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foto presa dal web

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Luciano Bianciardi (Grosseto 14-12-1922 / Milano 14-11-1971) è stato tra i più grandi scrittori italiani del secondo dopoguerra. Ancora oggi però quando si apre uno dei suoi libri si sente la forza della sua parola, sempre viva e stupefacente, irriverente e intransigente. Un precursore e a modo suo un profeta.

Ogni volta che scrivo o parlo di Luciano Bianciardi mi commuovo. In parte credo che sia perché sono cresciuto nel suo mito. Lo considero infatti un mio maestro.

Era un mio concittadino. Entrambi veniamo da una città maledetta che tutti quanti noi fuori usciti amiamo e detestiamo allo stesso tempo (e siamo tanti perché Grosseto è madre degenere, obbligando quasi tutti a scapparsene via). Ne “Il lavoro culturale” (1957) racconta la vita in quel grande paesone toscano dopo la fine della Guerra mondiale. In esso ho trovato tante risposte a cose che nessuno mi ha mai spiegato ma che sono entrate nella vulgata di chi cresce in quella terra meravigliosa (ad esempio sul perché si dice che Grosseto è come Kansas City).
La nebbia che ha avvolto la figura di Bianciardi dopo la sua morte fino a pochi anni fa l’ho sempre vissuta come un grande insulto. L’ennesimo affronto alla Maremma che da par sua ha deciso di dedicargli solo una via periferica senza altre onoranze post mortem. .
La storia della sua vita è piuttosto conosciuta. Dopo aver fatto l’interprete durante la guerra ed essersi laureato alla Normale di Pisa con lode, tenta di cambiare la vita della nostra città mettendo energia e tempo alla ricerca di quella rivoluzione culturale che lo vede portare i libri della biblioteca comunale con un bus direttamente ai minatori della provincia (il primo Bibliobus l’ha inventato proprio lui) e cercando di aggregare l’anima operaia con quella intellettuale cui apparteneva suo malgrado. Il disastro di Ribolla dove morirono 43 minatori che egli conosceva personalmente fu il detonatore per la decisione di mollare la provincia e andare in cerca della rivoluzione nella grande Milano.
La vita in Lombardia è costellata di incontri fantastici (Giangiacomo Feltrinelli lo assume e lo licenzia per scarso rendimento nonostante fossero molto amici) e finisce di scrivere quella che viene chiamata la trilogia della rabbia (oltre a “Il lavoro culturale, “L’integrazione” e “La vita agra” ). Quella in cui “Il quartario” come lo chiamava lui, composto da impiegatucci mediocri ed egoisti, veniva denigrato e descritto come la causa del cancro del nostro Paese. Della gente «che corre, che si dibatte, che ti ignora», della totale disponibilità di ogni impiegatuccio a trasformarsi in aguzzino appena se ne presenti l’occasione. E infine, anche qua in anticipo sui tempi, capisce e analizza lo sfruttamento dei lavoratori precari.
Il suo stato di belligeranza contro il consumismo sfrenato e le miserie umane di coloro che cercano solo carriere lo fa diventare un caso nazionale quando nel 1962 pubblica “La vita agra”. Il romanzo racconta la storia in parte autobiografica, nella quale un insegnante di provincia dopo la morte di operai va a Milano con l’obiettivo di far giustizia, ma finisce per venire integrato dal modo di vita milanese.
Nel libro c’è il rifiuto per la vita inumana della metropoli, del successo, la satira del mondo editoriale ma anche la rinuncia ai propri sogni. Il successo invece gli arrivò lo stesso, del tutto inaspettato, e lo colse di sorpresa. Andò in giro a presentare il libro ma quelle presentazioni, gli inviti nei salotti, gli parevano cose poco dignitose, roba da comici d’avanspettacolo, le battute erano sempre le stesse . Il successo lo porta anche al centro di vicissitudini professionali e personali su cui è stato ampiamente dibattuto che mettono in evidenza solo la fragilità dell’uomo che stretto tra la necessità di essere fedele al sé stesso più intimo o a quello che l’opinione pubblica desidera, finisce per autodistruggersi lentamente.
La morte che cercò con tutte le sue forze (confessò un giorno a Jannacci quanto trovasse difficile morire pur volendolo fare), toglie al mondo un genio assoluto ma non annulla né le idee né il messaggio che egli portava avanti.
Ogni qual volta, infatti, si apre un suo libro anche a distanza di mezzo secolo i sensi vibrano. La pelle d’oca ti prende a tradimento e senti dentro di te il desiderio spasmodico di fare qualcosa. Di riaprire il fuoco come diceva lui. Perché Luciano Bianciardi anche da morto ti trascina. Era un uomo d’onore e non ci teneva a passare per eroe, ma neanche a cambiare le sue idee per convenienza. E quando qualche anno fa un aereo da turismo è andato a schiantarsi contro la grande torre del Pirellone a Milano, molti di noi che lo amano, hanno pensato che finalmente qualcuno aveva trovato il coraggio di fare quello che aveva in testa il protagonista del suo romanzo più fortunato.

Luciano Bianciardi è stato anche un grande traduttore, giornalista, e grande intrattenitore per tutti coloro a cui piaceva ascoltare le sue storie. Come tanti allora, amavo leggere il Guerin Sportivo che al tempo era una specie di Bibbia per i malati di sport. Teneva, per il “Guerino” una rubrica fantastica “TeleBianciardi”. E lo faceva a modo suo, sparando su tutti i gaglioffi e incensando i diversi, quelli fuori dal coro.
Fu lui a farci amare gente come Scopigno, allenatore del Cagliari, campione d’Italia, che era uno dei pochi del mondo del calcio che sapeva anche parlar di filosofia. E sempre lui a dirci che il fuori gioco gli stava antipatico come tutte le regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio.
Per tutti noi è stato una specie di fratello maggiore che cercava di farci uscire dall’acquario e guardare dal di fuori il posto dove, senza saperlo, eravamo costretti a vivere.

Questo il finale del suo ultimo articolo, una risposta a una lettera del giornalista scrittore Luigi Compagnone:

“….Certo il nonsense è divertentissimo e noi allora diffondiamolo. È un solido esercizio, oltre tutto, di umorismo e di poesia fantastica. Io dico che per quanto riguarda l’assurdo linguistico, la stampa sportiva offre ottimi esempi da raccogliere in volume, ciò che tu e io presto faremo. Non sono affatto avarissimo, anzi sono scialacquone. Il guaio mio è che (a parte il libro di Luigi Compagnone), io sono uomo di facili costumi, cioè non dico mai di no a nessuno. Faccio, in altre parole, il battone. E batto i tasti della macchina. Ciao.
[cfr http://www.tecalibri.info/B/BIANCIARDI-L_fuorigioco.htm]

La sua vita è piena di episodi leggendari ma se devo proprio sceglierne uno mi piace ricordare quello del famoso sberleffo del cappotto di Feltrinelli.

Lo racconta benissimo sua figlia:
Sia lui [Luciano Bianciardi], sia Valerio Riva, sia gli altri che lavoravano alla Feltrinelli, all’inizio non guadagnavano molto e facevano una vita piuttosto grama, mangiando alle latterie, magari mezza porzione, mentre Feltrinelli era notoriamente miliardario. Una sera che erano tutti intorno a un tavolo delle riunioni, verso le sei del pomeriggio arriva il Giaguaro [Giangiacomo Feltrinelli] fresco di doccia, appoggia il suo bellissimo cappotto di cammello di fianco a quello del Bianciardi, voltato e rivoltato tre-quattrocento volte, e comincia a parlare di giustizia sociale e lotta di classe, per due ore. Mio padre non ne può più, alla fine si alza – gelo, perché non ci si poteva alzare quando parlava il padrone – guarda quel suo cappotto liso, batte la mano sul tavolo, prende il cappotto del Feltrinelli, se lo infila, si pavoneggia un attimo, si volta, poi alza il pugno e dice: viva la lotta di classe, ed esce. È andato avanti per un paio d’anni con questo cappotto bellissimo e gli amici, che sapevano le sue condizioni economiche, gli chiedevano: ma come hai fatto, Luciano, a comprarti un cappotto così bello? No, non me lo sono comprato, me l’ha regalato il Feltrinelli perché lui alla lotta di classe ci crede veramente.
Luciana Bianciardi, Ricordo di mio padre
[cfr http://www.trax.it/luciana_bianciardi.htm]

Otello Marcacci

 

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Ricordare Luciano Bianciardi