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Le cose che esistono, Salvatore Azzarello
‘round midnight edizioni, 2017
illustrazioni di Michela Volpones

nota di Ivano Mugnaini

Il rapporto della Sicilia con la poesia è antichissimo e viscerale. La bellezza dell’isola si somma e si sovrappone alla sua posizione geografica a metà strada tra tutto, tra diverse sponde di terra che diventano in modo quasi spontaneo estremi opposti del pensiero e delle emozioni, discrimine tra loquacità e mutismo, allegria e malinconia, passione e morte. Ma qui si cammina su un ponte sospeso immaginario e scivoloso, quello dei luoghi comuni. Si tratta esattamente di ciò che Le cose che esistono intende contrastare. Già il titolo di questo volume, esile come formato ma agile e combattivo come atteggiamento, assume il valore e la consistenza di una presa di posizione. Le cose, innanzitutto. Sembra la più banale e la più generica delle definizioni, quella che fin dalle elementari ci hanno raccomandato di evitare, schivandola come la peste, specialmente nei componimenti scritti. Invece le cose hanno una loro dignità, una poeticità intrinseca. Dietro ogni cosa c’è una storia, un racconto, reale, non presupposto o ipotetico. C’è qualcosa di concreto, di tangibile. Le cose si toccano, si stringono e si accarezzano. Sono lisce oppure taglienti. E non è una differenza di poco conto. Se ne accorge la nostra pelle prima ancora della nostra mente.

Nel libro di poesie di Salvatore Azzarello le cose ci sono e fanno qualcosa di più e di meglio: esistono. Anche questo è tutt’altro che scontato e garantito. Non tutto esiste, e ciò che esiste assume una dignità, diventa oggetto degno del rispetto riservato agli esseri viventi.

Azzarello è un poeta molto giovane, del ’93. Trasmette questa sua freschezza anche ai versi, anzi per dirla con le parole utilizzate da Giuseppe Nibali nella prefazione, in una specie di fertile e vivificante osmosi dona questa sua vitalità anche alla Sicilia di cui scrive: «L’Isola, dicevo, di Azzarello, non è quella dei fichi d’India e delle vedove, né quella classicamente poetica. Conosce invece una giovinezza inedita, fiorita di nuovi siciliani, devoti sempre ad ogni vena / di morte maturata per la Pasqua, ma portatori comunque di un sorriso pirata. Questa giovinezza, le stesse ninfe che la popolano, sono rigate – sempre – da Palermo e dal suo colloquio inesausto con il sole. In questo Azzarello è bravissimo a non perdere mai il filo, a mescolare sapientemente i due registri, parlando dei laghi sereni del nord e subito dopo, in picchiata, scrivendo: la terra che muore ai gerani / moriva al sorriso di dio / quel dio che sorride; e ti odia».

Il linguaggio risulta in certe inflessioni, in certi ossimori percepiti più che costruiti a tavolino, già maturo senza inaridirsi. Il sole di Azzarello è quella di una nitidezza schietta, coraggiosa a tratti, mai sterile o di maniera. «Perché l’estate moltiplica i tuoi agguati/ (l’odore di terra bruciata, le cene in terrazza)/ impossibile che tu non appaia/ schiacciando la cicca irrequieto/ le occhiaie infossate, il sorriso pirata». Una sorta di autoritratto in versi; di una persona o forse di un luogo, o magari di un tempo, il nostro. Tutto questo insieme e niente di tutto ciò. Una cosa sola è certa: quell’irrequietezza è distante anni luce dagli stereotipi a cui si è fatto cenno poco sopra. La Sicilia di cui si parla in questo libro è descritta con tratti brevi e moderni, attuali, simili alle illustrazioni di Michela Volpones che fanno da adeguato corredo alle note e ai passi del libro. Scabri, malinconici, ma con una tragicità asciutta, tenace. Lontana da qualsiasi melodramma più o meno cavalleresco o rusticano. Sono espressioni dirette, sentite, con il gusto e la pena di parlare di qualcosa che esiste nella sua individuale e assoluta autenticità. Ne viene fuori un ritratto credibile di un mondo, di un’isola che è ancora tale ma che ha la necessità di prendere atto della sua verità, delle ibridazioni forzate con modelli esterni, delle perdite di identità di rado compensate da autentici arricchimenti, non solo finanziari: per dirla ancora con Nibali «nella poesia entrano le voci cordiali di chi è rimasto sull’isola, l’ha vista modificarsi, vendersi alla moda dell’ultimo decennio, legale e serena: la gente ha dismesso / i quartieroni, predilige i piccoli locali. È un bene / perché si deprimono mafia e piccolo spaccio».

La poesia qui sa farsi occhio, obiettivo fotografico, anche scatto di smartphone, suggellato e sostenuto da un pensiero attento, mai distratto o buttato lì per caso. C’è una riflessione storica sperimentata, sentita sulla pelle o attraverso le voci delle generazioni precedenti. Dal confronto di innumerevoli istantanee viene fuori un quadro, una visione d’insieme.

«Tu chiedi cerca con forza chi/ alterando la somma dei giorni/ ricavandone impasto conveniente/ chi lo combatterà chi – nel nugolo/ di un’estate sopravveniente. /Ma queste sono comunque le cose/ che esistono: taccia d’impostura/ chi le nega, comprendi e ama chi/ non le vorrà vedere per amore./ (E intanto M., ferita nel cielo,/ l’amore è nascosto, l’amore è più vero/ del vero)». Si affaccia la rima, in questi versi di Azzarello, e assonanze, consonanze, chiasmi, ossimori. L’armamentario della poesia si rinnova costantemente, si aggiorna, si affina, si adatta a tempi, ritmi, climi, note musicali diverse che arrivano dallo stereo di chissà quale palazzo o cortile. C’è anche però, in questi giovani versi, il coraggio della dolcezza, e a tratti la dolcezza del coraggio: «l’amore è più vero/ del vero». Resta una testimonianza, uno sguardo, la volontà di non cedere alle gabbie del passato e dei luoghi comuni senza comunque lasciarsi anestetizzare dalla negazione, dal gusto dell’annichilimento. Restano le cose, quelle che davvero esistono, e davvero contano. Resta la consapevolezza che la poesia è strumento malleabile, adatto a qualsiasi tipo di espressione e di stato d’animo, anche ad una tenerezza agra, quella di chi è convinto che si può descrivere il proprio mondo con i versi, con la volontà di dire che, a dispetto di ciò che il potere vuole farci credere, “queste sono comunque le cose”.

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Le cose che esistono | Salvatore Azzarello

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