la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

MARCO POLO | Gianluca Barbera
Castelvecchi 2019

Marco Polo ha aperto la via dell’Oriente, è un esploratore di grande fama, l’emblema stesso del viaggiatore… eppure gli capita di raccogliere insulti e ortaggi mentre narra sulla pubblica piazza delle sue imprese leggendarie. Intrattenitore ambito nelle corti d’Europa grazie alla circolazione dei favolosi resoconti del Milione, ha girovagato come un novello aedo ripetendo all’infinito il racconto delle sue gesta e di ciò che ha visto: enormi ricchezze accumulate dai potenti, donne di bellezza comparabile solo a quella di Elena di Troia, popoli dai costumi sanguinari, pratiche magiche oscure e mistici indovini, guerrieri di valore ineguagliabile lanciati in epiche battaglie, miserabili traditori pronti a ordire macchinazioni, ma soprattutto luoghi fantastici in cui la natura ha dato sfogo ai propri capricci. Desideroso com’era di non deludere le aspettative dei signori che lo ospitavano e dei loro cortigiani, tutti smaniosi di novità ed esotismo, Marco Polo si è abbandonato a una sfrenatezza inventiva senza eguali, finendo per confondere verità e fantasia. E lo scottante segreto che custodisce da anni è reale o frutto anch’esso della sua fertile mente?
Un romanzo scritto in una lingua limpida e immaginifica che vi catapulterà in un’altra dimensione, dove non è più l’uomo che conta, ma l’eternità del suo mito, della sua storia.

Gianluca Barbera

Lavora in ambito editoriale. Ha pubblicato, tra gli altri, Idee viventi. Il pensiero filosofico in Italia oggi (2017), i romanzi La truffa come una delle belle arti (2016, finalista al Premio Neri Pozza, al Premio Chianti e al Premio Città di Como) e, con Castelvecchi,Magellano (2018, Premio speciale come Miglior romanzo storico al Premio Città di Como, Premio Città di Fabriano, Premio Scrittori con Gusto, Premio Marincovich, finalista al Premio Costa Smeralda), tradotto in Portogallo e Brasile e da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale con Cochi Ponzoni. Collabora con le pagine culturali de «il Giornale», con «Pangea» e «Letteratitudine».

Per concessione della casa editrice proponiamo la lettura di un ESTRATTO


3

Il palazzo dove giungemmo…

Il palazzo dove giungemmo, ripresi la sera seguente ormai perfettamente a mio agio, era quanto di più grandioso la mente possa concepire. Era così splendente che lo si vedeva luccicare da miglia e miglia di distanza. Anche se a me sulle prime mise addosso una sensazione di disagio. Si trattava di una costruzione recente, interamente in marmo. Al suo interno, le sale e le stanze erano rivestite d’oro, con incisioni di dragoni, soldati, uccelli e bestie feroci. Il palazzo era cinto da un muro quadrato di quindici miglia. Sul lato settentrionale si aprivano cinque porte. Quella centrale era enorme: vi passava solo il Gran Khan, mentre i sudditi entravano e uscivano per le altre. Oltre il muro un parco immenso, con fiumi, fontane, prati; e oltre il parco un altro muro. Nel parco vi erano animali di ogni sorta che giravano liberamente: cervi bianchi, daini, caprioli, ermellini; dentro voliere migliaia di uccelli dai colori sgargianti; e all’interno di speciali voliere più alte, numerose specie di rapaci: aquile del gelido Nord, aquile reali dell’Amur, astori, sparvieri, lanieri, sagri, falchi dal petto fiammeggiante, taccole parlanti, e così via. L’erba dei prati era verdissima e curata da decine di giardinieri. Le strade che li attraversavano erano tutte esposte al sole e rilevate da terra di due cubiti, in modo che l’acqua piovana non vi ristagnasse, ma anzi, scorrendo verso i prati, li ingrassasse.
Alcuni prati più a nord erano coperti di papaveri. In mezzo al parco si apriva un lago pieno di pesci e di cigni, dal quale entrava e usciva un fiume le cui acque erano regolate da chiuse. Verso meridione invece si scorgeva un alto monte coperto di boschi. Alberi di tutte le specie vi crescevano. Quando il khan ne scopriva una nuova, ordinava che ne venisse piantato un esemplare su quel monte. Per tutto il regno aveva sguinzagliato i suoi giardinieri in cerca di nuove varietà. Anche perché gli era stato rivelato dagli astrologi che chi pianta alberi vive più a lungo. Sulla cima del monte sorgeva un palazzo capace di destare grande meraviglia chiamato “La Casa Verde”. Per questo parco una volta alla settimana il Gran Khan andava a caccia con il leopardo che aveva fatto addestrare e che teneva dietro di sé, in groppa al cavallo. Quando voleva catturare una bestia non aveva che da liberarlo. Una volta agguantata la preda, il leopardo la consegnava ai falconieri del khan. In mezzo al prato più vasto l’imperatore aveva fatto costruire un palazzo di bambù, con pali dorati e laccati, che si poteva smontare e rimontare a piacimento. Ogni palo era sormontato da una testa di drago che reggeva il soffitto. Al suo interno le pareti erano d’oro massiccio e cesellate con figure di animali, in particolare uccelli. Nelle stalle vi erano a disposizione diecimila cavalli bianchi, tra cui molte giumente: queste ultime garantivano il latte fresco al khan e ai suoi famigliari, a nessun altro.
Egli dimorava in questa reggia tre soli mesi all’anno, da giugno ad agosto; il resto del tempo lo trascorreva nella reggia di Cambaluc, o nei mesi da marzo a maggio nella seconda residenza estiva, a due giornate dalla capitale e non lontano dal mare oceano.
A proteggere il khan vi erano in ogni palazzo dodicimila tan, ossia ‘cavalieri fedeli al signore’, comandati da quattro capitani. Nulla vi dirò del palazzo di Cambaluc, poiché esso assomigliava a quello di Shangiu, solo dovete immaginarlo dieci volte più grande e maestoso.
Al nostro arrivo fummo accolti da uno stuolo di dignitari di corte con un ombrellino sopra la testa, condotti con ogni riguar-do a palazzo e sistemati in un’ala che guardava verso le montagne. Per ordine del khan, che teneva molto a noi ed era felice di averci lì, ogni nostro capriccio doveva essere esaudito, purché si accordasse con le regole e la tradizione di corte. Cubilai ci ricevette una settimana dopo.
Quando lo vidi, seduto in fondo alla sala, su un trono d’oro posto a grande altezza, sentii il mio animo riempirsi di luce. Era un uomo sulla sessantina, di grande bellezza, come disegnato con un pennello finissimo; né piccolo né grande, ma della giusta misura, ben proporzionato in tutte le sue membra, come deve essere un uomo di sangue e dignità reali. Aveva il viso bianco e vermiglio come una rosa, occhi neri penetranti, naso ben fatto. Sedeva maestoso sul suo scranno con compostezza. Da lui parevano irradiarsi raggi di sole.
Ai piedi della scalinata che conduceva al trono erano seduti a un tavolo quattro scrivani che annotavano tutto ciò che diceva, poiché ogni sua parola era Legge e non poteva essere revocata. E due tigri di giada giravano il capo verso gli ospiti come se fossero state vere. Alle pareti erano appese pelli di pantera rossa, che è una bestia molto profumata: in tal modo nella sala aleggiava una dolce fragranza e i cattivi odori erano tenuti lontano. E un rotolo di seta raffigurante scene di caccia imperiale correva lungo tutta una parete divisoria.
Per prima cosa il khan si fece spiegare da mio padre quali stra-de avevamo percorso e quali popoli incontrato. Quali fortificazioni erano state erette lungo il cammino e quali commerci si praticavano nelle varie contrade attraversate. Quando vide che ogni tanto intervenivo per correggere i nomi di città e strade e fiumi, nonostante le occhiatacce di mio padre, e che me la cavavo col tartaro e sapevo aggiungere al racconto curiosi dettagli quali il nome dei passi valicati e quello degli alberi incontrati, degli uccelli avvistati, sorrise e si volse a mio padre domandando: «Chi è questo ragazzo?».
Mio padre rispose: «Egli è vostro uomo e mio figliolo».
l khan allora disse con un sorriso benevolo: «Sia il benvenuto e molto mi piace».
Schioccò le dita e un valletto accorse recando su un cuscino di velluto una tavoletta d’argento che mi donò. Vi era scritto: «Per volontà dal grande Dio e per la somma grazia che Egli riversa sul Nostro Sovrano illuminato. Sia benedetto il nome del khan e si disperdano i suoi avversari».
Feci una riverenza e ringraziai.
Il khan mi sorrise.
Poi fece portare tre tavolette d’oro con sopra incisa l’effigie di una testa leonina, che ci donò. Erano i nostri salvacondotti. Paiza, nella lingua tartara. Grazie a essi avremmo potuto viaggiare indisturbati e ottenere alloggio, cavalli e cibo in tutti i domini di Cubilai.
«Voglio che siate liberi di girare per tutto il mio regno senza che nessuno possa nuocervi» disse consegnandocele.

Share

Marco Polo | Gianluca Barbera – ESTRATTO su ZEST