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foto di Fabrizio Fantoni

Intervista di Alessandro Canzian a Luigia Sorrentino

Cos’è la poesia?

La poesia è un estremo tentativo di riparazione. Ciò che abbiamo riparato, è proprio lì, davanti ai nostri occhi, ed è ancora in vita, nonostante tutto. La poesia è chiusa in un grumo di parole sulla pagina arrivate per porre rimedio a ciò che accaduto. L’atto riparatorio sembra essere sempre l’ultimo. Dopo, non ci sono altre possibilità, il gesto della poesia è definitivo. Il poeta cerca di riparare la realtà e a volte, di ripararsi dalla realtà. In questo senso la poesia ha una funzione salvifica per chi la scrive. In chi la legge invece, può provocare un senso di spaesamento, d’inadeguatezza perché non sempre siamo pronti a opporci alla forza distruttrice del tempo e a entrare in relazione con l’eterno compiuto dalla poesia. Sempre la poesia stabilisce un rapporto con la lontananza, con ciò che si è perduto lontano da noi, nella memoria di un passato irrecuperabile.

La poesia non è un esercizio di stile, un mettere insieme una dietro l’altra le parole, ma un richiamo potente su qualcosa che chiede di essere visto, ascoltato, compreso. La poesia si alimenta a un ritmo, a un canto, e pone in essere una musicalità sincronica, fonetica, grammaticale, lessicale, a volte anche diacronica, dissonante, in netto contrasto con l’armonia che la poesia vuole generare.

Il poeta sta sempre con la testa scoperta, in una vigilia o in uno stato di veglia, nel tempo e oltre, in un tentativo di riconciliazione o in un atto di denuncia. Pensiamo a Paul Celan, ebreo rumeno che con l’uso del linguaggio, il tedesco, la lingua parlata dal nemico, ha provato a riparare la ferita della Shoah. Poesie come Fuga di morte o Corona nella quale si legge: “E’ tempo che sia tempo/ è tempo che si sappia/ è tempo” sono irripetibili e assolute. E’ tempo – scrive Celan nella metà degli anni Quaranta denunciando fatti che in Europa nessuno voleva vedere – di prendere coscienza di quello che è accaduto agli ebrei durante il Nazismo. Tuttavia, l’estremo gesto di riparazione che compie il poeta mettendo la Catastrofe nella bocca del nemico, è senza speranza, perché non gli salva la vita, ma rende giustizia a un popolo oppresso. Dopo aver raccontato il male assoluto, la lingua di Celan si lacera, diventa sempre più un frammento, il linguaggio spezza e verticalizza qualsiasi connessione con la realtà oggettiva, ed entra in relazione con una realtà interiore e astratta, dove più nulla può essere riparato. Questo per spiegare perché non sempre la poesia salva la vita.


A cosa serve la poesia?

La poesia non serve a qualcosa di preciso. E’ un’arte misteriosissima e destinata a pochi eletti. Non ha mercato né valore economico. Nasce dalla necessità di diffondere qualcosa che è importante far sapere. Spesso la poesia la leggiamo quando abbiamo bisogno di essere consolati, quando mancano le parole per affermare qualcosa che diversamente non potremmo dire. La poesia la incontriamo quando cerchiamo le parole per definire qualcosa che è dentro di noi, che stiamo vivendo e che non riusciamo a esprimere in maniera compiuta.


Come definiresti la TUA poesia?

Per me la poesia è un luogo. Ritornando in quello stesso luogo cerco le parole per rispondere sempre alla stessa domanda: qual è il mio posto nel mondo? Qual è il mio compito? Continuamente mi metto alla ricerca di una risposta a questa domanda. Non sempre riesco a trovarla e allora continuo a cercarla ritornando nello stesso luogo. E’ un moto infinito. Nel luogo delle domande è bello sostare, perché mi sembra di essere nel posto giusto. La poesia per me nasce dalla necessità di “sfamare” le risposte a tutte le domande possibili sapendo che sono in tutti, profondamente, al punto che senza di esse l’esistenza non avrebbe alcun senso.

 

Quali consigli daresti oggi al poeta esordiente, ma anche al poeta che lavora già da qualche anno?

I poeti giovani quando hanno talento e lo coltivano con passione senza disperderlo, sono una fonte inesauribile di conoscenza. Mi piace ascoltarli, entrare in dialogo con loro. In alcuni di essi c’è davvero il germe della poesia che esprimono in modo istintivo, con una forza vitale e fisica.

Ai poeti che lavorano già da qualche anno, chiedo di essere meno narcisisti, di non avere fretta, di aspettare che la poesia torni davvero prima di pubblicare un nuovo libro. Non è la quantità dei libri pubblicati che ci rende poeti, ma la qualità della poesia, che deve essere altissima.

 


Tre poesie inedite

nascosto nella tana dorme il bosco

le mani non sostengono più niente
piccole ossa, radici pietrose
di alberi accresciuti
dal seme oltre misura

l’eterno, la cosa compiuta
nella parola, appare in un coro

*

totale il sentiero della terra

la piccola forma della luce
è una fiamma,

nel ritmo del torace

così dispiegata nel vento,
nello stesso petto discende

aderendo, siamo succo denso,
qualsiasi cosa, aperta e vuota

mostrata senza palmo
la sua essenza liberata
con la stessa devozione
del tradimento di tutte le parole
si consuma l’intero universo

*

la massa del fiore,
corolla di inesauribile accoglimento
urta il vento

incalcolabile il pianto, dai nudi
occhi scivola,
non è più sua
la piccola vita, si mette via

interrogata trema
fra i tronchi degli alberi

canta, così canta
tutta la notte adagiata


 

 

 

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Luigia Sorrentino | Sulla Poesia

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