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L’americano | Massimiliano Virgilio
Rizzoli 2017

di Emanuela Chiriacò

 

Leo e Marcello sono due ragazzini che abitano nelle case popolari di un’indefinita periferia napoletana degli anni ‘80. Case popolari alle quali spesso si attribuisce una connotazione cromatica. Sembra quasi possibile intuirne la sfumatura di giallo che le colora e lo sbiadimento che le consumerà nell’arco del trentennio in cui la storia si sviluppa. La sera dell’arrivo di Marcello e della sua famiglia in un appartamento delle case gialle, Leo gioca è per strada e gioca a pallone. Lo tira con precisione sul portone tanto da essere rimproverato dal padre di Marcello.

[…] c’era un ragazzino – avrà avuto un paio d’anni più di me – che tirava calci a un pallone. La cosa insolita, oltre al fatto di giocare per strada a quell’ora della notte, indossando una divisa da calciatore rossa fiammante e un paio di scarpini con i tacchetti, era la precisione con cui i suoi tiri centravano la vetrata del portone. […] Il ragazzino bloccò il pallone con le mani e si voltò con aria di sfida. […] Senza tentennare, lo scugnizzo estrasse un coltello a scatto da un calzerotto e con un colpo secco infilò la lama nel pallone, che poi lanciò con aria sdegnosa verso mio padre. Per qualche istante restò a fissarci minaccioso, senza abbassare lo sguardo – ai miei occhi era la prima volta che qualcuno osava contrastare il dominio di Eduardo – poi a poco a poco indietreggiò verso l’ingresso del palazzo […] lasciandoci senza parole.

La reazione spavalda di Leo, spinge l’uomo ad opporsi a quella frequentazione. Leo è figlio di Vincenzo, u’ cartunaru, un camorrista. Marcello di un impiegato del banco di Napoli. Eppure Edoardo, padre di Marcello, preso dalle dinamiche della vita impiegatizia con margine di crescita economica in cui è coinvolto, si distrae lasciando spazio alla nascita di quel sodalizio. Nanà ed Ester, le loro madri si troveranno a collaborare alla mensa per i poveri voluta da Don Carlo, il parroco del quartiere. I padri senza sfiorarsi direttamente cercheranno di adeguarsi all’andamento dei loro mondi per prevalere.

Mentre gli adulti stavano traslocando in un’altra galassia, io e Leo poco alla volta ci ritrovammo a vagabondare su un pianeta disabitato. Nell’estate del 1985 la nostra amicizia divampò come un incendio per cause naturali. Finita la scuola, con suo padre in galera, il mio sempre al banco e le nostre madri alla mensa per i senzatetto[…], iniziammo a vederci ogni giorno.

Insieme si appresteranno a vivere la loro personale crescita coinvolti tra famiglia e radici, camorra e disobbedienza. Non è un romanzo in cui la criminalità permea e si impone nel senso classico del termine. È alla volta comparsa e protagonista. Non invade lo spazio riservato alla formazione dei due ragazzi e alle vicende che toccheranno le loro famiglie. I ragazzi affronteranno le prime conquiste amorose nei quartieri vicini, le prime ubriacature, il primo amore e piccoli crimini insieme. Anche la perdita degli affetti, dell’innocenza e un allontanamento che crea nel racconto un bivio narrativo per il quale, le storie di Leo e Marcello diventano autonome, consumandosi sullo sfondo di un Italia che cambia e si trasforma. Il primo segue la carriera di delinquente; un cane sciolto che non si affilia. Il secondo studia, si laurea e si trasferisce a Milano. Due nuove vite. Due matrimoni, dei figli eppure come tutte le storie di amicizia vera e profonda si rincontreranno irrimediabilmente modellati dal tempo e dal vissuto come statue consunte dal tempo e dalle intemperie del dolore e dell’illusione. La loro occasione è il matrimonio di Pinuccia, la sorella di Leo.

Il timore che non avessimo niente da dirci mi spaventava più del motivo che lo aveva spinto a invitarmi al matrimonio di sua sorella. […] «Devo raccontarti una storia che ti riguarda» ha aggiunto Leo.[…] Il silenzio è calato tra noi come un’ombra. Il mio stomaco ha iniziato a contorcersi. L’aria era immobile, guasta. […] La magia aveva scelto per noi, mandando me al liceo e lui a fare le rapine, così come aveva scelto su che lato far cadere quel quarto di dollaro che Ritchie e Tommy avevano lanciato in aria per decidere chi dei due sarebbe dovuto salire su quel maledetto aereo il giorno in cui la musica morì.

Un riavvicinamento fugace, la restituzione di una verità dolorosa da parte di Leo a Marcello. Una libertà riconquistata a caro prezzo per entrambi. Due ragazzi cresciuti al mito musicale di Ritchie Valens e Tommy Allsup, si rivedono ormai uomini. In questo epilogo che li ritrova adulti, Leo e Marcello possono dismettere i panni di marinero e diventare capitan della nave della propria esistenza. La partita si chiude con un pareggio, un azzeramento. La palla è al centro di un nuovo inizio lontano e senza ritorno per entrambi.

L’americano di Massimiliano Virgilio è un libro che non si può raccontare, si corre il rischio di svelare troppo. È un libro da leggere. Un libro capace di riportare il romanzo in una dimensione centrale. Sa affascinare e coinvolgere senza creare transfert con i personaggi. Si osservano e riconoscono personaggi familiari, emergono dalle pagine di un mondo neorealista. Ho accarezzato spesso l’idea di una possibile trasposizione filmica o seriale del soggetto per la densità di eventi raccontati, la capacità di essere così ben restituiti al lettore e il risultato dell’insieme. La scrittura di Virgilio è itinerante, scorre come il paesaggio visto dal finestrino di un treno. Cambia e rende sempre l’umore, la suggestione dell’istante preciso che racconta. Non perde mai una coincidenza, e sa mantenere una coerenza linguistica fatta di precisione e anima. Onestà e crudezza. Delicatezza e profondità.

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