la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

LE FATE DI PALERMO
Maria Tronca 
Dots edizioni 2018

di Emanuela Chiriacò

Carmelo e Pinuccia Spinnato sono una coppia solida con tre figli grandi (Ada, Rosanna e Luigi) e due nipotini. All’inizio della storia, Carmelo dorme sonni agitati perché sa che la sua vita sta per cambiare inesorabilmente a causa dell’incognita che sembra sopraffarlo: la gestione del tempo libero dopo quarantasette anni di lavoro nella Biblioteca di Palermo. Alla paura della noia, Carmelo unisce anche il dispiacere di lasciare quell’ambiente pieno di libri che sono la sua passione più grande.

Il giorno del pensionamento esce per l’ultima volta dal luogo di lavoro e il responsabile della guardiania lo omaggia con una scatola di cartone chiusa con uno spago con la convinzione che contenga libri.

«La trovai mentre facevo un po’ di sbarazzo, era nascosta dentro ’sta panca che era chiusa a chiave, siccome c’ha i tarli l’abbiamo mandata a restaurare e quindi l’ho aperta, la serratura ho dovuto scassare, per vedere che c’era, e c’era ’sta scatola ca deve essere vecchia, chi sa da quanto tempo sta laddentro, e comunque libri ci sono, sicuramente vecchi, e così pensai a te, magari te li guardi, e se ti piacciono te li tieni, tanto nessuno lo sa che l’ho trovati, è un po’ che li tengo qua ma ogni volta mi scordavo di darteli, oggi però mi sono ricordato» gli disse schiacciandogli l’occhio.

Carmelo la prende ma il suo forte senso del dovere, il rigore morale da bibliotecario gli imponevano di non toccare la scatola, avrebbe voluto rimproverare l’uomo e dirgli di restituirla al collega addetto alla catalogazione perché apparteneva alla Biblioteca ma la tristezza di quella sera tanto attesa con angoscia e la fretta della famiglia che lo aspettava per andare al ristorante lo fa soprassedere e quella stessa notte, la curiosità e la scoperta gli fanno compiere un viaggio sulla carta che lo riporta nella Palermo del decennio 1958/1968 attraverso dieci quadernoni.
Ogni quadernone rappresenta un anno della vita di Sara Virga, una ragazzina nata a Palermo dopo la fine della guerra in una famiglia povera e numerosa; il suo diario personale, un amarcord in bianco e nero che dall’interazione con Carmelo acquisisce il principio della sensibilizzazione cromatica e documenta i cambiamenti della sua quotidianità, della sua famiglia, della loro storia straordinaria, dell’incontro con Soraya e tramite quest’ultima con le fate di Palermo.
Carmelo rimane sveglio tutta la prima notte del suo pensionamento e Pinuccia, colpita dal racconto del marito, vuole partecipare alla lettura dei quaderni successivi. Il reading coniugale si allarga ai figli e insieme formano un meta-gruppo di lettura familiare; contemporaneamente il lettore non può non raccontare di essere alle prese con un libro bellissimo e come la famiglia che lo ospita in cucina davanti ad una tazzina di caffè, vede aumentare la voglia di proseguire nella lettura per rimanere con il pensiero alla storia anche nelle pause obbligate perché Saridda fa miracoli.

Con Le Fate di Palermo si ritorna alla narrazione orale, al racconto riportato, alla rarità dell’ascolto e al sapore forte della condivisione emozionale. Non si resta indifferenti mai. Si commenta e si partecipa come se Sara fosse una conoscenza reale.
La sua vita è un susseguirsi di perdite e ritrovamenti da cui traspare l’idea sommessa che la vita possa risarcire quasi sempre da ciò che toglie e che fornisca una seconda possibilità; di ferimenti degli affetti, di punizioni e autopunizioni per aver sbagliato; di nutrimenti e di privazioni mai in equilibrio (una sorta di binge feeling disorder).
La tentazione di dire qualcosa in più si infrange come un’onda piccola sulla battigia della reticenza per non volere togliere il gusto di questa lettura preziosa e non privare dell’esplosione dei sapori che procura: l’acido della marginalità e della cattiveria, il dolce dell’amore che tutto può, il salato delle lacrime, l’amaro del dolore e l’umami o stuzzicante di una storia che profuma di Sicilia ma mai olografata.

Maria Tronca è un abilissima costruttrice di storie con incastri e colpi di scena che ridonano alla vita la bellezza del mistero, della scoperta e dello stupore. La sua scrittura ammalia, cattura e incanta.
L’autrice restituisce alla sua lingua madre tutta la sua purezza. Gli inserti dialettali mai eccessivi sono piccole incastonature che brillano di potere semantico e comprensibilità (inclusi gli scempiamenti linguistici del raddoppio meridionale) grazie alla sua capacità di tagliare e sfaccettare le parole grezze e restituire all’idioma siculo l’autenticità spesso persa a causa dell’ibridazione narrativa da ammiccamento. Ne Le Fate di Palermo, la cura e l’amore si percepiscono in maniera molto forte, anche nella sintonia e sinergia dell’autrice con editor (Carlotta Susca) e editore (Alessio Rega) a cui aggiungerei una menzione speciale per la bellissima grafica in puro stile DOTS, ilfochromatica e sobriamente lachappelliana, immediatamente riconoscibile.

in dialogo con l’autrice: Maria Tronca

Sara Virga, la protagonista del tuo romanzo Le Fate di Palermo, come te ama la scrittura. Quanto pesa l’inchiostro per te? E per lei?
Credo che pesi tanto, per entrambe, ma in modo diverso. Anche io quando ero ragazzina avevo un diario dove mi ero ripromessa di scrivere tutti i giorni e in effetti per un po’ l’ho fatto. Per un po’. La verità è che mi scocciava, mi annoiavo a scrivere quello che mi era successo, forse perché l’avevo già vissuto e mi sembrava superfluo riviverlo. Scrivevo davvero tanto quando ero triste ma erano pensieri, sensazioni non resoconti. Sara invece prova una grande gioia a raccontare di sé alle pagine dei suoi diari, anche perché sono gli unici con cui può parlare liberamente, senza nascondere nulla, senza vergognarsi. E infatti loro sono i depositari dei suoi segreti più profondi, indicibili. Solo loro conoscono la sua parte oscura. Lei deve raccontare per sopravvivere. Io racconto gli altri, e attraverso loro parlo di me, come ogni scrittore, più o meno consciamente fa. E diffido di chi dice che non sia vero. Scrivo da sempre, mi piace raccontare quello che ho sentito, visto o immaginato perché credo che tutto ciò che metti su carta, prenda vita.

Con Sara doni al lettore la tessera di una biblioteca umana. A lei ci si lega e affeziona perché Sara ha la capacità di raccontare senza filtri, con quella spontaneità ingenua e infantile che non conosce il condizionamento delle emozioni sociali. Credi che la scrittura possa fungere da potente antidoto al loro preponderare nell’età adulta?
Dipende quanto sono radicati e profondamente ancorati questi condizionamenti. Personalmente, e fortunatamente, io ne ho davvero pochi e, sinceramente, me ne frego, se ho voglia di scrivere una cosa la scrivo e amen. Sai qual è il deterrente più forte? Cosa ti fa trattenere da scrivere quello che veramente hai in testa e nel cuore? Temere di ferire, offendere, indignare, scandalizzare parenti, amici, conoscenti. Come vedi la risposta si è scritta da sola: la scrittura non è un antidoto contro il condizionamento sociale ma è uno strumento che ti permette di fregartene. Se sei fatto in un certo modo.

Parli di famiglia tradizionale con gli Spinnato (madre, padre e tre figli) e di famiglia acquisita e allargata con Sara, Lula e le fate di Palermo (due bambine sole al mondo e sette mamme dalle quali spicca Soraya). In entrambe i casi, la famiglia resta il luogo della solidarietà, della reciprocità e dell’amore nonostante i pregiudizi e le difficoltà che potesse suscitare la seconda negli anni ‘60. Il parallelismo socio-temporale è molto interessante perché si ritroverà nel meta-racconto anche nei destini di Sara e Lula. Cosa può dire in merito?
La mia famiglia di origine, che è quella alla quale mi sono ispirata nel creare quella degli Spinnato ma noi eravamo 4, mi ha sempre amata, aiutata, sostenuta e consolata. A casa con i miei e mio fratello ci divertivamo come i pazzi, diciamo che eravamo uno per tutti e tutti per uno, nel bene e nel male. E questo imprinting ti rimane per sempre. Ma la famiglia non è necessariamente quella che è legata dallo stesso sangue, ma è quella che ti accoglie, ti ama e ti supporta. Incondizionatamente. E non ci sono differenze socio-spazio-temporali: l’Amore è Amore. Altrimenti è amore, che spesso non basta.

Si dice che nelle narrazioni, i cattivi siano i personaggi che attirano maggiormente l’attenzione e il pensiero ovviamente porta alle sorelle Paternò e a Toni. (Hai costruito comunque un equilibrio tale che anche la cattiveria diventa funzionale alla storia e l’amore prevale sempre anche quando ne esce sciupato e scalcagnato). Hai attinto a conoscenze reali poi romanzate o sono personaggi di totale fantasia?
Allora, le malefiche Paternò mi sono state raccontate: erano le zie di una persona che ho conosciuto per motivi professionali che un pomeriggio me le descrisse, dicendomi che ogni volta che la vedevano, la trattavano malissimo dicendole quanto fosse brutta. Vorrei sottolineare che era bellissima. Quella volta le chiesi il permesso di poter usare il suo racconto, e le vecchie zie, in un ipotetico romanzo. Ed eccole qua. Toni no, fortunatamente non ho mai avuto a che fare con uno così. Il che mi preoccupa, si vede che ce l’ho tutto dentro!

Il romanzo parla di riscatto e resilienza ma forse il sentimento più forte che emerge con forza è il perdono perché permette a chi ha subito di riappropriarsi della sua vita e di guardare avanti. Si può dire invece che la vendetta è prerogativa di chi compie il male e da quella spirale non riesce ad uscirne?
Chi compie il male e si vendica, vedi Toni o le Paternò, lo fa perché pensa, e a volte a ragione, di avere subito un torto e soffre. Tanto. Non c’è dubbio che se non riesci a perdonare, vuoi una sola cosa: restituire il danno con gli interessi, ma sempre perché soffri. Alla fine la vendetta non so a quanto serva, forse provi soddisfazione a far subire a un altro quello che hai patito tu, forse trovi pace nella sofferenza altrui. Forse. Il fatto è che se ti hanno ferito e tanto, se ti hanno tolto qualcuno che amavi, se ti hanno fatto l’indicibile, puoi vendicarti quanto vuoi, ma non cancellerai nulla di tutto quello che è successo. E che continuerà a non darti pace, nonostante la vendetta.


Maria Tronca è rappresentata da Literaria Consulenza editoriale & Agenzia Letteraria

Share

Le fate di Palermo | Maria Tronca, in dialogo con l’autrice

Discussion

Leave A Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *