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Lontano da ogni riva | Jean Claude Izzo
Edizioni Ensemble 2018
traduzione di Annalisa Comes

 

di Emanuela Chiriacò

C’è un legame indissolubile tra Jean Claude Izzo e il Mediterraneo, un’isola fatta di acque e terre dalle molteplici civiltà, culture, lingue, di contraddizioni, naufragi e sbarchi, di paure e sbarramenti, di accoglienze e passaggi, a cui il poeta rivendica appartenenza.

Appartengo al Mediterraneo. Questo mare lo vivo, lo respiro, lo sogno, lo penso da un solo punto di vista. Quello di Marsiglia. La città dove sono nato per un caso dall’esilio di mio padre, napoletano e da mia madre, andalusa. Rivendicando tale appartenenza, rientro − ne ho piena coscienza e voi avete il diritto di saperlo − nelle categorie delle nuove «classi pericolose», così come sono definite da un importante rapporto (importante per l’avvenire dell’Europa) della Banca Mondiale. E poi ancora, arbitrari, fanatici, violenti. E anche, evidentemente, miserabili. Questo rapporto dice che siamo, noi del Mediterraneo, numerosi, indisciplinati certo migranti. (…) Marsiglia (…) Ultima sopravvivenza degli incroci di uomini e di culture.

Sono passati diciotto anni dalla morte di Jean Claude Izzo e il Mediterraneo, luogo di migrazioni convulse e dolorose, ha visto e vissuto tante cose nel frattempo mentre la sua poesia resta attuale e significativa come una mano tesa tra le due sponde. Non è poesia militante nel linguaggio quanto nell’impianto cromatico e lirico, carico di caducità e fragilità soprattutto in questa raccolta che sembra accompagnarlo per mare verso l’ultimo viaggio con il biglietto di sola andata, restituendo infinita permanenza al suo lavoro. Izzo arriva molto giovane alla poesia, nel 1969; per lui, una necessità, un’emergenza estetica per l’uso della bellezza delle parole e al contempo un vettore che gli permette di essere fedele, il più possibile fedele, all’innocenza.

La poesia La Plage du prophète (una delle più antiche spiagge di Marsiglia), testamento poetico e spirituale scritto a pochi giorni dalla fine, nasce come scelta precisa e ha una grande connotazione etica; quella spiaggia è il luogo di iniziazione al nuoto per i bambini, il superamento della riva, lo spostamento oltre il confine, la scoperta della bellezza e del difficile destino dell’incontro, della profezia e dell’esilio.

Lontano da ogni riva, curata e tradotta Annalisa Comes con le illustrazioni di Jacques Ferrandez, è una raccolta del 2002, pubblicata da Ensemble edizioni nel 2018 per la collana Erranze; una raccolta che apre le braccia all’ignoto, che punta all’orizzonte inteso come uno scorcio di luce lontana, che parla del vuoto nello stomaco provocato dalla mancanza di appigli in mare aperto, preparazione all’orizzontalità eterna del feticcio corpo e elevazione assoluta dello spirito, luce che si congiunge alla luce. In questa raccolta, la vita perde la sua complessità e la sua connotazione organica. Le pietre, le rovine abbacinate dal sole, sono ferme nel loro biancore assoluto, Bianchezza mortale, fino all’immobilità.

La luce è tutto il paesaggio.
Si è ispessita, approfondita. Accerchiate, le ore si
sottomettono. Un istante: il tempo di me stesso nell’assoluta
immobilità.

L’inesorabile tempo che passa e conduce alla fissità totale, al mancato movimento. L’esperienza della vita si colloca in uno spazio rurale multidimensionale bianco, somma di tutti i colori e assenza degli stessi, apertura alla luce eterna. Izzo consuma in questa raccolta la consapevolezza decadente della fine della sua esistenza e la ammanta di silenzio.

(…) il silenzio che urla nel silenzio.

Un silenzio che divora le parole in un gioco lirico di annullamento reciproco per creare ineffabile assenza di suono. Sul ciglio dell’esistenza, il silenzio che Izzo descrive è una forma di resistenza, forse immanenza; un silenzio bagnato di sacralità, antidoto al rumore per citare Kierkegaard.

Il silenzio si tesse di trasparenza e spessore.

Un silenzio velato che permane inespresso e inesprimibile: universale e collettivo, individuale e singolare. Il silenzio delle radici che si seccano e fuoriescono dal terreno che le ha sempre nutrite. Una ferita che raccontata apre uno squarcio sulla bellezza che ha nutrito gli occhi del poeta. Marsiglia, la macchia mediterranea, il raccordo graduale eppure di rottura tra il marino al rurale, un’oscillazione tra il perpetuo e l’eterno e la breccia lasciata dalla sparizione del paesaggio, tra l’immobilità e il cammino segnato dalle rovine. Il corpo segnato da solchi di maturità e vissuto, conoscenza tattile della pelle ispessita dal tempo

Il silenzio si impone e sul mio volto leggo le mie rughe:
so tutto il mio passato sull’orlo bianco di questo innominabile
presente.
Qui mi sfinisco a vivere.

Lo sfinimento ci ciò che resta da vivere, la nudità della terra e la sua siccità a cui si aggiunge l’attesa giustificata

l’attesa sempre.

Ora la terra è nuda. Nozze: la luce spessisce la luce – il sole
svia dal suo corso un torrente – Dritto, immobile, accecato.
Cieco: non sento ciò che tramano acqua e cielo, e la mia vita
si interroga.
Vi sono segreti inaccessibili alla comprensione: l’accanimento
a vivere nell’aridità mentre si esaurisce la speranza – il grano, e
la mano che falcia, la lingua che nomina il grano.
Allora, scambiare la mia memoria contro la luce:
mezzogiorno, economia delle parole.
(…)

La mia lingua si slega. – La luce.
A contatto con le ore nasce un’altra Memoria: il presente
che si inventa. Nessun mediatore per una simile rivoluzione.
(…)

Allora iscriversi nella luce ed essere parola
che scava lo spazio – scorticatura universale.
La verità è la pratica delle ore sulla terra incolta. E sotto la
mia pelle, batte, il sangue, senza giustificazione.
E le pietre, spigolate con i detriti del tempo, si
ammucchiano: muraglia. Il paese trattenuto entro questi muri
si innalza: l’aratura riversa le sue onde, i campi si rovesciano
nelle acque: mietiture… Altrove le barche ritornano, cariche
di pesci…
(…)

Ormeggio qui le mie frasi di speranza: nel campo della
Storia
e l’attesa, ancora.

La lingua del poeta si slega dall’economia delle parole, si illumina della memoria a termine del presente eppure la sua attesa non gli impedisce di sentire la vita che pullula nel paese dalle onde del grano pronto all’aratura, alla mietitura e il ritorno delle barche dal mare con il pescato. Lì resta feconda la parola parlata (la parole), a Izzo rimane quella scritta, incisa sulla carta (le mot). Ormai la prigionia della luce che lo ha catturato nell’attesa di diventare lui stesso bagliore, nonostante il viola del lutto che sta per consumarsi, lo lascia desideroso

Laggiù, nei limiti avidi del tempo, dove la scorza si dà
un’altra apparenza, prigioniero di luce, cerco le istanze di viola
dove potrò testimoniare la bellezza di un fico maturo spaccato
con dita folli di desiderio.

Lontano da ogni riva è una raccolta in cui il poeta non sa più le parole e nella […] sua bocca dimora la bruciatura di non saper più dire, di non sapere più.

In quella confusione ragionata, produce una lingua nuda, essenziale, densa e permeata di dolore decadente, di un sentimento di eternità e fragilità. Ci restituisce la bellezza del mondo e l’idea della morte, unendole nello stesso soffio; l’apparente semplicità della felicità e la sua infinita precarietà. Izzo si fa portatore di emozioni universali, fondamentalmente umane. Lui esiliato trasparente dalla vita, vuole solo dirci che la morte è insopportabile ma la poesia come lui stesso afferma in un’intervista a Christine Ferniot pubblicata il 01 luglio del1998 su L’Express

J’écris de la poésie depuis 1969. C’est avec elle que j’ai appris à transmettre l’émotion sans passer par la description de l’image.

La poesia gli permette di trasmettere l’emozione senza passare dalla descrizione dell’immagine, la supera, evocandola, la smargina e la restituisce alla nostra sensibilità.

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