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medusa bernardiMedusa | Luca Bernardi
Tunué Edizioni 2016

Sulle montagne attorno a Bolzano qualcuno spinge una bimba da una scarpata. Dieci anni dopo, sulla costa tirrenica si scopre il corpo di un bambino annegato.
Nel frattempo, un ragazzo velleitario e disadattato, ossessionato dagli extraterrestri e dall’idea di compilare un dizionario che vada oltre il linguaggio, ciondola con i genitori in uno stabilimento balneare di lusso. Si invaghisce di un’adolescente, sfida marmocchi a ping-pong, fantastica sul futuro successo della sua opera. Durante una festa dai ricchi zii, le sue fissazioni si inaspriscono fino a spingerlo a fuggire con tre amici verso la costa opposta. Tra sogni di grandi imprese erotiche, manicomi, contatti alieni e appartamenti di prostitute, dovrà infine scontrarsi col più orribile dei propri segreti.

Luca Bernardi scrive un romanzo di formazione al contrario in cui crudeltà e intelligenza ballano avvinghiate sul confine tra la commedia e la tragedia, mentre la malattia mentale diventa un rifugio irrinunciabile per scansare traumi e colpe dal peso schiacciante.


ESTRATTO PER I LETTORI DI ZEST
si ringrazia la casa editrice Tunué


Saluto gli Obsoleti con un bacio e un bella lì, scrivo alla Elena, metto le scarpe. Il Putapadre mi insegue per darmi venti euro.
Con il torace indolenzito rimbalzo per vicoli ostili, come mi avvertono le occhiate dei locali seduti al bar. Su cellulare appunto in quisquigliante. Hwwwgghhhjjhh. Poiché i manifesti ribadiscono la notte bianca prospettata dalla Elena, tanto più avrei dovuto riflettere sul tragitto, scelto dai miei passi quasi obbedendo a un’intrinseca curvatura degli arti, alla luce di alcuni avvenimenti del pomeriggio. Strappo il cerotto dall’avambraccio e marcio sulla provinciale fino al lungo-fiume, lieve tachicardia a insaporire un itinerario consunto dall’abitudine. Oltre ai soliti chioschi di caramelle fiorisco-no esposizioni antiquarie improvvisate, bancarelle di libri usati, catapecchie di appaltatori di zucchero filato, gabbiotti promozionali di marche d’automobili, ragazzine obese con gli hot pants; e ancora, dopo la svolta del porticciolo, motociclisti le cui giubbe testimoniano l’affiliazione agli Hell’s Angels Sarzana, danesi con le Birkenstock, fighetti incamiciati la cui r moscia vibra sopra il brontolio della folla, diciassettenni tirannosaureggianti sui primi sandali con il tacco, sciure acchittate da travestiti, teknolesi in canotta che rollano occhieggiando i vigili, ventiseienni straparlanti al braccio di Briatori di provincia, culi parlanti, culi parlanti che quando si girano per darmi una sbirciata devo masticare la lingua per non inseguirle.
Dove sarà la Elena? La stronza ha visualizzato. Mando un altro messaggio. È online. Aspetto quarantasette secondi. È ancora online. Espiro. Ha visualizzato. Inspiro. In verde: Elena Parlante sta scrivendo. Espiro. Mi dispiace sono dovuta partire prima, alla fine i miei hanno accettato di mandarmi a un concerto… Senti… Non è che hai il numero di tuo cugino?
Entro nel primo tendone e ordino un cuba. Il barista parte con l’anfibologia cubano/cuba libre.
Un cubano allora.
Poi fammi sapere se ti piace eh, per noi è molto importante il parere dei…
Encomiabile.
Cos’è che hai detto?
Encomiabile, il vostro modus ponendi.
Asciuga il sudore con un lembo del grembiule e riprende a pestare.
Lei è un asso dei rapporti umani, sa?
Siedo sugli scogli e sorseggio osservando il marefiume. Villici pescano accompagnati da marmocchi. Ogni volta che uno sguardo mi sfiora bevo. Gettato il bicchiere nell’isola ecologica torno a procurarmi il successivo. Il barista disserta a due diciottenni. La meno parlante, bionda, alimenta la conversazione con degli avoglia.
Perché quando a voi vi dicono assenzio, attenzione bimbe, mica è assenzio, cioè ci sarà sì scritto assenzio ma non vuol dire, l’assenzio vero, quello con il principio attivo, non lo trovi così da noi in Italia, che poi io quando vivevo a Praga…
Appoggio il gomito sul bancone. La parlante, dolorosamente mora nel vestitino con le pailettes, abbassa gli occhi. Complicato, nove lettere: respirare.
adesso non vi sto a dire ma questo mio amico che faceva il promoter…
Schiarisco la gola due volte. Un altro.
È arrivato quello del cubano! Sentito che capolavoro?
Discreto.
La bionda sbuffa. La mora schiude le labbra.
Discreto? Ho studiato cinque anni, per imparare a fare un cubano…
Lo lascio blaterare. Le luci troppo forti corrugano lo spazio. Sbottono la polo. La bionda sorride disgustata. Guardando le bottiglie sopra la mia testa, tic toc, la mora incrocia le gambe. Stendo la banconota spiegazzata sul bancone.
Calma tu, prima devo servire le bambine!
Riprendo i soldi, lo sguardo della mora appeso alle mie dita che arrotolano i venti euro per infilarli nel taschino. Fuori vacillano stelle tiepide, bambini vagano come traccianti. Rimpiango la gioventù, schifa quanto si vuole ma luminosa in confronto all’oggi incimurrito, e mi massaggio le costole. La bionda tossicchia. Le mani tremano quindi le metto in tasca.
Ci sediamo?, dico.
Bah, dice la bionda.
La mora però si siede, e allora anch’io. Mi ronzano le tempie, la bionda fa spallucce mentre la mora racconta della boutique dove lavora e mi sfiora il polpaccio. Stempero la respirodimenticanza con un cubano ulteriore. La parlante si alza e mi inciampa addosso mentre l’altra squadra la mia polo blu stinta, l’infradito sinistro tenuto assieme con il fil di ferro.
Tre sorsi e piscio contro un albero. Mentre conto le barche squilla il telefono. Dal tono Loriz sembra ubriaco.
Domani il Ginger esce! Io e il Prozzio andiamo là in macchina! Te sei sempre al mare a spaccarti il cazzo? Baretti ghe n’è? Patata ghe n’è? Posti letto ghe n’è?
Tengo il cellulare all’orecchio e cammino avanti e indietro sul molo. Un gabbiotto mi protegge dagli sguardi.
Ma dai, sta dicendo la bionda, sembra un serial killer. Ma che serial killer!
A tuo rischio e pericolo, della serie. Certo potrebbe comprarsi dei pantaloni… E le infradito, ne vogliamo discutere? Però che occhi c’ha.
Sì, da psicopatico!
Invece sembra un tedesco… Poi hai sentito come parla bene?
Perché, te ci vuoi parlare?
Scolo il bicchiere, lo accartoccio, esco dall’ombra del gabbiotto.
La risata della mora mi casca sul collo. La bionda ha gli oc-chi cupi.
L’assenzio mica è assenzio dice il barista, dico, fanculo il principio d’identità no?
La bionda si alza per rispondere al telefono. La mora mi guarda. Dai, non prenderci in giro…
Dovete sapere, dico, che domani vado a stringere accordi con l’editore per la pubblicazione del primo fascicolo del mio dizionario.
Lei si avvicina evitando sghitti invisibili.
Il bisogno di castigo della parlante elettrizza e atterrisce, non trovandomi in una situazione consimile da un lasso di tempo sufficiente a rintoccare i polsi a chiunque, figuriamoci a un giovane dai trascorsi psichici, diciamo, personali come il sottoscritto. Ora, pur non attribuendo più alcun valore all’impasto di mafiosaggini noto ai pedanti come linguaggio, risulta evidente la necessità di abborracciare frasi che non ricordo. La bionda sbadiglia. La mora ride e mi prende il braccio. A poco valgono i tentativi di riagguantarla dell’amica.
Sono stanca, dice, andiamo? La mora non ha sonno.
Vanno a discutere dietro un chiosco di libri.
Ancora un crinale fra due mondi?
La mora torna sola. Respiro. Mi toglie una foglia dai capelli. Sento il mio nome, ma non viene da lei.
C’è il Putapadre che chiacchiera con un antiquario baffuto. Sempre a bere, dicono le madri occhiando il cubano. Poi cordiale si presenta alla mora. Raggrinzisco, lei mi fa cenno di scostarmi dalla fanciulla, deve dirmi qualcosa.
Hanno chiamato dalla questura… Stanno riaprendo una vecchia indagine, sai, quel tipo che dieci anni fa è stato accusato di…
La bambina di San Genesio, dice il Putapadre sorridendo alla mora, pare non sia stato lui…
Sempre detto che quel ciccione era solo un molestatore innocuo.
Stai a vedere, ride il Putapadre, domani l’Atesino scriverà che sono stati gli alieni.
In tasca mi si sciolgono le mani.
E niente, quando torni a Bolzano vogliono farti qualche domanda, stanno interrogando mezza città, forse conoscevi qualcuno che…
Le madri mi baciano in fronte. Il Putapadre mi dà una spintarella.
Non cascare nel fiume. Nel mare?
Ricorda che domani siamo dagli zii. E non bere troppo!, gridano le madri.
Mi volto. La mora se n’è andata.

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