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L’invenzione della casa. Storia di una trappola.
Maurizio Corrado
Primiceri editore 2018


La casa, trecentomila anni senza averne bisogno, poi abbiamo cominciato a coltivare e abbiamo inventato confini, proprietà, capitale e ai larghi orizzonti aperti abbiamo preferito piccoli spazi chiusi. Perché? E sarà per sempre?
Gli oltre quarant’anni del costruire ecologico hanno rivelato che il problema della casa è la casa. Abbiamo un corpo fatto per stare in movimento, il nostro cervello si è sviluppato sulle strategie dei grandi spazi, ora l’abitudine alla rete mette in evidenza la contraddizione di fondo della nostra società, nata sul possesso della terra.
È necessario trovare nuove soluzioni per l’abitare e per le città, ma fino a quando continuiamo a cercare la soluzione all’interno del sistema che ha generato il problema, possiamo solo fallire. La prospettiva in cui si muove il testo è quella della Storia Profonda, non solo gli ultimi cinquemila anni, ma i trecentomila della nostra esistenza di Homo Sapiens, il tema dell’abitare è affrontato dalle radici della nostra specie, ampliando lo spazio di lavoro e sviluppando tesi che mettono in discussione la natura stessa dell’abitare, dell’ambiente costruito e della sostenibilità. In questa prospettiva, la civiltà dell’agri-cultura è un lungo Medioevo da superare, il prodotto di una fase storica iniziata dodicimila anni fa. Fino ad allora è esistita un’altra cultura, un altro modo di essere e di abitare la terra in cui abbiamo passato la maggior parte del nostro tempo, fisico e mente si sono modellati per quel tipo di vita e sono tutt’ora gli stessi.
Noi siamo chi eravamo, fatti per stare fuori e in movimento. L’ipotesi di lavoro è che questo può essere un buon modello per leggere il presente e il possibile futuro. Il problema della casa viene così affrontato da quando ancora non esisteva per arrivare a esplorare soluzioni inedite. Si esce dal modello sedentario per iniziare a camminare in una cultura mobile altra con uno scarto che permette una visione più chiara del contemporaneo e fa intravedere possibili vie di azione, impossibili da identificare se continuiamo a dibatterci all’interno del modello dominante.


per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un ESTRATTO


L’invenzione della casa. Storia di una trappola.
Ouverture

1808, isole Fiji. L’oceano è placido, il vento lieve, una lunga canoa si avvicina a una delle isole dell’arcipelago. Sopra, un uomo dalla pelle molto chiara con barba e capelli rossicci manovra la pagaia con calma, come avesse tutto il tempo del mondo. Si chiama Kalle Svensson, è un marinaio svedese arrivato da un anno in Australia. La canoa sembra stargli stretta, è una specie di gigante, anche seduto è imponente e massiccio, lo chiamano il selvaggio, Charlie Savage. La riva dell’isola ora è più vicina, si riconoscono due figure in piedi, guardano curiosi la canoa, dietro, le capanne del villaggio. La canoa non va verso di loro, la vedono scivolare dietro al promontorio della piccola baia. Charlie tira l’imbarcazione a secco, prende la scatola di legno e il moschetto appoggiato sul fondo, s’incammina verso un gruppo di alberi in alto. Da quel punto vede bene tutto il villaggio. Uno dei due uomini è ancora vicino alla riva, guarda nella sua direzione, lo vede, alza una mano. Charlie è seduto su un grosso masso, il moschetto puntato verso il petto dell’uomo. Spara. La mano scende, l’uomo si affloscia. Non ha neppure gridato. Arriva di corsa l’altro uomo, Charlie spara, stavolta c’è un urlo. Poi di nuovo silenzio. Charlie sorride, carica il moschetto, aspetta. Aspetta che escano gli altri a vedere cosa è successo ai loro fratelli. Eccoli. Spara. Ha una mira fenomenale, Charlie il selvaggio, un colpo è sufficiente, un colpo per uno, è facile, sono tutti in fila, con le facce stupite, sorpresi più che spaventati, non è così che arriva la morte, artigli, pugnali, lance, frecce, si vede quando arriva e quella non può essere morte, non si vede, non si può combattere e stanno lì, in piedi, e Charlie prende la mira e spara, un colpo per uno, uno alla volta. Ora escono le donne, Charlie mira, escono i bambini, Charlie sorride, qualcuno capisce che è da quell’uomo candido che fa rumori secchi che bisogna difendersi e gli vanno incontro e cadono, uno alla volta, ora corrono impazziti, devono mettere qualcosa fra lui e loro ma non c’è nulla, solo corpi ancora caldi e li ammassano l’uno sull’altro mentre il sangue cola e li unisce a formare qualcosa per cui non hanno ancora una parola e non faranno in tempo ad averla perché Charlie si è alzato, è sceso dalla collina, è davanti all’ultimo uomo rimasto vivo e sorride, mentre spara ancora dietro al primo muro dell’isola, un muro di cadaveri.

Muri, confini, separazione, chiusura. Questa terra è mia. La proprietà, l’accumulo. Sono anni che ci giro intorno, cerco, studio e qualcosa ho trovato, scavando in territori differenti, scorgendo in filigrana un filo conduttore, seguendo il frastuono di una guerra millenaria iniziata dodicimila anni fa e che ancora continua ogni giorno, inesorabile, spietata, accumulando morti in sordide battaglie che i vincitori camuffano chiamandole conquista, vittoria, progresso. È la lotta fra due modi di essere, quello mobile e quello sedentario. Non sono due popoli a lottare, lottiamo contro noi stessi, è una lotta interna. Oggi, come allora, è ancora sui muri che ci si scontra.

È possibile che sia cambiato tutto a partire da quel gesto? Da quando qualcuno ha recintato il campo che aveva seminato? Il gesto di appropriazione della terra, Charlie il selvaggio, Cortéz, le colonie, la globalizzazione, è solo questione di scala. Non è neanche l’uomo bianco che prevarica sull’indigeno. È la cultura nata dall’agricoltura che si espande e vuole nuove terre da sfruttare. In Africa i Bantu, agricoltori, fecero esattamente lo stesso con le tribù che li circondavano fino a farle scomparire pressoché totalmente.

Quale sia stato il sentimento dei primi uomini dediti alla semina e allo sfruttamento consapevole della terra si può leggere nei miti e nei rituali rimasti in molte tradizioni. Uno dei più efficaci in questo senso ci viene da una festa del raccolto in Lucania. La mattina della festa i mietitori arrivano sull’ultimo campo da falciare insieme a uno zampognaro e alle donne che portano da mangiare e da bere. All’improvviso un uomo mascherato arriva al centro del campo. È coperto da una pelle di capra, al posto delle corna ha due falcetti, stringe fra i denti delle spighe di grano. La zampogna dà il via alla caccia. Questo è il punto fondamentale. La caccia. I mietitori, fingendo di cacciare il caprone, rubano il grano alla terra, l’ingannano fingendo di fare quello che hanno sempre fatto, cacciare. L’atto della mietitura va mascherato perché contro natura, è una violenza che può attirare una punizione, è un furto sacrilego. La finta caccia prosegue, il caprone è ormai circondato, il campo mietuto, resta l’ultimo covone, quello su cui sta il caprone. I contadini lo raggiungono, lo sollevano, tagliano l’ultimo covone. È quell’ultimo mazzo di spighe che contiene la magia del grano, lo conserveranno nelle case e verrà mescolato come lievito magico alle sementi per l’anno seguente. È possibile che i primi riti terminassero con l’uccisione dell’uomo-capro, il suo sangue sparso sull’ultimo covone sarebbe servito a placare la terra per quel furto indebito. Come in molti casi, l’uccisione è stata trasformata: l’uomo-capro viene portato in trionfo a spalle e tutto termina con una grande mangiata.

Così, in sordina, è comparso anche il tema di questa ricerca, in secondo piano, sullo sfondo delle vicende umane, come qualcosa di ovvio, naturale, qualcosa che c’è sempre stato e come tale senza bisogno di spiegazioni, una specie di postulato. Quando mi sono reso conto che, al pari di tanti altri nostri strumenti, la casa è stata inventata, sono rimasto stupefatto. Non tanto dall’idea in sé, quanto dal fatto che non l’avevo mai vista in questi termini. La casa è un’invenzione. È una di quelle cose che appena le dici sono già ovvie, ma a me non l’aveva mai detta nessuno. Ovvio, il Neolitico, i primi insediamenti, i villaggi, la mezzaluna fertile e tutta la conseguente narrazione che si ritrova pressoché identica nei manuali delle storie di questa o quell’altra disciplina. Credo che il perché stia proprio nel fatto che siamo abituati a far coincidere l’inizio della civiltà e quindi della storia con l’inizio dell’agricoltura e le città che ne sono derivate, tanto che hanno lo stesso nome, civiltà da civitas, città. La civiltà inizia con le città. Perché cercare oltre?

Forse perché ciò che chiamiamo civiltà è solo l’ultima parte di una storia che è durata almeno venti volte tanto? È un dato di fatto che i diecimila anni di agricoltura sono solo gli ultimi dei trecentomila dell’esistenza documentata di Homo Sapiens, noi. La colpevole abitudine di far iniziare la nostra storia dal momento in cui possediamo testimonianze scritte ha cancellato la coscienza della vastità della nostra presenza nel tempo. Ma non ne ha cancellato la realtà. Possediamo pochi resti, ma possediamo ugualmente la facoltà, e il dovere scientifico, di considerarne l’esistenza, e certamente possiamo sviluppare ipotesi, come d’altra parte facciamo per tutto ciò che conosciamo. La cosa interessante, il fatto oggettivo più difficile da capire e accettare, ciò che non si riesce a vedere se non si riparte da zero, è la dimensione temporale, l’imbarazzante differenza quantitativa e qualitativa fra il tempo che abbiamo vissuto da mobili e quello da sedentari.

In questa ottica allargata della storia, la casa come la conosciamo arriva tardi, è conseguenza diretta della coltivazione ed è vincente perché riesce a riunire nello stesso concetto diversi fattori e comportamenti. L’idea di casa appare oggi come una cristallizzazione di comportamenti millenari, fonde in un concetto unico elementi prima distinti. Tra questi, in primo luogo il gruppo, la comunità, le relazioni di parentela, i legami di amicizia. Poi il rifugio, il riparo, il luogo in cui si è al sicuro, in cui nutrirsi, raccontare, amare, proteggere. A questi si aggiunge un elemento fondamentale: il fuoco. È lui che permette la difesa, migliora il nutrimento, lega le narrazioni, dà forma allo spazio intimo del gruppo, ne crea il centro e i limiti. Il fuoco rimane fisicamente al centro dello spazio interno, intorno a lui continua a organizzarsi la vita, mentre la funzione di difesa viene delegata alla solidità dei confini dello spazio interno, i muri. La centralità del fuoco non abbandona mai la casa. Anche addomesticato e quasi irriconoscibile nella moderna trasformazione in fornelli elettrici o a microonde, continua a generare lo spazio della narrazione del gruppo, nonostante i sedicenti razionalisti abbiano cercato di comprimere il luogo che gli compete nella sola desolante funzione di aiuto nella preparazione del cibo. Quando ci fermammo, questi e altri elementi si riunirono in qualcosa di fisso, materiale, un elemento nuovo, la sostanziale novità stava nell’invenzione di confini fissi, qualcosa di cui non avevamo mai avuto bisogno fino all’arrivo dell’agricoltura, fino a quando non abbiamo più avuto la libertà di muoverci, costretti a presidiare e chiudere i campi e i raccolti. Quell’elemento nuovo era la casa.

L’invenzione della casa non è una questione di muri o di arredi. È l’espressione di un nuovo modo di organizzare le relazioni umane. Con la casa, nella casa, per mezzo della casa probabilmente nasce l’idea di famiglia coniugale. La concentrazione all’interno del nucleo familiare a due della crescita e dell’educazione dei figli comporta la disgregazione di strutture più antiche, basate su altri tipi di rapporti fra uomo, donna e gruppo sociale. Invenzione della casa e invenzione della famiglia coincidono. La formazione dell’idea di famiglia porta direttamente alla formazione dell’organizzazione sociale che arriva allo Stato. “La maggior parte delle società umane finora esistite non ha avuto né governo, né legge, né stato. Prima del IV millennio a.C. tali entità non esistevano”. È arrivato il momento di leggere la casa “non più come un dato universale della storia umana (e quindi naturale secondo le categorie di Claude Lévi-Strauss) bensì come un dato storico, un prodotto culturale della storia umana”

Fino a diecimila anni fa abbiamo fatto a meno della casa e di tutto ciò che ne deriva. Siamo un particolare tipo di animale mammifero. Una domanda interessante potrebbe essere: gli altri animali ce l’hanno la casa? O meglio, usano qualcosa di simile? La capacità di costruire si è sviluppata per venire in aiuto alle necessità biologiche, sopravvivenza e riproduzione. Gli animali costruiscono per catturare il cibo, evitare predatori ed elementi atmosferici, attrarre l’altro sesso, proteggere la prole. Tutte le nostre costruzioni si possono leggere a partire da questi parametri.

Non solo non è semplice definire l’idea di casa, c’è un altro inganno che ci aspetta, qualcosa che gli antropologi conoscono molto bene: l’abitudine a trasferire sul gruppo che stiamo analizzando le categorie mentali nelle quali siamo immersi. Noi abitiamo case, guardiamo alla preistoria e ci chiediamo: dove sono le case fra gli uomini di allora? Naturalmente l’idea che la casa non esistesse non ci passa neanche per la mente e la cerchiamo fra quello che ci sembra più simile alla nostra idea. Ed ecco che viene fuori la caverna. Ma l’inganno più subdolo è che considerando il nostro tipo di vita e cercandone indizi fra quella di allora, emerge il quadro desolante che siamo abituati a vedere in quasi tutte le narrazioni, quelle della nostra cultura sedentaria, quella che ha vinto la guerra. C’è una lunga tradizione che include anche il mito del Buon Selvaggio settecentesco che ha formato l’idea prevalente della cosiddetta preistoria. Il racconto parla di una vita di stenti dove l’uomo combatte contro una natura ostile e selvaggia, abita in oscure caverne, mangia le bacche e finalmente arriva a dominare la natura, la vince, coltiva, costruisce, diventa civile, iniziano le magnifiche sorti e progressive.

Da ormai qualche decennio la visione della cosiddetta preistoria si sta completamente rovesciando. Gli studi di diverse discipline, dall’antropologia alla linguistica, stanno precisando un panorama che è molto diverso dall’immaginario obsoleto nel quale continuiamo a imprigionarla. La domanda a cui rispondere non è più: “come mai ci abbiamo messo così tanto a iniziare a coltivare”, ma è diventata: “chi ce l’ha fatto fare?” Come mai abbiamo abbandonato uno stile di vita nel quale eravamo più sani, più liberi, mangiavamo meglio e per procurarci il cibo impiegavamo tre ore al giorno invece di otto? Di fatto, sotto molteplici punti di vista, la nostra vita nel Pleistocene pare fosse più felice, paragonata a quella degli agricoltori del periodo successivo, cioè il nostro. Allora, chi ce l’ha fatto fare? Cosa è successo? Quando, perché e come è scattata la trappola?

Naturalmente la tentazione della nostalgia dell’Età dell’Oro è forte. È quanto succede a una prima lettura superficiale. Qui non c’è nessuna nostalgia. Non c’è nessun ritorno alla natura, siamo quanto più lontani possibile dall’idea di natura che è, nel nostro Occidente cristianizzato, intrisa della visione biblica uomo-cattivo contro natura-buona. C’è il selvatico, è la wilderness che ci aspetta. La parte sconosciuta, inconoscibile per definizione. Quella che riemerge nelle metropoli più selvagge, nelle bande, nei tatuaggi, nei rave, nei sogni, negli incubi quotidiani. C’è la consapevolezza che noi siamo chi eravamo.

Quest’ottica porta inesorabilmente a vedere tutto da un altro punto di vista. Io ho una formazione da architetto. A metà degli anni Novanta ho iniziato a occuparmi di architettura ecologica e, studiando le abitazioni dal punto di vista del benessere di chi le abita, sono arrivato a una strana e imbarazzante idea: il problema della casa è la casa. Difficile da confessare, per un architetto, come sia pressoché superfluo accanirsi su materiali, tecniche, impianti. Sarebbe meglio star fuori il più possibile e muoversi. Questo in sintesi è stato il risultato di quegli anni di lavoro. Alla ricerca di soluzioni concrete, ho individuato nell’uso delle piante una possibile strada efficace e duratura. Aumentare la presenza di piante negli ambienti e nelle città. In altre parole, costruire spazi che siano assimilabili all’esterno. Costruire esterni.

Ma non è neanche questo il punto. Considerare l’abitare in un’ottica di movimento, non più fissa. Riprendersi l’atto del costruire in autonomia, sviluppando le tecniche di autocostruzione, di autodeterminazione del proprio spazio. Può essere utile per un progettista sapere che ora che il ciclo dell’agri-cultura è giunto a una svolta, anche l’architettura che ne è derivata sembra destinata a svanire. Il cacciatore non ha città, ha territori. Non risiede, cammina, si muove, si sposta. Non ha una casa, ha un’attrezzatura. Porta con sé una serie di oggetti piccoli, leggeri, intelligenti.

Il tempo dell’architettura è finito. Ora è il tempo del design.

È tempo di muoversi.


L’autore: (1958) Maurizio Corrado è architetto e scrittore. Si occupa di ecologia del progetto da metà anni Novanta. Ha lavorato per giornali e televisioni, organizzato mostre ed eventi culturali, diretto collane editoriali, riviste e pubblicato oltre venti libri di saggistica su design e architettura ecologica, alcuni tradotti in Francia e Spagna. Insegna alla Scuola di Architettura e Design dell’Università di Camerino, all’Accademia di Belle Arti di Bologna e di Verona. È membro dell’Osservatorio permanente del design di ADI.
Immagine di copertina:
Gaetano Fracassio, “Intimo rifugio” 2009, 175×130 olio e pigmenti puri emulsionati ad olio, su tela; collezione privata.

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L’invenzione della casa. Storia di una trappola | Maurizio Corrado – ESTRATTO