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Luci sulla Contea | Giulio Iacoli
D’Arzo alla prova della critica tematica
Postfazione di Elisa Vignali
Mucchi Editore 2017

di Paolo Risi

Silvio D’Arzo, nom de plume di Ezio Comparoni, nasce a Reggio Emilia nel 1920, in un’umilissima abitazione in via Aschieri numero 4. Non conoscerà mai suo padre, ma in compenso cresce accanto a una madre amorevole, che ne intuisce fin da subito la predisposizione agli studi, in particolare letterari. Lo scrittore reggiano si diploma da privatista a 16 anni, poi a 21 si laurea all’Università di Bologna con una tesi in glottologia. Sbocco naturale del suo curriculum scolastico è l’insegnamento, professione che non sarà mai realmente al centro dei suoi interessi.

È la letteratura, al di fuori dell’organizzazione scolastica, la sua vera passione, coltivata attraverso l’elaborazione di saggi critici (in particolare dedicati ad autori angloamericani) e l’esercizio della scrittura creativa, vissuto da Silvio D’Arzo come impagabile diletto e aspirazione (“Niente al mondo è più bello che scrivere” scrisse in una lettera “Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so èforse questa”).

Il suo esordio è a soli quindici anni: pubblica Maschere, volumetto di un centinaio di pagine che raggruppa sette racconti, e la raccolta di poesie Luci e penombre. In seguito si cimenterà con la narrativa per ragazzi (a partire dal 1940) e svilupperà la sua ricerca poetica attraverso la redazione di racconti brevi (alcuni di straordinaria fattura) e romanzi. All’insegna del Buon Corsiero, pubblicato da Vallecchi nel 1942, rimarrà il suo unico romanzo pubblicato in vita, mentre il racconto lungo Casa d’altri (uscito postumo nel 1953) verrà insignito del titolo di “racconto perfetto” dal premio Nobel Eugenio Montale.

Silvio D’Arzo (che morì di leucemia a soli 32 anni) può essere considerato un classico caso letterario. A lungo dimenticato (ma Pasolini nel 1961 accostò D’Arzo, la sua significatività, a autori come Gadda, Moravia, Morante, Bassani, Calvino, Cassola, Tomasi di Lampedusa) negli ultimi anni ha generato attorno a sé una cospicua produzione di interventi, studi e saggi critici.

Nello specifico Luci sulla Contea di Giulio Iacoli situa il proprio campo di ricerca sul crinale fra tradizione e innovazione, impiegando gli strumenti della critica tematica per sottolineare e approfondire temi di fondo, costanti descrittive, parole, metafore e metonimie chiave. Scrive l’autore nell’introduzione all’opera: “Lungi dall’essere reperibili e confinati in una topica prefissata, i temi ci appaiono allora l’incarnazione di una visione autoriale (di una richiesta implicita di comprensione, di attuazione di un piano di lettura) che mette così alla prova i dati delle teorie, sottraendoli a una certa astrattezza costitutiva”.

Il lavoro di Iacoli va a dissodare le costanti tematiche che, nella maggior parte dei casi, non sono state sottoposte a indagini approfondite e che tangenzialmente incontrano la questione inerente ai generi, significativa nel contesto della produzione letteraria darziana. Emergono comuni denominatori, reiterazioni che rivelano in trasparenza sentimenti di estraniazione, blocchi psicologici e relazionali che si riversano su personaggi e paesaggi, tipologie umane e cromatismi (ad esempio il ricorso al colore grigio, snodo fra identità e crisi della stessa). Esaminando il racconto Essi pensano ad altro vengono rilevate da Iacoli consistenti linee problematiche, inerenti, in primo luogo, alla sessualità e alle intime paure dell’individuo, contrappuntate, nel protagonista, da una visione trepidante e ossessiva del mondo esterno, dei suoi legami associativi.

Ampio spazio viene accordato nel saggio critico ai temi che emergono dalla narrativa indirizzata ai ragazzi, ben presente e significativa nella biografia dello scrittore emiliano (da ricordare, fra gli altri, Penny Wirton e sua madre, Il pinguino senza frace Tobby in prigione). Iacoli rileva ampie confluenze, rimarca ancora una volta la tendenza a mescolare generi letterari, a inculcare motivi e costanti nella sistematicità del processo ideativo. Anche nella narrativa per l’infanzia, quindi, riemergono spunti, simboli e correlativi metaforici che “riconnettono al cuore concettuale (ai fondamenti biografici come all’espressione di una visione del mondo) dell’opera di D’Arzo, dove, è cosa nota, la separatezza, l’esclusione e la diversità appaiono incolmabili, nella costituzione del personaggio e del suo vissuto”.

Altre immagini mettono in chiaro una rilevante specificità biografica, vale a dire l’inclusione, come si è detto piuttosto problematica, dello scrittore Silvio D’Arzo nella rete gerarchica e sistemica dell’ente scolastico. Dalla lettura critica offertaci da Luci sulla Contea scaturiscono figure martoriate dalla costrizione, minacciate dal burn out e da un assillo inconcepibile, raffigurazioni vivide che arricchiscono la perlustrazione di profondità e congiunzioni psicologiche.

Un altro degli approcci più convincenti riguarda le escursioni tematiche in chiave gender, che traggono spunto da alcuni brani per l’infanzia, dallo studio rivolto all’universo femminile e a personaggi-simbolo (Riccardo, protagonista di Essi pensano ad altro). L’approccio di Giulio Iacoli, teso a proporre originali occasioni interpretative, sostanzia significative linee metodologiche che, come evidenzia Elisa Vignali nella postfazione, portano a “non sottacere e anzi amplificare il “problema” di certe questioni radicali in D’Arzo, legate al senso di immedicabile estraneità dei personaggi, almeno in parte riflesso della solitudine dello scrittore rispetto al mondo autoreferenziale della provincia di origine e spia di un suo rapporto conflittuale con una visione della realtà che si vorrebbe incanalata dentro modelli rigidamente normativi”.

Nella sezione conclusiva di Luci sulla Contea viene proposta una lettura geoletteraria (influenzata da un approccio geopoetico) relativa al racconto Casa d’altri. L’incontro fra i due protagonisti (l’anziana lavandaia Zelinda e il prete di Montelice), la vicenda che li lega tragicamente, viene analizzata riferendosi allo “spazio retorico” e all’infusione di peculiarità derivate dalle tessiture del paesaggio. Le inquadrature accurate dei luoghi darziani danno conto di impressioni, di affondi metafisici e di rifrazioni nei territori della Storia (l’Italia del secondo dopoguerra) che testimoniano la modernità dell’impianto stilistico del “racconto perfetto”. Quest’ultima narrazione, nel conclusivo capitolo del volume pubblicato da Mucchi Editore, viene ulteriormente investigata in parallelo all’adattamento cinematografico che ne fece, nel 1954, il regista Alessandro Blasetti. Si tratta di un accurato scavo filologico e analitico, condotto per la prima volta sulle bozze originali della sceneggiatura (ad essa collaborò Giorgio Bassani) e teso a sfrondare l’opera cinematografica da interpretazioni semplicistiche e a valutarne minuziosamente le deviazioni rispetto all’originale nucleo compositivo.

Saper leggere tra le pieghe del testo, interrogandone i non detti e il rimosso” scrive infine nella postfazione Elisa Vignali “è precisamente l’operazione compiuta in Luci sulla Contea, con un rigore non disgiunto da una passione coltivata negli anni per uno stesso oggetto di studio, attraversato con costanza e continuità, ed è in fondo anche quanto implicitamente si richiede a un lettore al contempo paziente e partecipe, in grado di esercitare lo spirito critico e di prendere di volta in volta posizione”.

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