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loving-1207568_960_720Introduzione alla Rubrica Memorie di Otello Marcacci su ZEST.

L’idea della morte sfugge a una completa comprensione tramite la ragione e anche se sappiamo che tutti noi dovremo comunque affrontarla, spesso facciamo finta che non esista. Un evento indeterminato che prima o poi accadrà ma che rimuoviamo dal presente.

Altre volte invece ne rimaniamo così affascinati e morbosamente attratti da indagarla, forse nel tentativo di capire come altre persone, più o meno famose o conosciute, siano riuscite ad affrontarla.

Del resto la memoria non è che il fondamento delle nostre identità. Quando si muore nel ricordo, arriva inevitabile la “vera” morte. E questo a volte capita anche da vivi. Si muore nell’indifferenza o negli abissi dei mari, nell’anonimato delle lapidi bianche, nel flusso della storia che tende a incidere sulla gloria salvo poi oscurare persino i gloriosi. Eppure credo che l’amore per chi è morto ci possa davvero parlare della vita.

La nostra esistenza spesso definita “liquida” trascina a velocità inesorabili le vite di ognuno ridotte ormai a frammenti e istanti di poco conto.

Capita poi che la morte di una persona cara ci permetta di “scrutarci” attraverso “il dolore altrui”, l’esperienza della vicinanza della morte, ci sveglia dal torpore e ci spinge a riflessioni esistenziali sul senso del vivere.

Questo pure avviene quando a morire è una persona nota, un cantante, uno scrittore, un artista. Le morti di chi si è guadagnato popolarità in terra hanno la capacità di fare da cassa di risonanza alla tristezza che inevitabilmente generano in noi. Il passare del tempo è cadenzato da un atto pubblico che ci lascia storditi.

Nei secoli la filosofia, la letteratura e l’arte si sono occupate di integrare la morte negli studi e nelle indagini gnostiche in tutti i casi riconoscendola nel processo di vita senza toglierle dignità.

Nella società attuale si assiste invece a una “negazione” della morte, un allontanamento dal quotidiano in una sorta di rito d’esorcismo collettivo che ci vuole incapaci di gestire emozioni profondamente dolorose.

Nel 1974 lo scrittore e antropologo Ernest Becker vinse il premio Pulitzer con il saggio “Il rifiuto della morte“, la cui premessa di base è che alla civiltà umana sia connaturato un atteggiamento di difesa simbolica elaborata contro la conoscenza della propria mortalità e che tale meccanismo sia una necessaria forma di adattamento che si acquisisce proprio vivendo.

La sopravvivenza all’idea di morte si concretizza spesso, così, nella ricerca di un simbolismo della vita, adoperandosi per rendere le proprie vite esemplari e atte al superamento dei confini del tempo. Lo scrivere narrativo è uno di questi atti simbolici.

Tuttavia a fronte di una “negazione”, c’è della morte anche una “sovraesposizione” e un’immediatezza che ci rende prima attoniti e poi “abituati”. Non amiamo parlare di morte ma inorridiamo sempre meno a vederla sui giornali, sul web, sui social, e così le foto degli immigrati morti che galleggiano sulle acque dei nostri mari, quelle di un bambino ucciso dall’indifferenza o di migliaia di corpi allineati o trucidati, ci appaiono tra le pubblicità delle vacanze e una citazione nella bacheca di un social network. Per una qualche inspiegabile piega della perversione umana si è pure in grado di mettere un “like” all’articolo.

Allora forse un atteggiamento “agnostico” ci farebbe mettere al giusto posto le cose, in un mondo in cui un Dio non ci salva dalla deriva dell’impoverimento della memoria come dalla reiterazione del male. Oppure dovremmo semplicemente pensare che “Death is nothing at all”

« La morte non è nulla. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme
è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo! »

(Henry Scott Holland, Death is nothing at all)

 

Otello Marcacci

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Memorie: ricordare e non morire (di Otello Marcacci)

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