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Maledetti toscani – Curzio Malaparte
Adelphi 2017

 

nota di Otello Marcacci

Kurt Erich Suckert, nato a Prato una mattina di giugno del 1898, è diventato famoso con il nome di Curzio Malaparte. Quasi coetanei, mio nonno ebbe modo di conoscerlo e di parlarmi di lui. Tuttavia per molti anni non avevo idea di chi fosse quest’uomo che descriveva come tutto d’un pezzo e capace di utilizzare tatto ed educazione anche con le persone più immeritevoli ma, soprattutto, in grado di vedere cose che le persone normali non riuscivano a scorgere.

Solo da grande sono riuscito a mettere assieme i ricordi di quei pezzi di conversazione e a capire tramite esse alcuni drastici cambiamenti di rotta che lo scrittore ha scelto di compiere e che gli sono costati molte accuse di pressapochismo e di utilitarismo narcisistico. Su tutti il famoso passaggio da un fascismo militante (partecipò alla Marcia su Roma) a un antifascismo ancora più radicato che lo portò fino al confino di Lipari.

Mi sono convinto, cioè, che Malaparte fosse un vero toscano e quindi, come molto bene ha descritto, uno spirito libero (“Nel concetto dei toscani, chi non è un uomo libero è un uomo grullo”) uno che amava pensare con la propria testa, l’unica con la quale occorreva fare i conti. L’idea che solo Mussolini e il suo movimento dei fasci avrebbe potuto risanare la corruzione romana che per Malaparte era (già allora) il cancro del Paese, fu presto spazzata via dalla presa di coscienza che nessuna rivoluzione sociale che auspicava sarebbe mai stata compiuta dai fascisti.

E non ebbe alcuna paura a ritornare sulle sue opinioni personali e ad abiurare un passato che diventò però all’improvviso molto pesante. Fu, infatti, ostracizzato dall’intellighentia di sinistra post bellica (Calvino, Gobetti, Moravia su tutti) che cercò di impedirgli l’accesso ai salotti buoni e alle pubblicazioni con case editrici importanti nonostante l’ultima stagione del Malaparte fosse tratteggiata da un amore viscerale per il comunismo cinese che lo portò anche a redigere un testamento poi impugnato dagli eredi con il quale lasciava proprio alla Repubblica di Mao ogni suo avere.

Il testo Maledetti toscani non è il suo libro più venduto (che io sappia dovrebbero essere stati Kaputt e La pelle) né quello per cui ha lavorato una vita e ha sputato l’anima.

In realtà non è né un romanzo né un saggio ma solo una grande dichiarazione di amore per la sua terra e per coloro che la abitano («E maggiore fortuna sarebbe se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani. Se è cosa difficile essere italiano, difficilissima cosa è l’essere toscano, molto più che abruzzese, lombardo, romano, piemontese, napoletano, o francese, tedesco, spagnolo, inglese. E non già perché noi toscani siamo migliori o peggiori degli altri, italiani o stranieri, ma perché, grazie a Dio, siamo diversi da ogni altra nazione: per qualcosa che è in noi, nella nostra profonda natura, qualcosa di diverso da quel che gli altri hanno dentro”. )

Tuttavia è per certo quello per cui, ai nostri tempi, lui deve la sua fama ed è anche il più controverso. Ci sono state molte recensioni negative, Jean Francois Revel, critico e filosofo francese lo ha persino definito “ridicolo”. Personalmente credo che sia un errore madornale arrivare a tanto perché Maledetti toscani è senza dubbio un bellissimo viaggio fatto assieme a un’anima che aveva dentro una luce particolare. E, proprio come Virgilio aveva fatto con Dante, accompagna il lettore per le varie province toscane cercando di mostrare spaccati di vita, aneddoti, facezie motti e freddure. Partendo dalla sua città natale parlando dei cenciaioli quando ancora i cinesi non l’avevano invasa, passando per Firenze e Siena si arriva al mare dove Malaparte fa una delle più belle descrizioni della città che abbia mai letto e che ti fa immaginare di essere là e venire la voglia di goderti il mare assieme alla gente locale (“Guardateli quando vengono a sedersi qui, di sera o di mattina: stendono le gambe adagio adagio, e intanto con mano lieve e cauta vanno lisciandosi i ginocchi, gli stinchi, i calcagni. Poi si guardano le dita dei piedi macchiati di catrame, e t’accorgi che muoion dalla voglia di toccarsele, di provar che suono dànno, come fa il pianista coi tasti, di far scattare l’alluce bitorzoluto come fosse il grilletto di un fucile”).

La lettura di Maledetti toscani non è semplice come potrebbe apparire. Il testo è scritto in maniera a volte esageratamente grottesca e spesso l’intransigenza nel sentirsi de facto superiore agli altri anche se si dice il contrario è così forte che qualcuno potrebbe anche provare una qual certa repulsione verso il libro in sé, in quanto espressione di un’ideologia di supremazia culturale che resiste ancora ai nostri giorni. Tuttavia questo non toglie nulla alla gradevolezza della lettura e sono certo che Malaparte risponderebbe a questa obiezione nel modo toscano, perché lui, come me, lo era sin nel midollo (“Gli altri italiani, dunque, m’han da scusare se, nel dir bene dei toscani, ho avuto l’aria, talvolta, di dir male di loro: poiché se avessi detto bene dei toscani, che son gelosissimi, senza aver l’aria di dir male degli altri italiani, certo mi ammazzerebbero. Il che non mi conviene, considerando che un toscano morto val meno di un toscano vivo, e non basta a consolarmi quel che dicono i fiorentini, i quali pretendono che un toscano morto val più di tutti gli altri italiani vivi messi insieme.”)

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Maledetti toscani | Curzio Malaparte

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