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LE GALANTI | Filippo Tuena
Il Saggiatore 2019

La letteratura è un grattacielo nel deserto, un atrio nobiliare abitato da fantasmi, una galleria d’arte con pareti d’alabastro, pellucide, lattescenti, dove file interminabili di quadri ci trafiggono la vista, riempiendo lo spazio di volti e scenografie sfuggenti. A frotte compaiono davanti ai nostri occhi, ci disorientano, ammiccano verso di noi, ci traggono in inganno. È in quel momento, quando incrociamo il loro sguardo, che la galleria si tramuta in una stanza degli specchi: ogni cornice, a ben vedere, raccoglie al suo interno un’immagine di noi, e allora seguiamo il nostro doppio, con la coda dell’occhio lo pediniamo mentre svolta in un caleidoscopio senza fondo.

È questo lo scenario allestito da Filippo Tuena nelle Galanti: una Wunderkammer sorprendente di storie, immagini, ricordi, incontri amorosi, le cui stanze hanno ornamenti Rococò, baldacchini ottocenteschi, ceramiche protocorinzie e lampadari Art Nouveau. Chi vi entra può scorgervi il passo agguerrito di Ulisse, gli occhi avvitati al passato di Van Gogh, i fianchi sensuali dell’Ermafrodito. Qui Roma brucia ancora una volta e crollano le alte mura di Troia, l’Italia è invasa dai nazisti e la Medusa di Géricault veleggia verso l’ignoto – mentre lì vicino, a pochi metri di distanza, si consumano feste galanti in cui coppie di giovani amanti si avvinghiano sul talamo del più sfrenato erotismo.

Un’opera-mondo, Le galanti, che ha il gusto della storia umana e il sapore dell’introspezione biografica.

per concessione di autore e casa editrice vi proponiamo la lettura di un ESTRATTO

In questo libro si parla di:

Sparta, Micene e sculture arcaiche greche; Skopas, Photos e Cratilo; l’Ermafrodito Borghese e Gian Lorenzo Bernini; Domenico Ghirlandaio e Lorenzo e Giovanna Tornabuoni; Michelangelo e San Lorenzo; il ritratto di un’ignota principessa; Diego Velázquez e la Venere allo specchio; il Meccanismo di Anticitera e Watteau; Fuseli e Herschel; la sindrome di Stendhal; Fantin Latour e le sue modelle; donne di Vienna e la Gradiva di Freud; incontri veneziani; labirinti e feste galanti; Roma nazista; fotografie al Polo Sud; Van Gogh, Gauguin e Arles; garibaldini e bersaglieri a Roma nel 1849; Masina, Mameli e Manara; duelli russi; Géricault e la Zattera della Medusa; Thomas Gainsborough e Mary Graham; Mazzarino e le sue collezioni; gli infami carini; Luca Signorelli e l’Educazione di Pan; Paolo Uccello e la Caccia notturna; un’edizione dell’Orlando furioso; un’edizione delle Eroidi e un biglietto ferroviario; un’edizione dell’Odissea e le sirene.

Le traduzioni di alcuni brani originali si trovano alle pp. 655-662.

Immagina di percorrere una sorta di galleria con pareti di alabastro traslucido come si diceva fossero in alcuni casi quelle dei più preziosi edifici egizi o della Roma antica. Il tuo procedere è diretto e determinato e tuttavia le pareti quasi trasparenti t’impongono (o impongono alla tua curiosità) di guardare anche altrove e quel che vedi velato oltre l’opacità delle pareti ti colpisce nel profondo perché sembra appartenere a qualcosa di tuo perduto e ritrovato. E dunque, procedendo lungo la galleria che adesso assume l’andamento contorto di un labirinto, cerchi di raggiungere le macchie di colore che ti hanno attratto dall’altra parte del muro d’alabastro. In questa luminosità ti perdi.

E rammenta: qualsiasi figura che ti apparirà durante il percorso ti sorprenderà perché in quel modo un po’ dissennato di cui parla Agostino d’Ippona – a frotte senza controllo impreviste e disorientate come cuccioli o bambini – ti si faranno incontro altre immagini che rimandano a esperienze passate.

Quel che non ha legami con l’esperienza non può attrarti in alcun modo; puoi innamorarti solo di quello che richiama il tuo passato perché almeno un brandello di quello deve servire da esca per riconoscerti in quel che intravedi. Così che ogni viaggio, persino quello dell’esploratore più estremo, finisce per essere un ritorno a casa.

Sei avvisato. Ti parrà di procedere in avanti ma sarà invece un percorso accidentato e contorto che ti condurrà altrove. Perché ogni cosa su cui posi lo sguardo ogni cosa che ti trascina altrove immancabilmente senza eccezioni finirà per riguardare un momento del tuo vissuto. La osservi solo per ricordare quando ti ha sedotto.

Dunque le cose belle riemergeranno e con esse luoghi e tempi dimenticati e molteplici volti che ti appartennero e che ti qualificarono in altri tempi per quello che eri e che adesso ti sembrano trascorsi senza possibilità di ritorno. Nessun ritorno sebbene ogni tuo gesto è rivolto al passato e al ricordare. Ricordati: non è possibile tornare indietro. Puoi solo immaginare di farlo.

E ora prova a considerare la complessa attività del tuo osservare che non sollecita solo la vista ma mette in gioco tutti i sensi, nessuno escluso, e persino altri sentimenti accessori come lo stupore la meraviglia la malinconia che da quei sensi scaturiscono.

Comincia adesso a pensare che dovresti scrivere qualcosa, lettere forse indirizzate al tuo demone o, più semplicemente, narrare dove e quando costui ti sia apparso e dove, presumi, ti riapparirà nascosto nel bello. Proverai a sedurre il sentimento oscuro che ti accompagna cercando di rendertelo amico. Proverai altrettanto a sedurre le forme femminili che ti si presentano come frutto della bellezza.

Siediti in un bar della città dove sei solito scrivere e dove credi che ti venga meglio scrivere; o davanti alla scrivania dove sei solito scrivere. Avvisa i tuoi familiari che non tornerai e per un tempo imprevedibile: ore settimane o mesi, ormai convinto come sei a compiere questo viaggio nelle immagini del passato e ad affrontare la questione del perché tu ti sia separato da tanta bellezza.

Da ragazzo, quando studiavo all’università e seguivo mio padre nel mestiere di antiquario, accadeva spesso che si cenasse assieme a mercanti o storici dell’arte. Questi incontri non avevano nulla di accademico; a volte avvenivano durante qualche viaggio di lavoro e si svolgevano in qualche ristorante rinomato tra quattro o cinque persone che esercitavano il senso del gusto piuttosto che la buona conversazione: bolliti e finanziere in Piemonte; tortellini in Emilia; piatti elaborati in Veneto; moeche, se in stagione, a Venezia. A Roma invece gli incontri erano aperti anche alle mogli alle fidanzate alle amanti e ai figli e si svolgevano ora in una casa ora in un’altra. Ma sempre, o quasi sempre, mi rammento, a un tratto qualcuno dei commensali pronunciava una frase che rappresentava un po’ il suggello non solo di quegli incontri ma – si potrebbe dire – della vita e delle passioni che muovevano le persone riunite in quelle occasioni.

È paradossale che adesso, sia pur a distanza di molti anni, la frase esatta mi sfugga. È come se volessi rammentare un sogno; percepisco nitidamente l’atmosfera, il tono di quell’esperienza onirica ma non sono in grado di raccontarla esattamente come s’è svolta. Ne rammento appena un brandello ma ho smarrito le coordinate precise di quel ricordo. Mi sfugge persino l’identità di chi la pronunciava immancabilmente durante quelle cene o quei viaggi di lavoro. Inutile dire che mi sfugge anche il personaggio storico a cui veniva attribuita. Ma poiché in qualche modo sto recuperando un ricordo onirico provo a riferirlo esattamente come se fosse un sogno.

Dunque, ricordo questo, in maniera nitida e confusa al tempo stesso. Ci troviamo in una casa lussuosa, quasi una casa museo, piena di opere d’arte; la casa di un collezionista o di un mercante importante. Tra i commensali, mia madre e mio padre; l’antiquario amico più caro di mio padre; lo storico d’arte da cui ho appreso l’importanza dei documenti e che le buone idee non fanno la storia ma aiutano a ricostruirla; la moglie o l’amante del padrone di casa; forse qualche altro ospite ma figure meno rappresentative di queste che ho citato. Siamo seduti al tavolo da pranzo. Nonostante il lusso non ci sono camerieri o domestici a servire a tavola ma il padrone di casa o la sua compagna – potrebbero anche essere mio padre e mia madre (ricordo i gesti e non le fisionomie) – si alzano e vanno in cucina e tornano con il piatto di portata esibendolo come un trofeo. Anche l’abbigliamento non è particolarmente elegante, in contrasto con la tovaglia di Fiandra, i piatti di Meissen, i bicchieri di cristallo, le posate d’argento e i candelieri illuminati al centro della tavola. Alzando lo sguardo, il ricordo è ancor più confuso dalla quantità di quadri appesi alle pareti, dai mobili intagliati, dalle suppellettili; insomma dall’accumulo che, nel corso di una vita spesa a valorizzare il bello, si mostrava all’interno di quelle dimore. D’un tratto il padrone di casa – non ricordo se fosse l’antiquario o lo storico d’arte ma non mio padre – comincia a raccontare l’aneddoto che si riferisce – anche qui non ricordo più – a Richelieu o a Mazzarino. Ricordo la parola cardinale, la parola ministro e forse qualche parola in francese e penso dunque che deve trattarsi di uno dei due, poiché entrambi cardinali e ministri francesi.

«Sapete le raccolte d’arte del cardinale; ebbene, sul letto di morte, mentre gli astanti pregavano per il trapasso, per mondare l’anima dai peccati della carne, con un filo di voce, osservando i quadri, le sculture, i mobili che ornavano la camera, e che tra poco sarebbero stati testimoni della sua morte, ebbe a dire “che peccato… che peccato…”. Qualcuno, forse il confessore, gli si avvicinò e, avendo interpretato male, lo rassicurò: “monsignore, i vostri peccati vi sono rimessi…”. Al che il cardinale, con un tono di voce più determinato, ribatté: “che peccato dover lasciare tutte queste belle cose… che peccato!”. E così si preparò alla morte.»

Segue qualche commento di approvazione confuso con il rumore delle posate e l’applauso appena accennato per una pietanza che compare in quel momento dalla porta della cucina o per la bottiglia di Borgogna appena stappata.

All’aneddoto manca il nome del narratore e manca anche il nome del protagonista. Non sono neppure sicuro che si riferisca ai due cardinali-ministri a cui ho accennato prima. Morenti che si sono rammaricati d’abbandonare le cose che amavano non saranno mancati, nel corso dei secoli. Perché mai allora quella semplice storiella amorale mi accompagna da anni, anche in maniera così confusa? Chi dei due? Richelieu o Mazzarino? Mi manca anche la verità storica: dove ritrovare le parole esatte del cardinale? E quali erano le opere d’arte che rimpiangeva e che di lì a poco avrebbe dovuto abbandonare per sempre?

Allo stesso modo del cardinale misterioso che si rammaricava di non poter più avere accanto a sé le cose che amava, anch’io ho sofferto nel non riuscire a trovare il bandolo della matassa e nel dover ammettere che la memoria mancava e che il mio viaggio a ritroso contemplava un percorso accidentato fatto di vuoti e pozzanghere e inciampi, quando invece avrei voluto correre spedito verso i ricordi che mi consolavano. Sentivo di allontanarmi e di allontanare da me quel che mi poteva confortare: «Togli a uno scrittore la memoria e gli rimane poco altro».

E così puoi capire la mia emozione quando, lavorando a queste pagine, d’un tratto è apparsa circostanziata e precisa la vicenda che ho appena accennato, e non intravista dietro una parete d’alabastro orientale traslucido. È ricomparsa tra le pagine di un libro aperto quasi per caso (ma non esiste caso) così come s’era effettivamente svolta con un nome, un luogo e una data. Tutto perfettamente nitido davanti a me. Il come e il quando. A volte le cose tornano esattamente come accaddero ma è appunto perché succede di rado che il fatto desta tanta meraviglia.

Ho vissuto il mio stupore quando ho constatato quanto fossero distanti le due versioni: quella circostanziata che apparteneva alla realtà e quella fantastica e zeppa di errori che la mia memoria aveva modificato adattato stravolto e che apparteneva a un altro genere di verità storica, che agisce nel mondo parallelo ma altrettanto reale abitato dai miei fantasmi e dai miei rimorsi. Racconterò anche queste cose; questi inciampi e questi dolori.

– Tutti i diritti riservati – 


Filippo Tuena è autore di saggi di storia dell’arte e di romanzi. Tra i suoi libri: Tutti i sognatori, Super Premio Grinzane-Cavour 2000; Le variazioni Reinach, Premio Bagutta 2006; Michelangelo. La grande ombra, 2008; Stranieri alla terra, 2012. Ha inoltre curato Robert F. Scott. I diari del Polo, 2009 e il fotografico Scott in Antartide, 2011.

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Le galanti – Filippo Tuena – ESTRATTO su ZEST