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Malanotte | Marilina Giaquinta
Coazinzola Press 2017

di Ivano Mugnaini

I racconti di questo libro si aprono con una frase breve, secca. Quasi una prima pennellata su una tela per lasciare che siano poi i colori, o il loro contrario, le ombre, il buio, a disegnare, a disegnarci, tracciando geometrie e ghirigori, abbozzi di vite e scarabocchi, fino al punto in cui i segni e i segnali coincidono e si rincorrono senza lasciarsi afferrare del tutto, restando spietatamente fascinosi e sfuggenti.

L’incipit è sempre una lama nel buio. Di pugnale, ma anche di luce, quel tanto che basta a fare intravedere una scena, una situazione, un evento in atto o una prospettiva aperta a infiniti esiti. Si è chiamati a collaborare, a dilatare la pupilla e la mente cercando di vedere qualcosa di più, provando in un istante a indovinare a tentoni ciò che accadrà, sia ai personaggi sia a noi stessi, lettori e aiuto-registi, collaboratori per forza e per amore, coautori di queste vicende che poi puntualmente prenderanno strade autonome, vicoli inattesi di destini imprevedibili, o, peggio, crudamente scontati, nell’orrore quotidiano la cui parte potenzialmente più feroce è la resa, l’abitudine al “cuore di tenebra”.

La cecità parziale acuisce i sensi. Conduce in una condizione paradossale in cui si riesce a vedere sul serio, dopo l’esercizio tenace della riflessione e della rinascita: si vede ciò che c’è e anche quello che non siamo, la parte buia, l’antimateria di cui siamo costituiti e con cui dobbiamo venire a patti: “Non ci vedo. Non so più come si fa. Non lo ricordo. Mi chiamano per nome. Ma non è il mio. Lo sento. Certo che lo sento. Ma è il nome di un’altra. Un’estranea. Mi giro a cercarla. Annamaria. Lei mi sorride e mi dice che quello è il mio nome. Che stanno chiamando proprio me. Che mi vogliono. Non capisco perché mi stanno cercando. Allora me lo scrivo, il mio nome. Lo guardo mentre giace morto al centro di un foglio bianco, un nome lungo, composto, in paziente attesa che io lo riconosca. Non ha fretta lui. Ha tutto il tempo che vuole. E che voglio. Ma non mi sembra un nome. Non ricordo a che servono i nomi. Segni scuri, discontinui o uniti, panciuti, superbi, scoppiano di salute e si vantano, loro. Loro che non hanno un senso, un senso a me noto, un senso di memoria. Elenchi”.

In questo brano tratto dal racconto conclusivo, “Il mio nome”, figura vestita di scuro nell’ombra, forse sorridente, di sicuro compiaciuto e ghignante, si intravede don Luigi Pirandello, con il suo occhio sbilenco in grado di estendersi oltre l’angolazione concessa agli uomini, arrivando a sfidare i camaleonti per la capacità di ruotare avanti e indietro, cogliendo ciò non siamo ma pretendiamo di essere. L’uomo di Girgenti è stato lì tutto il tempo, fin dal racconto iniziale. Marilina Giaquinta lo sa, ne sente la presenza, il peso e il respiro, ma, senza scordarlo, propone una sua personalissima lettura del buio. Una narrazione fatta di solida poesia, della consapevolezza che l’elaborazione del linguaggio, la cura voluttuosa e rigorosa di ogni sillaba non è in contrasto con l’urgenza di dare un volto al reale. Anzi, con la lente della parola passata attraverso processi quasi alchemici di lavorazione, si può vedere quella zona tra luce e oscurità in cui accade la vita che conta, quella fatta di miseria e disperazione, ma, al contempo, della capacità di non lasciarsi annichilire. Perché la raccolta si apre con “Questa notte non vuole morire” e si conclude con: “Se guardo le cose non so dirle, non ricordo cosa sono, non so chiamarle, non capisco perché stanno lì. Non ricordo chi ce le ha messe. Non ricordo perché ne ho bisogno. Però sento. Sento ancora. Sento. Il nome di quella signora che si guarda allo specchio e mi sorride triste”. Si chiude il libro (restando quanto mai aperto) con una sorpresa che diventa certezza: essere ancora capaci di sentire. Ed è l’ossimoro essenziale, il conflitto mai spento tra le ultimissime parole, quella coppia improbabile che si azzuffa e si abbraccia, quel “sorride triste” che racchiude in sé il percorso e la meta.

Per acquisire la coscienza del proprio io, per poter pronunciare le parole “Il mio nome” senza che diventino suoni senza corpo e senza respiro, bisogna avere il coraggio di guardare negli occhi “Questa notte che non vuole morire”. Nelle pagine del libro si sperimenta la complessità dell’ottica della mente e del cuore. Tutto è consapevolmente ambivalente, sfumato, adeguatamente complesso. La notte che non vuole morire ci fa pensare ad un atto di pervicace ostinazione ma anche a una forma estrema di esistenza e resistenza. Tra i due estremi, in questa composizione ad anello di storie individuali che diventano collettive, si collocano le diverse “osservazioni” del mondo: muri, asili, spazzatura, vernici, barboni, vetri, lamiere, sogni e amori, anzi amùri. La vita. In sintesi. Tra sguardi diretti e ironie mai sdolcinate, sempre realistiche senza mai rinunciare ad una lunga occhiata di sbieco verso una finestra laterale, in apparenza fuori traiettoria, fuori della logica e dell’inquadratura. La finestra ci mostra un bivio, un altro ancora: il punto dove si incrociano le nuvole e la luce solare. Qui ritroviamo gli estremi contrapposti, quelli che Giuseppe Giglio nella postfazione sintetizza facendo riferimento a Bufalino e a Rilke. Lo scrittore siciliano ci ricorda che “Uno scrittore non è mai innocente” e che a lui somiglia ogni lettore, nel bene e nel male. Rilke ci avverte che «Noi abbiamo da imparare, quando amiamo, solo questo: lasciarci. Perché il tenersi, questo per noi è facile, e non c’è bisogno di impararlo». Ma sarebbe troppo facile cedere le armi al buio. Marilina Giaquinta in questi racconti ha effettuato un viaggio dentro il senso del vivere attraverso lo scrivere e viceversa. In ciascuno delle due attività si parte dalla cecità e si arriva ad una forma che, delineandosi, dà misura a noi stessi: “A volte con quel foglio bianco mi ritrovo davanti allo specchio. Non ricordo come ci sono arrivata. Vedo davanti a me una persona che tiene con entrambi le mani un foglio bianco e ci leggo sopra “A-nn-a-m-a-ri-a” . Non so che ci faccio davanti allo specchio e perché sto guardando quella signora. Le sorrido”. L’arte, anche del vivere, è in quel tentativo di sorriso. Tanto più essenziale quanto più immotivato, in apparenza.

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