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LE GALANTI  (Il Saggiatore) - Intervista a Filippo Tuena

a cura di Ivana Margarese

Comincerei con il chiederti del titolo del romanzo. Perché “Le Galanti”?

Il libro è nato con questo titolo. Pensavo a una serie di lettere galanti, seduttive, sull’arte e sulle passioni che produce. Quest’aspetto lievemente erotico credo sia rimasto come costante in tutto il testo. La cosa singolare è che, lavorando al capitolo su Watteau – sopraggiunto a metà lavorazione – ho scoperto la curiosa coincidenza con la vicenda del ‘Pellegrinaggio a Citera’ e del cambio di titolo in ‘Scena galante’, operato dal presidente dell’accademia parigina, che lo aveva ricevuto poiché non sapeva come inserire quel quadro nelle categorie – ritratto, paesaggio, scena di genere, religiosa, storica – nelle quali erano divise le opere inviate all’accademia.

Spesso anche per i miei libri è difficile trovare una collocazione:

sono opere di narrativa? Di saggistica? Scritte parzialmente in versi? Alla fine l’idea originale del titolo si è caricata di almeno un paio di altri significati. Quando accadono queste coincidenze mi sembra sempre un segno del destino.

Il testo è un archivio della memoria , guidato da un corrimano di immagini a cui ti lega un vissuto affettivo. L’archivio a tratti sembra assumere la rappresentazione oscura del labirinto, forma piena di rimandi. Come possiamo legare archivio e labirinto ?

Le biblioteche, ricordava Umberto Eco, sono labirinti. La forma di un libro è il tentativo di razionalizzare, attraverso la sequenza delle pagine, l’intreccio di idee che è alla sua origine. Ma un libro è una struttura complessa che risponde a infinite variabili. L’intreccio di idee e immagini che competono all’autore vanno a confondersi con l’intreccio di idee e immagini del lettore. A volte coincidono, a volte procedono solo parzialmente appaiate, a volte non entrano in comunicazione.

Ho suggerito una parziale cronologia di lettura nel mio libro. La prima parte attiene soprattutto all’Eros; la seconda a Tanathos. Può essere letto seguendo il mio consiglio; ma può anche essere letto seguendo altri percorsi. La numerazione delle pagine è puramente convenzionale oppure, se vogliamo, corrisponde soltanto a una delle infinite possibilità di catalogazione dei testi raccolti.

Parlando del labirinto mi viene in mente la figura di Arianna, immagine che mi pare incarnare bene le figure femminili incontrate nel tuo libro,come Penelope colta nel momento dopo l’incontro con il marito Ulisse o come le Sirene del mito, che sembrano mancare sempre l’incontro sia col marito, sia con l’eroe, sia con l’innamorato, quasi fossero esempi lunatici in fuga o in cerca di qualcosa che hanno perso.

Le opere d’arte producono due pulsioni in me. Da un lato l’attrazione veramente fatale. Mi sembra che quando accade di riconoscersi in un prodotto del pensiero si apra una voragine al mio interno e scenda in profondità spesso insondabili. Cosa quel dipinto o quella scultura o quell’architettura sia andata a smuovere nella scorza che mantiene ben protette le memorie profonde, io non so. Ma mi rendo conto che qualcosa accade. Il libro, mentre lo scrivevo, ha confermato quest’idea. Ragionavo sul perché rimanessi colpito da certe immagini e mentre ricostruivo la storia di quelle immagini, accadeva SEMPRE che andassero a coincidere con qualcosa del mio vissuto. La scoperta è stata sempre ‘meravigliosa’ – proprio nel senso che mi lasciava a bocca aperta – Dunque coglieva almeno per un istante il centro del labirinto. In questo senso l’Arianna che tu dici, prigioniera al centro del labirinto, ha una valenza iconica. L’altra pulsione è quella dell’Irragiungibile, del perennemente lontano. Perdipiù l’inafferabilità dell’arte può essere benissimo accostata all’eros. La passione produce un contatto intenso ma come sappiamo bene, sempre transitorio. La conoscenza dell’altro non supera il brevissimo momento dell’orgasmo. Si acquieta poi in qualcosa di condiviso ma quasi deludente. Il gesto di Cratilo, che indica l’oggetto d’attenzione, ma non lo nomina perché nel frattempo le circostanze mutano, può avere una portata paradigmatica dei rapporti d’amore, o di conoscenza. E’ affascinante l’idea che nella galleria di Ulisse Penelope, anche dopo il coito, dubiti dell’identità dello straniero e che ci sia bisogno dell’intervento di Atena per ristabilire la certezza. Altrettanto deludente è l’esperienza delle Sirene, che si suicidano precipitandosi nel ‘mare delle lacrime degli infelici amanti’.

Nel libro scrivi: Perdersi del tutto è più bello. Bisognerebbe tendere a questo. È la stessa cosa che pensa- va d’Annunzio quando scrisse il libro. Abbiamo poche occasioni per perderci. Vanno sfruttate.». Sarei curiosa di comprendere meglio .

La perdita e la morte mi hanno fatto pensare alla figura di Pan nel tuo romanzo e a una frase di Bataille: Dell’erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro la morte”.

Pan è figura centrale. Un dio che vive in terra; che cerca costantemente il contatto carnale con gli esseri umani e che, al pari di Don Giovanni, è perennemente insoddisfatto. Liberarsi degli schemi, accettare la componente dionisiaca che è in ciascuno di noi, repressa, impostata, racchiusa dalle regole e dai comportamenti sociali, è grande forma di libertà. Alla fine il mio lato bacchico si riduce allo

stravolgimento della forma narrativa. Per il resto appartengo alla tradizione borghese, laica, riformista (ed è per questo che mi trovo enormemente a disagio in questi tempi). Lettterariamente, mi piace perdermi nel labirinto dei miei libri. Trovo che la scrittura conceda libertà veramente senza confini. E mi annoio un po’ quando leggo libri che non contemplano queste meravigliose possibilità di esplorare, perdersi e ritrovarsi. L’ho già accennato ma la scrittura è una forma di erotismo o, almeno,

mi piace ragionare su di essa, sub speciae erotica. Eros è tra le prime divinità del pantheon olimpico. Ma è credo l’unica divinità sterile; nata soltanto per produrre complicazioni. La scrittura è qualcosa del genere. Pone problemi, indipendentemente dalla possibilità di risolverli. Ma è questo il suo bello.

Mentre leggevo Le Galanti  ho avuto in mente l'Atlante di Warburg, i Passagen-Werk di Benjamin, l'anacronismo delle immagini di Didi-Huberman o il Marker del film La Jetée. Walter Benjamin nei  Passagen-Werk ha scritto: " L'immagine è la dialettica nell'immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato  è puramente temporale, continua, la relazione tra il già stato e l'Adesso è dialettica: non è un decorso , ma un'immagine discontinua, a salti". A me pare una definizione evocativa rispetto allo stile narrativo del tuo libro.

Conosco bene Mnemosine di Warburg e il libro sui Passages di Benjamin e li ho avuti abbastanza presenti durante la stesura del libro. La figura che osserva le opere che sono presenti nelle 'Galanti' è un flaneur, le sue peregrinazioni sono abbastanza casuali, legate a passioni imprevedibili. Solo all'ultimo si giustificano, quando la ricostruzione della loro vicenda trova punti di contatto con quella dell'osservatore. Condivido l'idea che le immagini posseggano anacronismi perché voluti dall'autore, sostenuti dai committenti e collezionisti e rilevati da ogni osservatore, dalla prima esposizione di quella data opera al momento attuale. Anacronismi e salti del tempo, nel libro, li sottolineo a proposito dell'inquietante dipinto, ormai distrutto, di Luca Signorelli, 'l'Educazione di Pan'. 

In alcune vicende d'amore il desiderio si intreccia col segreto. Oscar Wilde scriveva: "Quando una persona mi piace infinitamente non rivelo mai il suo nome. Mi parrebbe di perderne una parte. Le cose più comuni diventano deliziose, se appena si sa nasconderle".

L'amore, la passione devono rimanere celati. Non si parla della donna amata - o perlomeno io non l'ho mai fatto né per rivendicare conquiste né per compiangersi nel momento della perdita. Anche la dichiarazione d'amore è un atto estremamente complesso, manifesta una cesura, un prima e un dopo, sia che venga accettata sia che venga rifiutata. Nel rapporto di una coppia è una sorta di barricata che modifica per sempre il rapporto. Nel libro avrei potuto fermarmi molto più diffusamente su ciascuna delle opere d'arte affrontate. Ma so che la mia visione è parziale e individuale. Ho cercato di fornire al lettore i punti salienti delle vicende raccontate perché sia lui poi a stabilire la sua passione d'amore, il suo rapporto, segreto, clandestino, intimo. In realtà poi Wilde afferma un'altra cosa: che non si debba dichiarare la propria passione ad altri. E' uno dei grandi paradossi dello scrittore irlandese. In realtà per uno scrittore è impossibile nascondere la propria passione dal momento che è sempre argomento della propria opera. E' vero che la si trasfigura e la si rende diversa da quel che è nella realtà. Ma è la passione l'oggetto del nostro desiderio di scrittori.

Nel corso della lettura sono rimasta fortemente affascinata dalla figura di Metilde, dal suo non essere facilmente definibile e dalla passione che nonostante un fermo rifiuto ispirò a Stendhal che a tratti definisce la loro relazione una guerra e anni dopo dirà su di lei: Era seriamente disonorata, anche se non aveva avuto che un amante; ma le donne di buona compagnia di Milano si vendicavano della sua superiorità...

Dalla vicenda (anzi, dalla non-vicenda) con Metilde, Stendhal ne esce con le ossa rotte. La sua goffaggine rende impossibile la passione - il che accade abbastanza frequentemente (che la passione renda impossibile la passione). Metilde è vista attraverso gli occhi di uno spasimante incapace. E' costantemente lontana, ancorché lui la consideri vicina. Non penso che mai, neppure per un'istante, lei abbia pensato a Stendhal come possibile amante, o compagno, o intimo. E' una proiezione dello scrittore di Grenoble e infatti tornerà, per accenni, per frammenti, per immagini parziali in quasi tutti i suoi libri. Una sorta di tiepido sole che irradia una luce spesso oscurata dalle convinzioni. 

L'ultima domanda che vorrei farti, in contrappunto con il sentimento malinconico che compare nel libro, è una domanda sulla felicità, che è un luogo che seppure talvolta fa capolino tra le pagine immediatamente dopo si lega a un dubbio, a una nostalgia, che restano anche nei momenti "felici" presenti sullo sfondo in una dialettica interminabile.

La felicità e il suo raggiungimento sono obiettivi dello scrivere. Rammento sempre l'osservazione di Sciascia.  'Non si è grandi scrittori se non si scrive con gioia'. L'atto creativo irradia le pagine più cupe per il solo fatto che è stato responsabile del loro apparire. Ma la tensione che produce quella felicità è sempre estrema e può spezzarsi per un difetto di forma, per un'inadeguatezza dello spirito. Nulla è meno duraturo della felicità. 

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