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Sa, qui siamo tutti simili in un certo senso,
tutti alla ricerca di qualcosa che abbiamo perso.
D. Ugreši, Il museo della resa incondizionata

L’unità del pensiero e della vita. Unità complessa:
un passo per la vita, un passo per il pensiero.
I modi di vivere ispirano modi di pensare,
i modi di pensare producono modi di vivere.
La vita attiva il pensiero e
il pensiero a sua volta afferma la vita. Noi abbiamo persino
perduto l’idea di questa unità presocratica.
G. Deleuze, Nietzsche


di Ivana Margarese

Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita di Ilaria Gaspari è un libro che si legge tutto di un fiato. Ci si mette in ascolto della ricerca che l’autrice svolge e si rimane legati al suo filo di Arianna per apprendere la felicità attraverso la filosofia antica, attraverso le pagine che sviluppano un evento in un percorso.

L’evento in questione è un trasloco improvviso ma necessario dopo la fine di una relazione sentimentale che costringe la protagonista a cambiare casa:

Domani i libri nella libreria saranno già spariti, ingoiati dai cartoni che nell’ingresso aspettano solo di essere riempiti. In questa casa molto amata, dove conosco il posto di ogni cosa perché l’ho pensato e l’ho trovato io, all’improvviso mi sento come in un teatro, sola – l’altro attore se n’è andato; l’ultimissima replica di uno spettacolo andato in scena per dieci anni, e nessuno spettatore. Ho poco piú di una settimana per lasciare la casa. 

L’ho letto da qualche parte, chissà dove (ho persino creduto, allora, che fosse un’esagerazione): i traslochi sarebbero, insieme a lutti e divorzi, i momenti più traumatici nella vita di una persona.
Il percorso è un esercizio di osservazione di sé nel corso di sei settimane filosofiche per elaborare e lenire il dolore di questa separazione:

Sono felice?, mi chiedo ancora, e sembra una domanda stupida in un momento cosí. La vita a brandelli, la casa che con tanta pazienza avevamo cercato di far somigliare, a poco a poco, all’idea di casa che avevamo in testa, smontata un pezzo per volta – è chiaro che sono tutto tranne che felice. Ma come spesso succede, quando ci si chiede una cosa e si risponde troppo precipitosamente, la prima risposta non è mai quella vera. O meglio: non l’unica.

La prima precipitosa risposta non è certamente l’unica risposta possibile. Ecco che la filosofia si offre come farmaco, come pratica paziente per rivedere ciò che si dà per scontato, per iniziare una trasformazione, per scomporre con stupore la propria esperienza in un prisma di visioni.
La lacerazione creata da un evento traumatico può condurre a una libertà di visione. È uno strappo, ma come quello di un cielo di cartapesta che si lacera in un teatro di marionette: dietro si scorge il cielo vero.

Si comincia con le regole della scuola pitagorica a cui seguono la filosofia della scuola eleatica, stoica, scettica, epicurea, cinica. La filosofia come possibilità viva.
Dal momento che sono stata guidata dall’autrice in questa sua personalissima educazione filosofica decido di fare la mia personale narrazione della lettura, intrecciando il testo di Ilaria Gaspari alle mie riflessioni, per fare di questo incontro corrimano e invito per i futuri lettori del libro.

Conosci te stesso

Cosa altro è la filosofia se non un invito rigoroso a conoscere se stessi? Il motto del tempio di Apollo diviene incipit di questo percorso di cura, nella convinzione che la filosofia sia tutt’altro che inutile, anzi che proprio questa sua presunta inutilità la renda preziosa. L’ “inutilità” della filosofia è generatrice di alternative, altrimenti impensabili. È una apertura dei confini della ragione stessa, uno scegliere di passeggiare fuori dalle strade maestre.
L’incipit del romanzo è un guardare in casa d’altri: “Quando è sera guardo le luci accese nelle case degli altri”.
Come se si trattasse dell’inquadratura di un film si alterna nella pagina la descrizione di due coppie che abitano nelle case di fronte, una di ragazzini, l’altra di vecchietti, raccontate nelle loro azioni ripetute e quotidiane.

Mi colpisce tra le cose elencate nelle stanze delle abitazioni di fronte la presenza di un ficus benjamin che ha bisogno di essere annaffiato e conta qualche foglia in meno ogni sera. L’immagine di questa pianta mi riporta in qualche modo alla ragione per cui io stessa ho scelto di studiare filosofia: da adolescente mi era parso che la vita da adulti perdesse di vista le cose essenziali, si distraesse dalle cose belle sostituite da appuntamenti regolari e imposizioni senza sfumature, senza alcuno stupore. Io invece avrei voluto rallentare e osservare con maggiore attenzione.

Platone e Aristotele indicano nella meraviglia un sentimento filosofico, che si oppone a un pensiero che calcola ritenendo che a una premessa segua sempre la medesima conseguenza. Ecco che una frattura, un evento traumatico, scompaginando l’ordine precedente crea la possibilità di guardare se stessi in modo nuovo:

Lascio questa casa, come un’anima pronta a rinascere in altra forma. Quella nuova sarà piú piccola, piú stretta, ma tutta mia, per la prima volta – sarà come reincarnarsi in un colibrí.

Non mangiare il cuore

La prima settimana è una settimana pitagorica, in cui la protagonista impara a memoria quindici regole della scuola pitagorica che in realtà sono dei tabú, delle prescrizioni su cosa non fare. Le regole, nel caso la memoria non bastasse, vengono attaccate con lo scotch sopra il letto, unico mobile rimasto nella camera spoglia. Questo gesto le riporta alla memoria una fissazione del suo ex compagno e convivente: non bisogna mai appendere niente ai muri:

Ho seguito le sue regole, senza neppure farci troppo caso, senza applicarmi. Mi domando solo adesso perché. Perché non so rispettare le regole, perché non riesco a impormi niente; e così va a finire che non posso imporre, di me, niente agli altri. Innumerevoli problemi, nella mia vita.

Nella mia esperienza spesso la fine di una storia d’amore comincia con l’abbassare la soglia di attenzione, col mettere da parte se stessi con un moto di indolenza che spinge a dire: facciamo come vuoi tu.

In questo modo si finisce per scomparire un po’ a se stessi e lasciare spazio non più alla fiducia o all’entusiasmo dell’incontro ma alla pigrizia un po’ rassegnata e un po’ ripetitiva dello stare in coppia. La comodità a tutti costi non è una legge di scambio né di relazione.

Nel corso della settimana, in antitesi al sentimento di accidia che la protagonista indica come sua caratteristica, Pitagora si rivela dunque un maestro di attenzione e di consapevolezza.

Basta, scrive la Gaspari, con il dire sono fatta così, accompagnato sempre da quel principio di edonismo timido, che qualcuno chiama quieto vivere:

Mi domando se non sia anche per questo che lui ha deciso di andarsene. Troppo sparuti gli scontri, rarissime quindi le riconciliazioni, che a quanto pare sono, fra i momenti della vita di una coppia, quelli in cui più ci si avvicina l’uno all’altro.

Mi viene in mente Florenskij, filosofo, matematico e teologo russo, per cui un felice combattimento è il senso dell’amore, in una continua comprensione dell’altro che è al contempo il nostro problema e la nostra ricchezza.

Leggo che tra le regole pitagoriche la seconda prescrive di non raccogliere ciò che è caduto e sembra fare perfetto pendant con la decima che dice di non mangiare il cuore, e per quanto in un primo momento suoni oscuro, «non mangiare il cuore», oltre a riferirsi a un divieto alimentare, già compreso nel vegetarianesimo dei pitagorici, significa che non bisogna tormentarsi con le proprie afflizioni.

La rinuncia non va considerata necessariamente qualcosa di spiacevole, soprattutto quando ciò a cui si rinuncia, lasciando andare, è la separazione dalla vita.

Si potrebbe meglio dire che la rinuncia insegna ad aprirsi al momento presente, a dire di sì a ciò che ci sta accadendo adesso:

Inizio a capire che non posso accusarmi di tutto quello che è andato storto, e che farlo è solo un modo per chiudere i conti in fretta e furia, senza assumermi nessuna responsabilità.

La tartaruga

La seconda settimana è una settimana eleatica, dedicata agli insegnamenti della scuola di Parmenide e Zenone.

Parmenide di certo è uno di quei filosofi antichi il cui pensiero risulta lontano dalla nostra esperienza. Da studenti a scuola quasi si fosse trattato di un vuoto scioglilingua ripetevamo che l’ente è qualcosa che è e che non può non essere, il non essere non è e non può essere. Chissà che avrà voluto dire – mi chiedevo. Lo leggevo come un mero esercizio logico, un tanto rumore per nulla, una scoperta ontologica perfino troppo lapidaria:

Per abitudine e per convinzione mi sono sempre ripetuta che la sfiducia nei sensi è solo una vecchia superstizione, nient’altro che un antico pregiudizio da bacchettoni, senza nessun rapporto con lo scalpitare della vita – della vita che continua anche quando non ci facciamo attenzione, che cresce e si trasforma, lanciata in avanti come una freccia, e punta lontanissimo; e intanto il sole scompare dove non lo vediamo.

Nel suo considerare illusori tutti i mutamenti del mondo fisico la dottrina di Parmenide conduce a delle conseguenze che contraddicono il comune modo di pensare: paradossali, appunto dal greco παρά (parà), cioè «contro», e δόξα (doxa), «opinione». Ecco che provare a allontanarsi da quello che appare scontato e provare a guardarlo in prospettiva si rivela un esercizio filosofico per osservare il modo in cui pensiamo il reale.

Alla scuola eleatica appartiene il noto paradosso di Achille e della tartaruga in cui si spiega perché il veloce Achille non raggiungerà mai la tartaruga.

Gaspari ha avuto il merito di farmi fermare a riflettere sulla figura della tartaruga:

Finisco a riflettere su quanto sia radicata in me l’abitudine di vedere la vita come la freccia che vibra nell’aria e vola velocissima, come un Achille che in due balzi supera la tartaruga senza nemmeno che quella se ne accorga, la lascia indietro, la dimentica, lontana, e lei rimane nella polvere della strada con la sua casa semovente, con il suo guscio tardo, con l’estenuante flemma dei suoi passi.

Ci crediamo frecce puntate agli obiettivi e orientati verso qualcosa dimentichiamo il momento presente, la saggia lentezza della tartaruga: “ci derubiamo del tempo, della piccola perfetta finitezza degli istanti, quando lo proiettiamo tutto in avanti, quando immaginiamo di vederlo correre; quando pensiamo a quel che punta la freccia e non, invece, a cosa la sostenga nel punto in cui si trova”.

Obbligati all’efficienza ci raccontiamo come fallimenti le frecce che non vanno a segno, gli amori spesi con la persona sbagliata. Eppure come insegna Platone nel Simposio Eros lungi dall’essere morbido e bello, è ruvido, scalzo e senza asilo. Si sdraia per terra e dorme a cielo aperto. L’amore alla stessa maniera della filosofia dovrebbe avere a cuore la voglia di domanda e non la risposta conclusiva, la messa a segno, l’ordine dell’obiettivo raggiunto.

Atarassia

L’atarassia, ovvero lo stato di sereno distacco di cui gode il saggio scettico. Ne Il silenzio è cosa viva, ricordo chiaramente, Chandra Livia Candiani fa riferimento al termine buddhista nibbidā che traduce in italiano con sereno disincanto. E con questo collegamento in mente mi metto in cammino tra le pagine del libro per comprendere meglio dove vorrà condurmi l’autrice attraverso la scuola scettica, che peraltro sento già essere per una incerta e misteriosa vocazione la mia preferita.

Il primo passo verso l’ atarassia sta nello smettere di pensare di avere tutto sotto controllo, nell’abbandonarsi alla realtà con fiducia, sospendendo ogni giudizio.

Questa del giudicare è un’annosa questione perché spesso pensare e giudicare nell’opinione si confondono. Ecco che occorre fare una sosta e immaginarsi nella radura heideggeriana per intendere che cosa significhi pensare. Mi affido così anch’io alle lezioni di felicità di Pirrone:

Qui si tratta, in primo luogo, di sottrarre la parola filosofica al linguaggio quotidiano e riportarla alle origini. Cioè al periodo in cui, fra il IV e il III secolo a.C., Pirrone e il suo discepolo Timone di Fliunte misero a punto questo nuovo modo di guardare alle cose: allora la scepsi (σκέψις), essendo un «controllo critico» sui possibili oggetti del sapere, si esercitava nel negare che esistesse un significato assoluto della realtà.

Quindi una costante e severa pratica del dubbio, che peraltro è un esercizio filosofico necessario, altrimenti si rischia di non esercitare alcun uso critico e autonomo della ragione, restando nello stato di minorità che Kant tanto deprecava.

Tutte le mie conoscenze filosofiche esultano quando si parla del dubbio e mentre sventolo bandiere di gioia mi raffiguro il filosofare col martello nietzschiano e sorrido. L’entusiasmo però è dato anche dallo stile di scrittura del libro che leggo, una voce che mi contagia un piglio di ironia e disincanto:

Lo diceva pure Sesto Empirico: non conosciamo certo le cose in sé, noi. Conosciamo solo le sensazioni che l’intelletto coglie. Che poi queste sensazioni, anziché rivelarli, velino gli oggetti stessi, è un altro paio di maniche: devo accontentarmi di pensare che tutto quel che so sono le impressioni che ho delle cose – non le cose stesse.

Anche questo è un sollievo, quando qualcuno mi darà la sua opinione dicendomi che è un dato oggettivo o che le cose stanno così, potrò sempre fare riferimento nel caso in cui mi stesse ad ascoltare alla scuola degli scettici.

Gaspari mi ricorda che Pirrone era anche un pittore e osserva che probabilmente non è un caso che attraverso il suo pensiero apprendiamo il beneficio della prospettiva, quella distanza minima dalla vita che serve per raccontarla, per vederla in modo da riuscire poi a mostrarla.

La prima lezione importante che, quasi senza farci caso, l’autrice ci dice di avere imparato dai maestri scettici è questa: se metti in conto di poter sbagliare, di non aver ragione a tutti i costi, ti risparmierai gli eccessi di sofferenza anche quando sbagli davvero.

Ecco che l’incontro con l’ex che avviene durante questa settimana per la restituzione di Cime tempestose e Anna Karenina non diventa straziante nonostante l’intuito sulle ragioni della separazione faccia capolino in un nome che compare sullo schermo del cellulare di lui, per errore ma solo per errore inondato dall’acqua calda per il tè.

Scrive Ceronetti in Pensieri del tè: A chi non capisce l’allusione è inutile fornire la spiegazione. 

La chiocciola

Nella lettura delle ultime tre settimane dedicate alla filosofia stoica, epicurea e cinica la mia attenzione di lettrice si concentra sul tema del desiderio.

Seppure al posto della seducente lampada dei desideri di Aladino trovo tra le pagine del libro una vecchia lampada ad olio acquistata da un rigattiere al mercatino della prima domenica del mese sotto casa. Questa vecchia lanterna è un monito per ricordare lo stoico Epitteto che a quanto pare possedeva una lampada ad olio comprata dopo la sua morte a caro prezzo da un ammiratore del filosofo:

Ma se ho comprato questa lampada che somiglia tanto a quella di Aladino è anche perché, forse inconsciamente, volevo che mi fosse di ammonimento pure rispetto a un’altra questione: quella dei desideri. Mi devo cacciare bene in testa che non ci saranno geni da richiamare a piacimento perché esaudiscano i miei ghiribizzi: al contrario, se il mio genio è Epitteto, se sarà lui che evocherò con la mia brutta lanterna brunita, lo farò con il preciso intento di lasciare che mi insegni anche a desiderare con criterio e moderazione, non a struggermi di capricci né a pretendere l’impossibile.

Desidera solo ciò che sai che succederà questo è ciò che si ripete uno stoico per riportare tutto a un eterno indicativo, presente, passato e anche futuro: “la lampada del mio genio stoico saprà aiutarmi a censurare fantasticherie inutili, a zittire la tentazione di dissiparmi in una spirale di autocommiserazione e desideri destinati a finire frustrati?”.

Non è di grande utilità intervenire in modo ostinato su quel numeroso genere di cose che non dipendono da noi, più saggio si rivela vivere secondo un sentimento di amor fati. Nietzsche scrive nella Gaia Scienza:

Voglio imparare sempre di più a vedere il necessario nelle cose come fosse quel che v’è di bello in loro: così sarò uno di quelli che rendono belle le cose. Amor fati: sia questo d’ora innanzi il mio amore! Non voglio muover guerra contro il brutto. Non voglio accusare, non voglio neppure accusare gli accusatori. Guardare altrove sia la mia unica negazione! E, insomma: quando che sia, voglio soltanto essere, d’ora in poi, uno che dice sì!

Talvolta viviamo orientati nella rappresentazione di un ideale creato dal desiderio nostro o altrui, limando presunti difetti, proiettando in noi quelli che ipotizziamo essere gli sguardi degli altri.

Corriamo frettolosi sperando di raggiungere la visione che abbiamo in mente dimentichi del presente, poco capaci di fermarci e ascoltarci in modo profondo:

Mi rendo conto che, per automatismo, da sempre sono abituata a impiegare il mio presente come una lunga, qualche volta laboriosa preparazione per qualcosa che spero di ottenere in un domani molto prossimo, qualcosa a cui ambisco con tutta la vaghezza che circonfonde i pronostici abbelliti dalla fantasia. Lavoro tanto oggi per essere piú tranquilla domani: ma sono sicura che sarò piú tranquilla, che mi potrò riposare? Sono sicura che differire il piacere non sia un modo per negarmelo?

La paura del dolore, che è l’altra faccia di ogni piacere impedisce di essere davvero presenti, così a furia di consolarci e proteggerci dal mondo, ci isoliamo e ci trasformiamo in piccole chiocciole confinate al loro guscio:

Non sono una chiocciola, non sono e non devo pensare di essere la padrona incontrastata della mia vita; in parte, sí, ma non del tutto.

Eppure, come dice Epicuro, il più prezioso dei beni è l’amicizia, che per lui è il piacere della vita per eccellenza, un libero compartire lo stare al mondo.

Scrive l’antropologo Franco La Cecla nel suo Essere amici:

La temporalità dell’amicizia è il qui e ora che si ripete per confermare il qui e ora dell’ultima volta che ci siamo visti, sentiti, pensati, ma questo tempo è quello della sospensione, non è un tempo di preparazione. La vita nell’amicizia è adesso, lo sentiamo senza dovercelo dire. Vale la pena di vivere perché c’è l’amicizia. Essa libera la quotidianità dal suo carattere di «compito» e l’esistenza da qualunque sospetto di «doversela meritare». É la ricompensa dei viventi, che non bisogna aspettare anni o in un’altra vita […] L’amicizia «sospende» il tempo, come già detto, ne fa «vita adesso».

Ecco che durante l’ultima settimana, la settimana cinica, la protagonista si ritrova a condividere il suo spazio e il suo tempo con due nuovi amici: Mario, detto Marione, il clochard che vive nel seminterrato e Cane, un cane randagio, provvisorio, tutto storto, con il pelo ispido e una codina tremula che al momento non ha neppure un nome:

Cammino con il Cane per le strade del quartiere, non ho niente di mio, sono felice. Ho imparato un poco a vivere dai filosofi antichi, forse; e forse è questo, alla fin fine, che varrebbe la pena raccontare.


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Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita – Ilaria Gaspari