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L’Apocrifo nel baule | Michele Brancale
Passigli Edizioni 2019

di Emanuela Chiriacò

La prima volta che vidi la tua raccolta di poesie giovanili, saltavo nel magazzino di casa […] a ridosso di un vecchio baule, piuttosto sciupato, che aprii con molto sforzo, sospinto dalla curiosità. […] Sollevato il coperchio, trovai all’interno una fila di libri tutti uguali, con la copertina bianca ma con leggere macchie di colore avorio dovute all’umidità. Ne presi una copia e me la portai in stanza, conservandola da allora insieme al bagaglio irrinunciabile di altri libri e fogli tuoi. E siccome ne parlavi come di un peccato di gioventù, l’ho lasciato a lungo da parte fino a quando, qualche anno fa, l’ho riletto e, in qualche modo, l’ho riscritto insieme a te.

Un libro dalla copertina «bianca, ma con leggere macchie di color avorio dovute all’umidità» nascosto in un baule e ritrovato per caso è l’espediente da cui parte il nuovo lavoro lirico di Michele Brancale.

Non si sa chi abbia scritto il manoscritto, di certo qualcuno che ha un rapporto di parentela con il poeta che si ritrova a mettere mani in quella materia poetica per produrre un apocrifo, una stratificazione di vissuti, una metagenealogia della parola familiare.

Un lift-the-flap che permette a Brancale di concettualizzarlo e attualizzarlo; nella prima delle otto sezioni, intitolata Guerra e pace, lo slittamento semantico porta le battaglie navali, i naufragi e i dispersi (Il corpo sparso prese il nome di Disperso. L’Africa… Così vicina, così lontana) dei racconti di guerra al dramma contemporaneo della migrazione per mare, unità di misura dell’attuale umanità nel quotidiano vivere

Scoprimmo, dopo il congedo dal mare, / saldi al timone della debolezza, / la battaglia vera di essere umani,

un modo per ascoltare La voce del mondo, se non si chiude / la strada per essere umani ancora; e quella interiore che non dimentica il dolore del trauma

Nonostante siano passati anni
dalla fine della guerra, mi sveglio
di soprassalto nella notte, preso
da quella stessa voce che mi spinge,
ogni giorno, a costruire una diga
al male che deflagra, all’esplosione.

e cerca come può un argine alla deflagrazione dell’orrore vissuto, nell’attesa di un nuovo inizio. Di un capodanno che spazzi tutto e sia occasione di rinascita.

Nella seconda sezione Adolescente rimandato, c’è la sublimazione dell’amore, il canto della donna amata che assume le varie forme del creato, le radici del luogo della crescita e della formazione, il disincanto dello svanimento, e la difficoltà dell’addio.

Seguono le sezioni Lo sguardo degli amici, e Il paese; entrambe operazioni di recupero lirico di un mondo artigiano quasi scomparso, della vita scandita dal suono nelle gradazioni offerte dal giorno tra accadimenti non voluti e piacevoli sorprese, fiere locali, occasioni di incontro con persone sconosciute, matrimoni e morti.

Nella quinta parte siamo a Spadarea, in provincia di Potenza; un paese il cui sentiero vecchio e fangoso è battuto da asini stanchi e carichi guidati da mulattieri il cui canto, per tutto il giorno fino all’imbrunire si unisce ai sibili del vento, alla stridulazione dei grilli e alle urla di bambini, e rende vivo il luogo.

In questo caduta verticale nel testo lirico, Brancale ci lascia camminare tra le vie del paese e incontrare (Satire e Ritratti) i volti delle persone amate e conosciute; un mondo anziano abitato da nonna Palmira (Il tesoro di Nonna Palmira), Don Gaetano (Don Gaetano, uomo d’affari), zio Fragghiasco, ognuno a suo modo ossessionato dal denaro: c’è chi pensa a come conservarlo, chi a come ottenerlo e chi lo considera la sua roba, e si preoccupa a chi andrà di quelli che sono intorno dopo la sua morte. Ironiche e divertenti le figure della pettegola, chiamata Donna Notizia, radio degli inganni e delle rogne di paese, del ficcanaso e della collega sentimentalona.

In questo borgo, l’amore è un pubblico possesso, e tutti esprimono un parere o danno un consiglio non richiesto perché la vita della comunità si articola come una famiglia allargata e diffusa.

Cosa colpisce della raccolta L’Apocrifo nel baule è il rapporto stretto e circolare che Brancale costruisce tra infanzia e vecchiaia. Il poeta sembra dire che i figli dei figli sono figli due volte e i genitori dei genitori sono genitori due volte in un fine favola mai per giocare con il titolo della poesia che chiude la raccolta

La fine della favola

Guardo la nonna distesa in silenzio
e quasi mi vergogno di tornare bambino,
accanto a lei in ascolto dei racconti,
nelle giornate di pioggia o se fuori

cadeva la neve, al caldo del fuoco.

Ho conosciuto così la grandezza
dei castelli, le sirene, le fate,
le favole create inseguendo
la nave dei sogni.

C’è in questa posa,
accanto a lei, la certezza che quanto
resta del bambino che l’ascoltava,
quanto in lui resta di disponibile
a credere ancora alla forza dei sogni,
è in quel nuovo sorriso che scorgo
tra le sue rughe, sul suo volto assorto:
è nella favola che lei si porta via.

La forza della poesia di Michele Brancale è data dalla somma della padronanza dell’uso preciso della struttura metrica coniugata con la scelta accurata di un verbo dalla musicalità potente.

Il poeta offre come tozzo di pane, tra le mani giunte, piccoli racconti visivi; miniature di un mondo passato popolato da figure immaginarie ritratte nella quotidianità familiare e le anima con un soffio di vita delicata. La sensazione è di essere ammaliati da un griot insolitamente legato alla tradizione scritta anziché orale, con un repertorio personale immaginifico per un’accurata conservazione dei beni emozionali.


Michele Brancale è nato in Basilicata nel 1966. Collaboratore di giornali e periodici come “La Nazione” e “Avvenire”, redattore della rivista “Gradiva”, ha pubblicato diverse raccolte di poesie, fra le quali: “La fontana di acciaio” (Polistampa, 2007), “Salmi metropolitani” (Edizioni del Leone, 2009), “Rosa dei Tempi” (Passigli, 2014). Ha pubblicato fra l’altro il romanzo “Esodo in ombra” (Giuliano Ladolfi, 2016). Vive e lavora a Firenze.

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