiscono, feroci e immobili, obbediscono.

Ecco cosa succede, pensa Labambina, quando le formule magiche non servono a niente, allora i cani si avvicinano, il muso e le zanne e i corpi tremanti, ecco cosa succede, è colpa sua, della bambina, è un brontolio nelle profondità della bambina. Si alitano il freddo l’uno contro l’altro, i cani, dopo tutta quella rabbia scatenata e le parole feroci, e poiché la donna ha fischiato, ora c’è una breve tregua tutt’intorno alla bambina disarmata. La Sbarragioie sorride, fa un cenno con le dita pallide alla bambina, che venga più vicino. Labambina si avvicina, cautamente, lentamente, senza mollare con lo sguardo la donna, che la fissa, guerra negli occhi. Vacilla per un attimo, si riprende e avanza di un altro passo, quasi non respira. Non trema, Labambina. Attirata dalla potenza del dito e dallo sguardo della donna, dall’ansimare avido dei cani sotto il cielo fermo, sul monte di abeti. Si inginocchia Labambina, sui ciottoli aguzzi. Si inginocchia, posa il pacco della carne proprio davanti ai piedi della donna, alle scarpe a punta, eleganti. Scarpe come le sue non ne porta nessuno, al villaggio. Non in un villaggio di contadini, dove le donne portano calzature robuste che tengono l’acqua, dalle suole solide. Non seguono la forma del piede ma sono pratiche. Lei no, lei porta scarpe di vernice, nere come i capelli. Possono raggiungere Labambina, arrivarle alla testa e colpire. Colpire. Labambina serra prudentemente i pugni. Così che nessuno la veda, non la Sbarragioie, non i cani infernali.

Pensa che un giorno le cose andranno diversamente. Sogna di passare all’attacco furtiva, prudente, modesta. Quasi la felicità. Così è stato ieri, un lunedì, così è stato tutti i lunedì precedenti. Assurdo volersi ricordare l’inizio di queste salite in montagna. Ne seguiranno altre.

Labambina torna indietro dal suo sogno, i pugni serrati in grembo, davanti a lei la schiena della donna. Non canta più. Né lei e né la macchina da cucire. Tiene entrambe le mani intorno al collo della Sbarragioie. Prende le misure del collo esile della Sbarragioie, poi quelle del seno dentro al reggiseno. Sotto il pizzo nero si intravedono i capezzoli. Labambina fissa quei capezzoli, pensa odio, sente il puzzo del sudore, latte acido, tutto un sussulto nello stomaco per il disgusto. Gli occhi semichiusi della bambina si avventurano a vedere il ciuffo dei peli appena coperti vicino all’inguine della Sbarragioie che chiacchierando dà il meglio di sé e si fa servire al meglio dalla donna che prima cantava, o forse era ieri. Ohlontanonelsudsullemieguancepallidescorrevanocaldelacrime. La bocca della donna ora serrata tiene tra le labbra gli spilli con le capocchie colorate, di quando in quando sibila una parola tra gli spilli in faccia alla cliente, la Sbarragioie. Serpenti di parole passano da entrambe le parti accanto alla bambina, ciascuno nel volto dell’altro. Vicinissimo, e che la bambina deve essere aiutata. Caduta dal carro del diavolo. Parlano così, se non chiedono niente alla monella con tenerezza. Di solito, gli spilli in bocca alla donna, Frieda Kenel, nata Rüegg. Davanti alla bambina passano da una faccia all’altra serpenti di parole intrecciati di risate. Labambina, muta, fissa i corpi nudi delle clienti, cerca di trovarsi una sistemazione tra le risate, di non immergersi in sfere che non lascino terreno all’odio. Conosce di ciascuna i luoghi più segreti, Labambina. Conosce le rughe sulla pelle delle donne. Sa che abbuffarsi e bere rovina la pelle. Sa delle botte degli uomini, se ne intende di lividi sulle natiche e sul ventre, può indovinare il giorno in cui sono stati fatti. Conosce il fruscio della seta sulla pelle nuda, sa del colore sudicio sulla pelle delle donne e dell’arricciarsi tenero dei peli all’inguine delle clienti. Scruta, Labambina. Sa che l’odio la difende dalle risate, dai serpenti di parole, dalle esalazioni grigie dei corpi. Delle anime. Per lo meno ora, oggi, in pieno giorno.

A notte fonda quando Ilpensionante Armin Lacher lascia l’osteria, sa che Labambina è pronta. Senza fretta, gli occhi e i piedi abituati alla notte trovano la strada e si dirigono verso il centro del villaggio dove, a quest’ora, un lampione illumina la facciata dello chalet Id a h o . Il retro della casa e il giardino sono avvolti nell’oscurità. Anche le rose in fiore davanti alla finestra della camera da letto dei padroni di casa, i coniugi Kari e Frieda Kenel. Il fatto che lui chiami Frieda Kenel l’infelicità della sua vita ha ragioni di cui Armin Lacher non deve vergognarsi, non lui che la giovane sarta Frieda Rüegg ha rifiutato con tanto sdegno. Molte altre, Lacher lo sa, si sarebbero leccate le dita, ma quella là, la Rüegg, voleva di più. Invano, non era stata fortunata, non con Kari, quell’idiota senza cervello, e la casa con quel nome straniero non aveva potuto cambiare le cose. La casa di un emigrante che torna, lo chalet Id a h o . Tutto il villaggio aveva riso di quel nome. Questo dimostra che uno come Kari non è mai riuscito a tornare veramente, con tutti gli anni passati oltre frontiera e non è mai ridiventato uno di loro. Armin Lacher si ferma presso la malga vicino allo chalet e rinfresca il suo corpo di uomo sudato contro le pietre del muro. Con l’odore dolciastro del formaggio fresco nelle narici, lo sguardo rivolto alla finestra sotto la scritta bianca “Idaho”. Presto lui avrà ancora più caldo, il servo, la sua mano grossa fruga nella tasca dei pantaloni fra monete, pezzetti di corda e frammenti di tabacco, fino al vero centro dell’uomo.
Labambina non dorme.
Sa del pensionante.
E della mano.
Non vuole, tace nella notte trattenendo il respiro.

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Labambina di Mariella Mehr | ESTRATTO su ZEST