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Per concessione della traduttrice Alice Parmeggiani, con piacere vi proponiamo la lettura di un racconto dello scrittore bosniaco Zuko Džumhur (Konjic 1920- Herceg Novi 1989).

Zuko Džumhur è stato un artista poliedrico, pittore, caricaturista e scrittore di viaggi. Nato in Bosnia, si trasferì ben presto con la famiglia a Belgrado, dove il padre, discendente di una nobile famiglia bosniaca musulmana, aveva assunto le funzioni di imam della locale moschea. A Belgrado Zuko si diplomò all’Accademia di Belle arti e a nella capitale jugoslava cominciò ben presto lavorare come illustratore e caricaturista presso i maggiori periodici del tempo. Lavorò molto come sceneggiatore per il cinema e come scenografo per il teatro e pubblicò diverse opere in prosa, in gran parte libri di viaggi, in moltissimi paesi, soprattutto in Oriente.

Affascinante figura di bohémien, spirito arguto e asceta, negli ultimi anni della sua vita fu molto amato dal vasto pubblico soprattutto per una sua serie televisiva di viaggi, Hodoljublja, che come i suoi libri non descrivono un luogo a distanza, ma lo vivono e lo fanno vivere allo spettatore “da dentro”, come un’esperienza intima.

Si ringrazia inoltre lo scrittore Božidar Stanišić per la segnalazione


Zuko Džumhur, da Lettere dall’Asia

traduzione di Alice Parmeggiani

Nella bottega del tempo in navigazione

A Kabul c’è una strada molto lunga. Alla fine di questa strada c’è una bottega. Nella bottega sbarca il lunario un fotografo. Nella vetrina del vecchio fotografo ci sono molte vecchie fotografie. Ogni giorno andavo davanti a quella vetrina. In Afghanistan non c’è la televisione, per cui davanti a quella vetrina guardavo la “macchina del tempo”.

I vecchi lettori ricordano anche un sovrano afghano che si chiamava Amanullah. Del re Amanullah i nostri giornali hanno scritto molto. Il re Amanullah era figlio dell’emiro Habibullah. La vetrina era piena di fotografie di re Amanullah.

Nella foto più grande si vedono il re, una colonna corinzia, una balaustra e un paesaggio. Nel paesaggio c’è un lago, in mezzo al lago un’isola, sull’isola un padiglione, nel padiglione dei cigni. Il re è ancora del tutto giovane e acerbo. In testa ha un copricapo e sul copricapo una piuma. Il suo abito è nero, i bottoni e le spalline sono gialli. Amanullah ha i baffetti, ma non ha ancora decorazioni. Nelle sue vene scorre sangue blu, ma lui è bianco come fosse fatto di burro, salame di pecora, rahat-lokum1 e budino di riso, secondo la ricetta del famoso dottor Oetker. In seguito, il re metterà il suo copricapo con la piuma sullo stemma nazionale del suo paese.

In un’altra foto il re Amanullah è seduto accanto alla sua regina. Nel parco fiorito davanti alla torre dell’orologio. Il re si è sposato con Soraya e ha cambiato copricapo. La regina è una bellezza, proprio come lo era un tempo l’irresistibile stella del cinema muto Mary Pickford, moglie del famoso Douglas Fairbanks. Tutto è come in una fiaba orientale: “I sovrani sono molto potenti, le regine e le principesse sono bellissime, i cortigiani molto saggi, e i medici molto perspicaci.”

Poi il re si fece fotografare al Cremlino, con i generali sovietici e i commissari dell’Armata rossa. Qui i Russi portano pincenez e calosce, mentre il re è a testa nuda.

Poi non c’è niente. È rimasto solo un chiodo e un quadrato scolorito dove un tempo era appesa una foto che il fotografo molto probabilmente ha tolto da poco.

Poi un’altra fotografia. Ora il re è ripreso con il feldmaresciallo Hindenburg e un branco di generali con elmetti e cilindri. Il presidente della Repubblica di Germania Hindenburg ha condotto il re a Tannenberg, per mostrargli il luogo dove ha sconfitto i Russi. I Tedeschi, probabilmente, hanno offerto al re salsicce e birra. A quegli acuti protestanti non è neppure passato per la testa che il re musulmano non mangia carne di maiale.

Poi, il re in un grande stadio. Accanto al re e alla regina è seduto Benito Mussolini. Mussolini ha un berretto da marinaio, mentre il re è in frac con un lucido cilindro in testa. Sia Mussolini sia il re per qualche motivo guardano verso il cielo.

In una fotografia ci sono tre uomini sconosciuti con dei gambali di pelle, come quelli che un tempo portavano da noi i non popolari gendarmi della vecchia Jugoslavia. Dietro i tre con i gambali fuma uno spiedo sul quale gira un grasso montone. Poi sono venuto a sapere che si trattava dei capi dei Giovani afghani che, come i Giovani turchi, chiedevano per l’Afghanistan le libertà costituzionali e, da sinistra a destra, si chiamavano: Abdullah Khan, Abdul Hadi Khan e Abdul Ghani Khan.

Poi, di nuovo il re con la regina, e la regina con il re, e il re da solo, e il re con un cane.

Re Amanullah fu l’artefice della totale indipendenza dell’Afghanistan. Si liberò dai suoi tutori inglesi, li sconfisse al Khyber Pass e stabilì per primo rapporti diplomatici con i paesi stranieri. Fu il primo a proclamarsi re, modernizzò l’esercito, la posta e il telegrafo. Re Amanullah fondava scuole, inviava i giovani a studiare in Europa e introdusse istruttori militari turchi perché gli creassero l’artiglieria, la regina della guerra. Invitò archeologi francesi perché, a cavallo, venissero fino a Kabul e nei pressi di Jalalabad scoprissero i resti della cultura e dell’arte di Gandhara. Re Amanullah cominciò a costruire una nuova città e la chiamò Darul Aman.

La prima costruzione che realizzò fu l’imponente edificio del Parlamento, del tutto simile al Reichstag di Berlino. Fece arrivare delle rotaie, e dalla Germania, prima per nave e poi a dorso di elefante, trascinò fino a Kabul due vagoni di tram. Sulle pendici dell’Hindu Kush innalzò anche degli archi trionfali, simili a quello parigino. Sulle alture di Paghman costruì delle ville in stile bavarese. Secondo la sua idea, i dintorni di Kabul dovevano trasformarsi in una banlieue parisienne. Era innamorato dell’Europa e viaggiò per tre anni in tutte le sue capitali. Di ritorno dall’Europa gli venne la folle idea di togliere il burqa alle donne afghane e di sostituire i turbanti degli uomini con cappelli e berretti.

Era qui che lo aspettavano hodje e hadji2.

Per primo gli incendiarono il Parlamento, poi entrambi i tram, e infine gli archi trionfali e tutta la banlieue parisienne.

Poi un semplice bandito e ribelle, chiamato Bach-e-Saqaow, radunò i suoi briganti, ottenne fucili dagli Inglesi e mosse contro il re sacrilego. Assaliva le carovane e distribuiva le ricchezze ai poveri. Promise solennemente al popolo che avrebbe tolto le tasse e chiuso tutte le scuole del paese. Il popolo lo seguì entusiasta.

Bach-e-Saqaow raccolse un grande esercito e mosse contro la capitale. Fu l’ultimo bandito romantico che negli anni Trenta del XX secolo aspirava a diventare re. Bach-e-Saqaow assomigliava all’Imperatore della montagna del romanzo di Svetolik Ranković o a qualche brigante uscito dalla penna di Bogoboj Atanacković. Quel ribelle fu riconosciuto dai paesi stranieri come sovrano. Abrogò davvero le tasse e chiuse tutte le scuole. Amanullah fuggì di nascosto da Kabul una notte, durante una bufera mai vista, con fiocchi di neve grossi come cuffie per neonati. Bach-e-Saqaow entrò nel palazzo reale, ottenne la benedizione dei suoi hodje e hadji e cominciò a governare il paese. Amava ammazzare i suoi oppositori a colpi di cannone. Legava il condannato al fusto e sparava. Per gli oppositori non erano necessarie tombe, per cui non le scavavano nemmeno.

Re Amanullah si rifugiò prima a Kandahar, poi attraverso l’Hindustan, nella sua amata Europa, per non lasciarla mai più. Con sé portò un enorme tesoro e si stabilì dapprima in Italia e poi in Svizzera.

Bach-e-Saqaow regnò meno di un anno. Riceveva i diplomatici stranieri e tutti gli onori che spettano a un regnante. Sostituì lo stemma raffigurante il copricapo di Amanullah sormontato dalla piuma e fiancheggiato da due yatagan.

Dal trono fu deposto da Nadir Shah, coraggioso, saggio e paziente sovrano, padre dell’attuale re dell’Afghanistan, che ha ereditato le virtù paterne.

Di Amanullah sono rimaste le carcasse dei vagoni del tram, ammassate accanto al Parlamento, costruito a somiglianza del Reichstag. In questi quaranta anni, da dentro i vagoni del tram sono cresciuti dei grandi alberi. Mi pare che uno sia un’acacia.

È rimasto anche un arco trionfale, sulle pendici dell’Himalaya, molto adatto per legarvi i cammelli. È rimasta pure quella bottega di fotografo, davanti alla quale ogni giorno guardavo il “tempo in navigazione”.

È rimasto anche un türbe3 a Jalalabad, piuttosto simile al padiglione per la musica di qualche parco viennese, dove una banda militare, la domenica mattina, durante la “pausa caffé”, suona inni e marcette patriottiche. Nessuno potrebbe credere che si tratti del mausoleo del re.

Tutto ciò che proveniva da Amanullah era simile ad Amanullah.

1 Dolce orientale: cubetti di gelatina di petali di rosa o di noci, serviti di solito con il caffé.
2 Hodja: maestro musulmano. Hadji: sant’uomo che ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca.
3 Türbe: mausoleo reale.


Alice Parmeggiani
Ha insegnato Lingue serba e croata e Letterature serba e croata presso le università di Udine e di Trieste.
Oltre a diversi saggi (principalmente sui rapporti fra varie avanguardie letterarie russe, serbe, croate e italiane e sulla mediazione linguistica) nel 2005 ha pubblicato il volume Scritti sulla pietra. Voci e immagini dalla Bosnia ed Erzegovina fra Medioevo ed Età moderna.

Attualmente si occupa di traduzioni. Ne ha pubblicate una quarantina, fra romanzi, raccolte narrative e poetiche di autori moderni e contemporanei serbi, bosniaci e montenegrini, fra i quali D. Albahari, I. Andrić, F. David, F. Duraković, P. Finci, J. Lengold, B. Pekić, B. Stanišić, A. Tišma, N. Veličković, D. Velikić.

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Nella bottega del tempo in navigazione – un racconto di Zuko Džumhur