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Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio
| Antonia Pozzi
a cura di Elisa Ruotolo
Interno Poesia 2018

Il mio disordine. È in questo:
che ogni cosa per me è una ferita
attraverso cui la mia personalità
vorrebbe sgorgare per donarsi.

A. Pozzi, 4 febbraio 1935

Ed ecco io sogno: sono nel sogno, mamma,
un cercatore d’oro, che va,
che va per un’ignota landa e mai non trova,
mai non trova il suo oro.

A. Pozzi, Repton, 12 luglio 1931


di Ivana Margarese

Io sosto pensandomi ferma stasera in riva alla vita come un cespo di giunchi che tremi presso un’acqua in cammino”.

Scrivere su Antonia Pozzi, sul suo percorso poetico e umano, è come avvicinarsi a una creatura aurorale. C’è in lei una dissolvenza, una voglia di scatto impedita ad attraversare la soglia: “ma io ardevo dal desiderio di scattare fuori, nell’invadente sole, per raccogliere un pugnetto di more da una siepe”.

Questi versi, con cui si conclude una poesia composta a Milano nel maggio 1929 la descrivono sospesa in un ardore di desiderio trattenuto che avrebbe voluto scattare fuori in un balzo di vita. La vita sognata è quella che non si ha, che non si vive , che si osserva dietro una campana di vetro .

Pudore e vergogna la trattengono nella solitudine:

Se qualcuna delle mie povere parole ti piace e tu me lo dici sia pur solo con gli occhi io mi spalanco in un riso beato ma tremo come una mamma piccola giovane che perfino arrossisce se un passante le dice che il suo bambino è bello.

La solitudine è come un ronzio alla testa e un tonfo di sasso. Non hai risposte o sorpresa e ti sgretoli dentro come fossi vetro. Non si sa nemmeno ricevere : si desidera così fortemente potersi abbandonare che non si può meritare di farlo. Si chiudono gli occhi e il respiro .

Sbarre. Interdizione a ogni incontro:
vero è che nessuno
più giunge presso il tuo cuore
Inaccessibile –
ch’esso è fatto solo –
dannato ai gridi
delle sue
rondini –

Unica consolazione sembra essere per Antonia lo sguardo alle stelle, al sogno, e se la parola desiderio conserva nell’etimologia un riferimento alla mancanza di stelle è come se la cifra del pensiero di Pozzi fosse proprio in questo desiderio impedito, in questo timore che la luce e la speranza siano solo un abbaglio, un sogno vano.

La vita sognata è la vita del desiderio, dell’anelito a qualcosa che non viene mai raggiunto.

I grandi temi in Pozzi sono intrecciati con le piccole cose, con gli spazi e i dettagli quotidiani.

È stato messo in luce come la maggior parte dei contributi delle donne alla scrittura appartenga in ambito letterario a una comunicazione di tipo autobiografico 1.

Domna Stanton nel suo The Female Autograph giunge al parossismo di sostituire il termine Autobiography con quello più specifico di Autogynography, individuando in tutte le forme narrative personali – biografie, autobiografie, lettere e diari – la scrittura femminile per eccellenza. Questo tratto comune però più che limite diviene risorsa; la capacità attraverso la propria voce personale di scuotere i percorsi conoscitivi già dati e le modalità “patriarcali” codificate di organizzare il discorso.

L’immaginazione, come scrive Kant, è il luogo della mediazione, del terzo possibile che permette la riconciliazione e la partecipazione: ciò che non essendo né questo né quello permette l’incontro tra i due e al contempo non si lascia integrare, resiste alla partecipazione e al sistema, designando il luogo dove il sistema non si chiude.

Secondo quanto scrive Jessica Benjamin, «caratteristica dell’esperienza femminile è l’associazione di desiderio e spazio»2. Per essere liberi bisogna fare spazio, spazio per sé, liberandosi dagli altri e per gli altri:

io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.

Leggendo questa recente raccolta di poesie così ben capace di mettere il lettore in contatto con la ragione poetica di Antonia Pozzi il mio pensiero è andato alla curatrice Elisa Ruotolo, autrice peraltro di una breve e sentita introduzione al libro a cui ho deciso di rivolgere qualche domanda su questo lavoro.

1. Quale criterio è stato seguito nella raccolta delle poesie di Mia cara vita?

R: Ho seguito un criterio non estetico, ma semplicemente cronologico. Con i versi di Antonia non è possibile graduare la bellezza, dire “qui esiste meno che altrove”, essa è onnipresente. Mi piaceva che il lettore seguisse l’evoluzione umana e poetica di questa voce calda e limpida, che ne percepisse i temi così come vengono declinati e approfonditi lungo quella che – solo apparentemente – può sembrare una breve esistenza, mentre è un’esauriente vita poetica.

2. Che ha valore ha secondo te il desiderio nella vita e nella scrittura di Antonia Pozzi?

R: Il desiderio nella vita e nell’opera di Antonia è tutto, perché lei era una creatura capace di un amore smisurato. Ricordo quanto scrive ad Antonio Maria Cervi nel luglio del ’29 allorché, a soli diciassette anni, parla di un “pazzo desiderio di donarsi”. Lei si offre, si dona e desidera con una forza incomprensibile e impraticabile nella sua epoca. Si rivolge all’amore e alla parola restando due volte incompresa, soprattutto quando le viene detto di “scrivere il meno possibile”. Ma se vita e parola si toccano, come si può andare avanti?

3. Il libro si intitola Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio, come possiamo intrecciare amore e silenzio?

R: Il titolo riprende un verso tratto da “La vita sognata” mentre il sottotitolo è nato dall’esigenza di tenere insieme due caratteri salienti della personalità e della vita di Antonia – ma forse di ciascuno. L’amore vero è spesso un sentimento vissuto nel pudore del silenzio e, soprattutto nel caso della poetessa, destinato a essere taciuto. Ci sono creature nate per coltivare un impossibile desiderio di cose leggere: loro sentono e vivono diversamente e il rumore delle vite degli altri non le riguarda.


1Cfr. M. Cometa, R. Coglitore- F.Mazzara (a cura di), Dizionario degli studi culturali, op.cit., pp. 523-537, in cui viene evidenziato come la scrittura femminile trovi voce principalmente nei generi dell’autobiografia, delle confessioni e delle memorie “spazi vitali per contenere i movimenti infinitesimali dell’identità, dell’esperienza personale e dello specifico femminile”.

2 J. Benjamin, A Desire of One’s Own: Psychoanalytic Feminism and Intersubjective Space, in T. De Laurentis (a c. di), Feminist Studies/Critical Studies, Indiana University Press, Bloomington 1986, p. 97.

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