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Rubrica 2078 Fifth avenue
La rubrica prende il nome dalla strada in cui vissero i fratelli Collyer noti per aver accumulato un notevole quantitativo di oggetti, tra cui libri e giornali, è un pretesto narrandi per immaginare di avervi trovato libri di autori, che sebbene lontani nella memoria, hanno fortemente contribuito alla letteratura nazionale e poterne raccontare ancora.

a cura di Davide Morganti


Giuseppe-OcchiatoGiuseppe Occhiato

Ha macchie ovunque, questo libro, mi fa pena, ho anche pianto per lui, roba che se lo dicessi a qualcuno mi piglierebbe per matto, ma a me capita di commuovermi quando vedo pagine strappate o copertine rotte. Mettere ordine in questa casa è impossibile, ci provo da mesi senza che qualcosa davvero cambi. Da stamattina è uscito un sole che infastidisce le finestre, sono le cinque e mezzo del pomeriggio e ancora non si decide a andare via. Il libro si chiama “Lo sdiregno”, è di Giuseppe Occhiato, un preside calabrese morto nel 2010; non è che ci sia una trama, è la storia di una incursione area nella zona di Mileto, anno 1943, quando lo scrittore era un bambino. A un certo punto Occhiato comincia a parlare di un angelo che decora una chiesa, confesso che stavo per chiuderlo perché a me i dettagli architettonici danno solo noiosa confusione; e invece. “Sembra avere in mano i destini delle case accalcate ai suoi piedi. Se volesse, con uno squillo possente della tromba potrebbe far crollare le confortevoli abitazioni dei benestanti, oppure adeguarle alle case dei Lo sdiregnopoveri fioritani. Se volesse potrebbe lenire i tormenti dei malati, estirpare assilli e dolenzìe dagli animi degli infelici, consolare le vedove e gli orfani; potrebbe perfino far scaturire dagli sprofondi della terra un raddrizzatore di torti, un restauratore di giustizia. Per ora, si limita ad attendere. Non è indifferente alla pietà verso gli affaticati e gli arsuriati che penìano alla sua ombra”. Un’esplosione teologica prima che morale, una preghiera in forma di pazienza che par essere un sermone medievale. Occhiato si mette a raccontare con lingua felice, luminosa e allo stesso tempo scura come in fondo è la storia meridionale. La Calabria diventa l’Italia tutta, la lingua di don Peppino, come mi viene di chiamarlo per ammirazione, descrive l’Italia della guerra, che poi diventa quella del dopoguerra, quella dell’oggi e quella del domani. Le descrizioni del bombardamento sono strazianti, le immagini di cui si serve Occhiato sono carne e sangue, gola e grido, labbra e affanno, occhi e dolore: non avrei mai immaginato di trovare simili morti in un libro che credevo essere solo memoria di un nostalgico.Come fosse avanzato il giorno e l’ardore della calura avesse funestato la temperatura dell’aria, quei corpi si sarebbero disfatti, sciolti in acqua e materia. Già l’odore era insopportabile. Fin dai primi lustri dell’albasìa i cani randagi, trattenuti fuori del cortile dal grande cancello in ferro che era stato chiuso la sera avanti, non avevano smesso di ringhiare, sconvolti da quei fetori”. Il sole mi inquieta, vedo meglio il mio corpo che decade, la mia pelle sbiancata dalla penombra, vado nascondendomi nei posti più bui di questa immensa, tragica, inutile casa che sembra volermi divorare senza mai decidersi. Le voci dei bambini a quest’ora sono più vicine, forse perché giocano in strada o tornano da una festa; vorrei che andassero via, mi fanno salire il mal di testa e ho ancora tanto da fare in questo cimitero di carta e polvere. Il libro di Occhiato è un capolavoro di aderenza tra parole e storia, quando parla senti la bocca riempirsi di terra e di tutte le ore che quegli uomini hanno vissuto nell’orrore dell’attesa, della fame e della morte. So che non avrà mai successo né i manuali di letteratura si degneranno di accoglierlo nelle loro insulse pagine, meglio per don Peppino, almeno potrà riposare tra i morti e non tra i finti vivi. “Era stata uccisa da un colpo di mitragliatrice alla fronte, proprio sopra l’occhio, e la pallottola le era uscita di dietro la coccalina. Allora Antonio disse: per sapere se è la mamma, mettile la mano dentro al petto e vedi se ci sono la mia tessera e il fazzoletto con i soldi. Io non volevo farlo; poi, però, lo feci e tirai fuori il fazzoletto con la tessera e i soldi. Era il resto della spesa del pane, ma il pane non lo trovammo. Come riconoscemmo la mamma, ci gettammo a piangere sopra di lei”. Finalmente la luce è andata via, cominciavo a essere stanco, le ombre si sono accovacciate nei soliti luoghi, nei soliti angoli e io mi sento più sicuro. Anche le voci dei bambini sono sparite, solo le auto, quando passano, continuano a ronzare in casa. Devo trovare un posto per questo libro ma non so dove: l’umidità è dappertutto, sta mangiando carta vecchia e carta giovane. Ci sono momenti in cui don Peppino inscena carnevali anneriti dalla morte, come quei quadri di Bosch o del ceroplasta Gaetano Zummo, il più grande del Seicento. “Dappertutto là dove era passata la tempestosa dragonara, morti ammuchiati, feriti, carogne di animali, sangue, cenere, fumazzi, fetori; e al sangue gentile e sacro dei cristiani si mescolava quello selvaggio del bestiame. Corpi pestati, dilaniati, carni lazzariate, arti spezzati e mutilati, abbandonati in mezzo alla polvere, sulla terra, sul letame, e sopra sciami ronzanti di scalambri e mosche tavane che mordevano e strappavano le carni a pezzo a pezzo”. Un grand guignol di umana pietas, carnazza senza più ritegno, con il mondo che, ancora una volta, fa da obitorio alle nostre vite stese sotto i neon. Ho i polpastrelli indolenziti, comincio ad avere problemi alla circolazione, ho paura di perdere la sensibilità delle dita, sarebbe terribile non poter più sentire al tatto la consistenza di un libro, inequivocabile prova ontologica della nostra esistenza.


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Vintage: Lo sdiregno | Giuseppe Occhiato

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