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L’era nuova (LiberAria), AA.VV.
Collana: Metronomi

 di Emanuela Chiriacò

L’era nuova è un simposio svolto su carta. 46 autori contemporanei tra cui poeti, critici o poeti-critici si incontrano e propongono la loro personale lettura e interpretazione di Giovanni Pascoli. L’umanista moderno capace di coniugare uomo e natura, antico e nuovo. Un poeta di raccordo, colui che segna il passaggio delicato della lingua italiana dal classico al moderno.

Sempre considerato autore da antologia per scuole medie inferiori e superiori con una poetica confinata al “fanciullino” e un tormento legato alla “morte del padre”, Pascoli è riletto e riabilitato alla modernità che merita, per la sua ricerca sperimentale e coraggiosa di una lingua nuova da cui emerge il suono della natura tra echi e richiami, colori e suggestioni che non ha precedenti forse solo contemporanei, di cui si sospetta lo stesso Pascoli non fosse a conoscenza. Un esempio su tutti, Charles Baudelaire. Pare personaggio europeo da Belle Èpoque. La sua biografia è assimilabile a Verlaine, Wilde e Kavafis.

Pascoli è foriero di un segnale del suo tempo e del cambiamento che si è innescato. Siamo allo snodo epocale tra fine ‘800 e inizi del ‘900.

Pascoli approccia il novum diventando un tutt’uno con esso, attraverso il disincanto del bambino che ricrea il mondo senza abitudini e condizionamenti. Una realtà misteriosa purtroppo non scevra di dolore e capace di minacciare la bellezza.

L’elemento comune dell’indagine di un poeta al di sopra della sua stessa reputazione nata in un contesto storico, politico e culturale ben definito e restio all’epoca, come ora, ad aprirsi al cambiamento per favorire un bisogno; quello di collocare e assimilare persone e fatti al domestico comprendere.

Pascoli rappresenta l’extra ideologia che scontenta tutti, la voce off, quella fuori dal coro che innesca infinite possibilità di evoluzione e il suo incrociare la resistenza.

Pascoli è dunque la resilienza della lingua che non ridonda. Una lingua che si manifesta onomatopeica. Afflato del creato che denuncia la sua esistenza e diventa protagonista tra assonanze, suoni e ritmo.

Una lingua che si riavvolge, che torna al vagito, alla lingua materna, all’apprendimento. La lingua innocente dell’infanzia scivolosa, della sua precoce orfanezza e vedovanza. Tra culla e ventre materno.

Il suo è elemento linguistico di rottura e innovazione. Innovazione intesa come riprogettazione del passato per citare Achille Bonito Oliva.

Pascoli si colloca dopo la lingua antica di Carducci e si rende capace di generare una transizione tra silenzio e fato, portando all’alba di un nuovo linguaggio. Racconta senza voler essere essenziale, rigenera e ricrea, smonta la poetica tradizionale e la riempie di vita e pietas. Perché è la poesia il rimedio al dolore e Pascoli salva il suo diritto di esistere tra regole e libertà in un gioco di sensiblerie nevrotica.

È il poeta del sacer, del senso del limite tra umano e disumano, della rêverie giapponese in cui la poesia si fa magia che nasce dalla radicalità del dolore.

Ma è anche il poeta storyteller: l’io osservatore e il mondo osservato diventano agenti del dialogo, dell’interazione. Una forma di deroga all’incomunicabilità.

Qual è dunque la legacy della poesia pascoliana? Essere una guida e un punto di riferimento nel percorso di crescita umana e spirituale di ognuno di noi perché in lui si palesa l’importanza del nome attribuito alle cose percepite tramite i sensi, l’uso dell’analogia basata sull’intuizione, e la musica della lingua parlata dalla stessa natura, tra morte e speranza.

Una lingua che più non si sa (G. Pascoli, Addio, 1907)

Una lingua che forgia una poesia con sembianze di racconto permeato di solidarietà, che oscilla tra ricordo e memoria; tra estraneità e appartenenza.

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L’era nuova – Pascoli e i poeti d’oggi | AA.VV.

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