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Le cose che finiscono

Racconto di David Valentini



È il trillo improvviso a distrarla. Dura qualche secondo, poi sopraggiungono un lamento e un tonfo secco.

L’ultima volta che ha controllato l’orologio era da poco passata la mezzanotte, adesso la sveglia di Monica le sta dicendo che un’altra alba è spuntata là fuori. La sente aprire la porta, strascicare i piedi sul parquet e chiudersi in bagno.
Una mosca si muove a scatti nella vaschetta a succhiare ciò che resta della cena. La pila di libri ammucchiati accanto al pc è alta quanto la bottiglia di Dreher. Non ci aveva fatto caso, pensa, mentre la radio in lontananza accende un po’ la casa.
C’è un che di simbolico in quel ready-made, qualcosa che ha a che fare con le notti insonni, lo sguardo del bangladino che le ha venduto la porzione di pollo e patate al forno, i rumori di macchine che inchiodano al semaforo e di saracinesche che si aprono.
Non riesce a focalizzarsi neanche su questo, come sul resto. Le dita gelate sugli occhi le dicono che sarebbe ora di andare a dormire, proprio adesso che tutto il resto comincia a svegliarsi.
Riavvia il video su YouTube. Di nuovo la donna col vestito rosso si concentra, chiude gli occhi, li riapre e fissa la ragazza sulla sedia dall’altra parte del tavolo. I click delle macchine fotografiche riempiono la stanza. Le due si guardano, poi il montaggio mostra altre persone ripetere gli stessi non-movimenti. Quando compare una bambina con le braccia incrociate, e lo sguardo preoccupato, lei sa che il momento sta per arrivare. Un secondo dopo, l’uomo compare sulla scena: è alto, elegante nel vestito nero, i capelli grigi, invecchiato rispetto al video nell’altra scheda del browser. I movimenti delle spalle e quella gamba stiracchiata le dicono che l’uomo è a disagio. Ormai lo conosce a memoria, sa in quale secondo si siederà e l’esatto istante in cui la donna aprirà gli occhi. Eppure, nonostante questo e sebbene duri appena un attimo, l’espressione di dolorosa sorpresa della donna vestita di rosso nel vedere quell’uomo dopo così tanto tempo la colpisce ancora. I primi dieci secondi vanno al di là della comprensione: due vecchi amanti siedono uno davanti all’altro, senza dirsi niente. C’è una dolcezza senza fondo negli occhi di chi ha vissuto qualcosa d’importante.
Sei già sveglia, Clio?, chiede la voce facendola saltare sulla sedia. Quando si volta, Monica sta annusando l’aria. E però tesoro, che cavolo! Lo sai che se Raniero ti becca ancora a fumare in casa ti si mangia.
È solo qualche sigaretta, dai. Che vuoi che sia.
Non lo devi dire a me, non sono io il padrone di casa. Quello poi rompe, e io non posso coprirti per sempre. Fa’ la brava.
Stai andando al lavoro?
Fortuna che domani è venerdì. Questa settimana mi ha distrutto. A proposito, ma poi ci vieni da Natalia? Tocca pure farle il regalo, che palle. Io non so che farle. Hai qualche idea?
Le dita gelate sul collo le dicono che sarebbe ora di alzarsi e sgranchirsi un po’. Magari farsi un caffè, o forse una camomilla. Molte scelte importanti sono state fatte in passato sulla base di questa prima, fondamentale decisione.
Non lo so, ho ancora un sacco da scrivere. Mi sembra sempre di non avere tempo per fare niente. Quando le inventeranno le giornate di quarantotto ore?
Se anche le inventassero non ci basterebbero comunque, lo sai.
Non mi va di andare da Nat domani. Proprio non mi va, guarda. Lo so che dovrei uscire, però…
Più che uscire dovresti dormire di più. Tu che puoi.
Non ci riesco. È da un po’ che non so più cosa vuol dire dormire bene.
Monica fa una smorfia. Clio la trova bellissima nella divisa da lavoro, ancora struccata. Le pare di capire che le cose vadano meglio, nonostante le occhiaie. E questo vuol dire che prima o poi se ne andrà anche lei. Le mancherà, già lo sa.
Te l’ho mai detto che pensi troppo, gioia?
Vieni un attimo qui, voglio farti vedere una cosa.
Clio prende una sedia e la sistema accanto alla propria. Sente i muscoli delle gambe indolenziti, come se non li muovesse da mesi. Monica si siede, attenta a non sgualcire la gonna. Toglie un pelucco, sorride guardando il tavolo.
Sì, c’è un po’ di casino, fa Clio. Sto cercando di ottimizzare i tempi. Mica mi riesce tanto bene però.
Non hai visto la mia camera. Devo ancora sistemare un sacco di scatoloni. È questo il video di ieri?
No, è questo nell’altra scheda. Però guarda qui, dice riavviando YouTube. Guarda qui. Guarda che intensità. Guarda come la fissa. Come sospira, come scuote la testa. Le sta dicendo qualcosa senza parlare. Le sta dicendo qualcosa ma non riesco a capire cosa.
Torna indietro e la scena si ripete identica a prima. A un minuto e cinquanta l’inquadratura cambia e li prende dall’alto. L’uomo è sulla sinistra adesso.
Guarda adesso!, urla, e due secondi dopo l’uomo muove la testa. Lo fa in maniera impercettibile, che se Clio non l’avesse avvisata Monica se lo sarebbe perso. Hai visto? Le ha detto sì, ha risposto a una domanda che lei non gli ha neanche fatto. Ma quale? Che gli ha chiesto? Cazzo, Momi, è da ieri sera che cerco di capirlo. Che le ha chiesto?
Monica annuisce, sembra riflettere. Qual è la storia?
Che storia?
Fra questi due.
Be’… sono stati insieme per trent’anni, e insieme hanno portato l’arte performativa a livelli incredibili. Tipo questo, dice passando a un’altra scheda. Ecco, guarda qui.
Oh cristo! Ma come fa a fidarsi?
È questo il gioco. Qui sta la sfida, capisci? Fidarsi dell’uomo che ti tiene una freccia puntata al cuore. Basta una distrazione e zac! Ecco, ascolta: senti come la tensione visiva dell’arco trova la sua dimensione sonora nei respiri?
Stavo per chiedertelo: da dove viene tutto questo ansimare? È inquietante.
Dai microfoni attaccati ai vestiti. Sono loro due a respirare, solo loro due. Senti che tensione. La senti? Pensa come dovevano sentirsi in quel momento. Non è magnifico?
Monica osserva il video per un altro minuto, fino alla dissolvenza. Trattiene una parola, ci pensa su un secondo ancora. Poi dice: Dovresti comunque dormire un po’. Non puoi scrivere una tesi in queste condizioni.
Non ho sonno.
I tuoi occhi dicono il contrario, gioia.
Lo so, ma non ho sonno. E poi non ho tempo, lunedì devo consegnare il capitolo e ho scritto solo stronzate trite e ritrite.
Forse se non riesci a scrivere è perché non dormi, non ci hai pensato?
No, è che hanno scritto di tutto sull’arte performativa. Non so proprio che altro aggiungere. Da dove cominciare, cosa approfondire. Che palle. Eppure me lo sono scelto io questo argomento.
Forse Monica ha ragione, ma molte cose non dipendono da lei.
La Abramović è una donna affascinante, aggiunge poco dopo. Il problema è che questa cosa la pensano in molti, e quindi…
Lo sente che il corpo glielo chiede, le dice ti prego, sdraiati, fammi riposare un po’, giusto un’ora, poi torniamo sul pc a lavorare ma adesso per favore dammi tregua. Per un secondo soltanto.
Il cervello no. Se si ferma un secondo è finita. Comincerebbe a pensare a tutte le cose che ha lasciato in sospeso, tipo l’università, le bollette, le incazzature della sera prima con Martina e Giacomo, sua madre che la chiama ogni giorno dopo pranzo. Se si ferma è finita. Non può permetterselo. Non può permettersi ritardi o pause. Le pause mandano tutto a puttane.
Come stai?
Bene, bene.
Sei sicura?
Sì, Monica. Tranquilla.
Lo sai che puoi parlare con me, gioia, vero?
Lo so. Ma non è niente. È solo un periodo un po’ così.
Un po’ così, dici.
Un po’ di merda, sì.
Monica solleva un angolo della bocca. Bell’eufemismo. Diciamo pure che nessuno ci aveva preparate a questa vita. Ci dicono sempre che è tutto bello, che se una desidera le cose e lotta per averle prima o poi le ottiene. E invece. Che ne pensi?
Solleva le spalle. Pensa al weekend scorso, quando è rientrata e ha trovato un disastro: vestiti sparsi ovunque, piatti sporchi nel lavello. La musica altissima dalla stanza di Monica non copriva i singhiozzi. Non dovevano esserci né lei né Romina a casa. Entrambe fuori col fidanzato, così avevano detto.
Eppure i Verdena rimbombavano per tutto l’appartamento.
Quel tipo che aveva conosciuto il giorno prima non l’aveva presa bene, ma Monica era più importante. Gli aveva scritto di restarsene alla festa un altro po’ e di comprare qualcosa di dolce quando fosse tornato. Tipo una bomba alla crema. Avrebbe saputo come ricompensarlo. Così gli aveva scritto.
Doveva esserci per Monica come Monica c’era stata per lei. Un eterno ritorno.
Perché parlare al passato poi. Monica c’è sempre, anche adesso che sono le sei di mattina e dovrebbe andare al lavoro e invece è ancora qui a sentirla parlare degli sguardi di una donna e di un uomo in un video vecchio di sette anni che racconta un amore vecchio di trenta.
Momi?
Dimmi, gioia.
Secondo te perché le cose finiscono?
In che senso?
Nel senso… guarda questi due. Guardali bene. Guarda tutto quello che si dicono.
Fa quasi paura.
È bellissimo. È bellissimo. Non saprei come altro dire. Che intensità, cazzo.
Che è successo fra questi due?
Dopo tanti anni insieme – anni vissuti con l’intensità di quel video con l’arco, o di quello che ti ho fatto vedere ieri – Ulay l’ha tradita. Non lo so come si possa tradire qualcuno con cui si è diviso tutto. Ma tant’è, Momi. Comunque nel 1988, come ultimo gesto, sono partiti dalle estremità opposte della Muraglia cinese. Ognuno ha camminato da solo per non so quanti chilometri, compiendo un proprio viaggio personale e incontrandosi solo al centro.
E poi?
Poi è finita.
Così?
Così. Però hanno reso unico qualcosa di inevitabile.
Come sei fatalista.
Sono realista, Momi. Le cose finiscono. Lo sai anche tu.
Alcune cose finiscono.
Tutto finisce.
Non sono d’accordo.
Continua pure a illuderti se vuoi.
Se continui così diventerai cinica, le fa mollandole un bacio in fronte. Profuma di agrumi e cannella. Adesso devo scappare, continuiamo il discorso stasera davanti a un bel sushi.
Continuiamo pure ma non mi farai cambiare idea. Sto bene. Non c’è niente di male nell’accettare le cose che finiscono.
Il sushi però lo prendo comunque, ok?
Mai dire no al sushi, risponde accennando un sorriso. È peccato mortale.
Rimette il video. Quel discorso di guerra e d’amore e di arte e odio prosegue. In ogni battito di ciglia c’è l’immensità, in ogni sospiro c’è il silenzio di un nuovo addio. Quando la donna si allunga sul tavolo l’uomo sorride, le loro mani si toccano: è la frattura di una resistenza durata quasi un minuto, o forse una vita intera. I due sussurrano ora, tesi come l’arco nell’altro video. Parte un applauso. I due corpi immobili come nell’altro video.
È lui a staccarsi per primo. Fa un ultimo gesto con la testa, poi porta il piede sinistro verso l’esterno. Si alza. Quando le dà le spalle la donna si porta le mani agli occhi. Si scioglie in lacrime, anche se per poco.
Clio chiude il pc, scrocchia il collo e si stiracchia. Il sole che spunta pallido fra i palazzi della Tuscolana illumina appena il terrazzo. I lampioni sono ancora accesi, la strada già piena di auto.
Si appoggia al cornicione, sbuffando il fumo e ciccando nel vaso di terracotta.
Pensa a quell’ultimo abbraccio, teso anch’esso come un arco. Avevano affrontato la bellezza e l’orrore in quegli anni: mollando l’àncora si erano spinti fuori dal porto, in alto mare. Si erano goduti le albe e i tramonti, avevano cenato sotto architetture di stelle sconosciute. Si erano accorti della tempesta quando ormai era troppo tardi. Eppure l’avevano affrontato di petto, quel gran marasma che era stato il loro ultimo tempo insieme.
Pensa a quello sguardo pieno di consapevolezza. Si erano gettati addosso l’amore e l’odio e tutto ciò che restava era in quelle occhiaie. Lui aveva un lavoro a Catania, lei una magistrale da portare avanti. Era tutto scritto lì. Avevano ballato quella sera. Lou Reed, poi gli Smashing pumpkins. Senza pianti, senza isterie. Aveva capito che quello era il loro ultimo ballo. L’aveva capito da come la stava stringendo. L’aveva abbracciato più forte, alzando gli occhi per immortalare quell’istante, che infatti è ancora presente. Un rifugio sepolto al quale tornare quando il resto assume contorni sfumati.
Pensa a quel Valerio. È tornato ubriaco, con i cornetti, come promesso. L’ha trovata con la testa di Monica fra le gambe, addormentata col trucco colato sulle guance. Gli ha fatto segno di fare silenzio. Hanno parlato tutta la notte: lei di Monica, lui di un amico che l’aveva accompagnato a casa e che non vedeva da una vita. All’alba erano ancora in piedi, nel punto esatto dov’è ora. Fumavano insieme e mangiavano i cornetti. Le raccontava di quando aveva vissuto in Nepal. Nonostante negasse con le parole, negli occhi gli ha letto che anche lui aveva amato qualcuno laggiù. Era successo qualcosa, poi. Le cose finiscono, le ha detto. Era tutto così semplice da capire. Diceva di averlo accettato e che era andato avanti, ma non si era più innamorato.
Gli ha risposto che lo capiva, ma accettarlo era difficile.
Ci si arrende a tutto, le ha risposto.
Spegne la sigaretta e la getta di sotto. Il cielo è azzurro e giallo adesso. Le macchine passano, la gente cammina senza guardarsi indietro. Nessuno le aveva detto che sarebbe stato così complicato, per questo si era aspettata un po’ di pietà. Da chi o cosa, non lo sapeva. Da qualcuno. Da un’amica, o forse da Dio.
Pensa che dovrebbe smettere di aspettarsi la pietà. E di farsi progetti precisi, che tanto non si avverano. Ha una strada fumosa davanti a sé. Una strada in cui è facile perdersi, ma è l’unica che conosce. Può restare immobile ad aspettare, ma poi?
Sente un fruscio. Monica, ferma sulla portafinestra, ha indosso la giacca da lavoro e il trucco sistemato. È bellissima e perfetta, e la guarda come solo chi ha condiviso un dolore può guardare un altro essere umano.
Non preoccuparti di me, Momi. Sto bene. Pensa a ricordarti il sushi piuttosto.
Non me lo scordo, promesso. A stasera, tesoro. Dormi un po’.
Mentre saluta Monica, Clio pensa che le cose nascono e finiscono. Questo è ormai è assodato. Quello che si chiede ancora è perché alcune cose finiscono senza un perché. Sa che un giorno lo capirà, ma anche che quel giorno la risposta non le servirà più a nulla.
Guarda giù. Un tizio porta a spasso il cane, due si baciano sulla bocca di nascosto.
Sorride verso il sole che la acceca un istante. Si para con la mano e le viene in mente che quel gesto lo faceva anche da bambina.
Ride di questo pensiero, stupido come le cose che finiscono senza un motivo.
Torna in camera, apre la finestra, ripulisce il tavolo.
Sta per aprire il pc, poi ci ripensa e inizia il saluto al sole. Inspira, espira.
Apre gli occhi e fissa la pila di libri sulla scrivania.
Ha una tesi su Marina Abramović da scrivere, ma c’è tempo.
C’è tempo per tutto.

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Le cose che finiscono | David Valentini