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L’invenzione di Morel | Adolfo Bioy Casares
Sur 2017  A cura di Francesca Lazzarato

Risvolto

L’invenzione di Morel è il romanzo più celebre di Adolfo Bioy Casares, uno dei narratori più originali della letteratura latinoamericana del Novecento. Pubblicato nel 1940, esce oggi in una nuova traduzione di Francesca Lazzarato, che ne ha curato anche la postfazione. Fortemente ispirato all’Isola del dottor Moreau di H.G. Wells e ai racconti di E.A. Poe, questo romanzo visionario narra le avventure di un fuggiasco che, sbarcato su un’isola deserta per evitare la condanna all’ergastolo, scopre di non essere solo come credeva. In bilico tra il terrore di essere identificato e la frustrazione per il desiderio di essere riconosciuto, il protagonista si ritrova sospeso tra realtà e irrealtà e inizia a seguire, osservare e spiare gli altri isolani. Sarà infine il misterioso Morel a fornirgli le chiavi di lettura di un mondo allucinatorio costituito da pura forma. Un romanzo estremamente moderno e denso, che in poche pagine cattura il lettore invogliandolo ad addentrarsi nei labi- rinti della trama e a decifrarne gli enigmi.


Recensione di Chiara Lecito

 

Se il tempo verbale del perfetto indica un’azione svoltasi nel passato, considerandola nella sua completezza, e l’aggettivo perfetto indica un qualcosa compiuto in tutte le sue parti, diventa chiaro come perfetto sia l’unica parola in grado di definire in maniera adeguata L’invenzione di Morel, capolavoro di Adolfo Bioy Casares, che racconta di un macchinario capace di donare un peculiare tipo d’immortalità e di un naufrago che ne scopre il funzionamento e ne entra a far parte.

Avrei potuto dirvi, all’arrivo: Vivremo per l’eternità. Forse avremmo rovinato tutto, sforzandoci di apparire sempre allegri. Ho pensato: una qualunque settimana trascorsa insieme sarà piacevole, se non ci sentiamo obbligati a occupare bene il tempo. Non è stato così?

Quindi vi ho regalato un’eternità piacevole.

Ma forse parlare d’immortalità non è esatto, perché l’invenzione di Morel è un’invenzione di morte, per quanto di una morte virata verso in eterna ripetizione; ma d’altronde è noto che la perfezione, come ogni completezza, contiene in sé un aspetto mortifero. L’immortalità agognata da Morel coincide con la fine della vita e la celebrazione della sua effigie, del suo ideale (la figura di Faustine e il suo “rapporto” con il protagonista è esemplare): ogni parola del romanzo suona come un monumento funebre a qualsivoglia afflato umano, ogni scoperta rimbomba del suo essere ultima, definitiva, e Bioy Casares racconta ogni pensiero e ogni movimento nello scemare sempre più fioco dei suoi riverberi.

All’uomo che, basandosi su questa relazione, inventerà una macchina capace di riunire le presenze disgregate, rivolgerò una supplica. Cerchi Faustine e me, mi faccia entrare nel paradiso della coscienza di Faustine. Sarà un atto pietoso.

È incantevole e ironico il modo in cui l’autore quasi contrappone alla ripetizione immobile creata da Morel, che distrugge la vita, la ripetizione sempre diversa dei fenomeni naturali, di quelle maree e di quegli acquitrini che finiranno per distruggere quella macchina che annienta la vita degli uomini.

Si tratta di un movimento che ha un che di apocalittico, disturbante e confortante allo stesso tempo, una perpetua ripetizione di momenti che muoiono l’uno nell’altro, un’eternità imperfetta e per questo davvero immortale e vitale, a differenza delle pietre tombali create da Morel, talmente perfette da essere incapaci di diventare altro, immobili, defunte.

E resuscitate, per un momento, solo dal racconto, e dalla vita di chi legge.


Adolfo Bioy Casares
(1914-1999) è stato uno scrittore argentino, tra i più attivi di sempre nella letteratura fantastica e fantascientifica. Vicino al gruppo di intellettuali che fondò la rivista Sur, fu per tutta la vita uno dei più cari amici di Jorge Luis Borges, con cui scrisse romanzi e racconti.

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