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Il narratore di verità | Tiziana D’Oppido
LiberAria 2017

Il romanzo di esordio di un’autrice sensibile, sagace osservatrice della realtà,  capace di sintetizzare con uno stile moderno le emozioni e i sentimenti umani.

Lucio Blumenthal svolge un lavoro inusuale: gira il mondo come narratore di verità, aiuta le persone a confessare quello che non sono mai riuscite a dire agli altri.
Sarà proprio questo bizzarro mestiere a richiamarlo in Val di Brodima, dopo aver ricevuto una strana lettera nella quale suo padre Gildo, che non vede da vent’anni, gli chiede aiuto per riprendere i contatti con Sara, una donna che vive in un paese limitrofo e da cui ritiene di aspettare una bambina, Cryos.
Dopo essere tornato nel suo paese e aver iniziato segretamente a indagare su Sara, Lucio si ritrova coinvolto in un mondo fitto di misteri, intrighi e menzogne che, per la prima volta nella sua vita di narratore di verità altrui, lo costringeranno ad affrontare la sua verità, nascosta dietro falsi indizi e apparenze.

Per concessione di casa editrice e autrice, su ZEST vi proponiamo un estratto dal terzo capitolo.

Anni Sessanta

«Würstel? Hamburger? Saltimbocca?», indagò il Direttor Gildo Blumenthal.
«Mmm», mugolò il contabile, scuotendo mestamente la testa. Aveva stringhe di perle di sudore sulle tempie.
«E i cordon bleu, di quanti container parliamo?». La testa dell’impiegato scomparve tra istogrammi e grafici a cilindro. Blumenthal si allentò la cravatta Marinella. «Ma come? Con tutti i soldi spesi per la réclame pro-carne». Accartocciò l’opuscolo Esselunga su cui capeggiava la foto di una quaglia compiaciuta che si frizionava il didietro con un cespo d’insalata:

Mangi la foglia? Compra la quaglia!
Blumenthal: la quaglia che t’invoglia”

Si morse il labbro inferiore. «E la pasta all’uovo? Il consumatore è stato martellato a sufficienza sul concetto che le uova di quaglia sono pure afrodisiache?»
«Capo, non è quello il punto». Le carte frusciarono lamentosamente. «È che la letteratura avicola è molto chiara a riguardo. La sindrome epilettiforme incide molto nel calo delle deposizioni di uova».
«Le quaglie epilettiche…». Blumenthal impallidì sotto l’abbronzatura lampadata gradazione flambé. «Fammi un po’ controllare le vendite nella GDO, va’ là». Strappò i documenti di mano all’impiegato e s’infilò gli occhialetti da presbite. «Gli ordini sono calati del 5% in un semestre!» annaspò portandosi la mano al petto.
«Del quattrovirgolaotto, Dottore». Batté l’ago del compasso sul suo grafico. «Epperò in questa torta esplosa si vede chiaramente che…»
«Ah! Esplosa! Non usare quel verbo! Tu infierisci!». Il pugno del Direttore s’abbatté sulla scrivania, sparpagliando i fogli fitti di statistiche e facendo battere come denti i tasti dell’Olivetti. «Ora basta! Non si può andare avanti così. Guardiamo in faccia la realtà. Le quaglie mi si stressano!»

«Sissì sissì», annuì paraculescamente l’impiegato al boss, la testa infilata fra le clavicole.

La panza a credenza gli tremava di rabbia e indignazione. Lanciò in aria una manciata di piume spelacchiate. «E questa di oggi è la trentesima che mi muore di crepacuore solo questo mese! E io con lei!». Al contabile s’erano appannati gli occhiali. «Mi si spiumano. Mi s’isterizzano. Ora ci si mettono pure le convulsioni. E la conseguenza qual è? Che le carni diventano dure, scolorite e, soprattutto, insapori!»
«Sissì, ecco, appunto». L’indice del dipendente schiacciava gli occhiali contro la base del naso, con goffaggine alla Clark Kent. Due eclissi lunari s’andavano intanto estendendo sotto le sue ascelle.
«Ah, ma io lo so di chi è la colpa. Ah, se lo so! Nessuno me lo toglie dalla testa, a me». L’impiegato indicò col mento tremolante un punto lontano fuori dalla finestra. «Sì! È tutta colpa di quella maledetta fabbrica di fuochi d’artificio! Di quegli stupidi esperimenti, delle deflagrazioni, delle onde d’urto! Ma dico, lo sa ’sto sparafuoco che io conosco tutti quelli che contano in Val Brodima? E che se voglio gli faccio saltare il culo con tutti i suoi petardi?»
«Essì, essì, coi suoi petardi». L’impiegato s’insaponava le mani a secco.
«E poi che idea rozza aprire una fabbrica di botti. Come si chiama ’sto cafonaccio?»
«Pantone. È il Commendatore Arsenio Pantone».
«Pantone, eh? Prima o poi me la pagherà!»
Un timido toc-toc alla porta lo ridestò dai suoi pensieri.
«Chi rompe», che non era una domanda ma un’affermazione.
Sull’uscio apparve un caschetto alla Louise Brooks supportato da un corpo asciutto e duro come caucciù. «Ti disturbo? È un brutto momento?»
«Frida carisssssima!», garrì l’imprenditore, balzando in avanti con insospettabile agilità. Il commercialista ne approfittò per squagliarsela.
«Gildo, ho pensato alla tua proposta, e…»
«E…?»
I capelli frusciarono come seta. «Ti ringrazio ma non me la sento».
L’indice del Direttore si mosse sinis-des-sinis-des. «No no no no. Non accetto rifiuti».
«Sono un’artista, lo sai. Desidero soltanto vivere in una roulotte e allietare il pubblico coi miei spettacoli».
«Ma tu a me mi ami?»
«Sì, ma la mia libertà è p…»
«Io pure. E allora sposami. Potrai continuare a coltivare il tuo talento e a recitare». La voce di Blumenthal s’incrinò e gli occhi s’annacquarono al ricordo. «Ah, eri leggendaria sul palco del circo Tovaglia».
Lei l’ammonì col dito. «Travaglia! È il circo più prestigioso d’Europa».
«Travaglia. Ho subito pensato: “Fermi tutti. È lei la donna mia!” Stavi giocando all’acchiappamosche, ricordi?»
«Mi esibivo nel numero del mimo calvo, Gildo. Scritto, diretto e musicato da me. Un’opera sperimentale. Avanguardist…»
Le braccia del Direttore si sollevarono come ponti levatoi. «E sperimenta, sperimenta pure, che problema c’è? Sull’arte, con me sfondi una porta – scusa la volgarità del termine – spalancata».
La donna congiunse le mani. «Gildo, io non posso rinunciare a…»
«Ma tu a me mi ami?»
«Sì, ma la mia felicità è p…»
«Io pure. E allora prendimi. Pensa al tuo futuro. Non ti farò mai mancare niente, giuro!». Non gli sfuggì l’esitazione di un istante della sua bella e le si gettò ai piedi.
«Esiste niente di più lontano dall’arte e dalla bellezza di una quaglieria?», sospirò Frida mentre lui le sbaciucchiava il dorso delle mani. «Gildo, non posso, lo sai, sono pure…». Intanto le labbra di Blumenthal stavano già scalando le sue braccia. «…Vegetariana», concluse lei con un gemito.
E così, complice l’innamoramento, lui riuscì a impalmarla, accalappiando la promettente artista alla vigilia della sua prima tournée all’estero. I festeggiamenti delle nozze ebbero luogo sotto il tendone del circo, trasformato per l’occasione in una fantasmagorica sala ricevimenti, alla presenza di autorità politiche, imprenditori, cavallerizzi e funamboli.


Nota biografica:

Tiziana D’Oppido ha studiato presso l’École d’Interprètes Internationaux di Mons-Hainaut, Belgio e la Facoltà di Interpreti e Traduttori di Trieste e lavorato come ricercatrice di CAT, assistente di Alta Direzione e direttrice del Commercio Estero. Da dieci anni è traduttrice e interprete, mestieri che le permettono di sviluppare le più svariate competenze e di approfondire gli studi su lingua e parola. Collabora con case editrici e Festival letterari ed è ideatrice e organizzatrice di eventi culturali. Coi racconti prima, e col romanzo poi, ha vinto diversi premi nazionali per l’originalità di trama e stile. Vive fra Matera, Roma e Trieste. Il suo sito web è: www.tizianadoppido.it

 

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Il narratore di verità | Tiziana D’Oppido – Estratto

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