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Nella perfida terra di Dio | Omar Di Monopoli
Adelphi 2017

di Paolo Risi


Quando le autorità ebbero espletato tutte le procedure previste, lasciandolo solo e ribollente d’ira, l’uomo, al pari d’un vitello marchiato a fuoco, s’abbandonò a un lungo e terribile urlo che non sembrò minimamente scuotere né glorificare la squassata fissità di quel microscopico lembo della perfida terra di Dio.

Il meridione uscito dalla penna di Omar Di Monopoli proietta la tradizione criminale al centro di una bolla immaginifica che unisce più influenze, dal sud più efferato e torbido di una certa narrativa statunitense alle acrobazie truculente e visionarie di autori e registi che vanno da Sam Peckinpah a Robert Rodriguez.

Parole come inflorescenze spontanee o come tasselli di un disegno stilistico? Spuma torrentizia o articolazione di senso? In che modo inquadrare Nella perfida terra di Dio, quali dettagli possono aiutarci a individuare una sorgente, una radice che affondi in un’intenzionalità riconoscibile? Affidarsi alla scrittura e così sia, verrebbe da dire, perché sta nell’oscillazione armonica di paesaggi, dialoghi e caratteri, la verità sull’opera pubblicata da Adelphi. Affidarsi, perché fin dalle prime pagine il passepartout emozionale apre uno spiraglio attraverso cui ammirare la parata sfarzosa, godibile e articolata nel medesimo tempo, ritmata e caleidoscopica.

Tornando alla tradizione criminale, verrebbe da pensare a una sorta di esplosione controllata di figure caratteristiche e contorsioni di potere, a una deflagrazione in mille parti che toccano i confini del grottesco. La maschera apposta su personaggi assolutamente credibili, materiale umano da cronaca nera, consente una messa a fuoco ancora più precisa di malvagità e scelleratezze. È la mano dello scrittore a determinare angolazioni e miscelatura delle luci, a orchestrare la finzione altre i margini dell’oggettività, rimanendone al contempo fedele.

Il tutto danza davanti a un fondale da commedia dell’arte, e dio solo sa di quanta commedia dell’arte rivisitata e di carattere, e di attitudine allo sberleffo, abbiano bisogno i nostri tempi. Sulla tela scenografica non mancano riferimenti pulsanti alla realtà odierna: dallo stoccaggio irregolare di rifiuti tossici, reso possibile da politica e malavita in combutta, alla presenza di un tristemente noto polo siderurgico, il cui fetore “è una delle forme manifeste dell’incuria”.

La trama prende corpo da un canovaccio “spaghetti- western”.

A Rocca Bardata, un piccolo paese placidamente adagiato tra la provincia di Taranto e quella di Brindisi, una delinquenza primitiva e sanguinaria si contende quel che è rimasto di un territorio stremato. Il rispetto, l’autorità di sguardi e revolver, sono i moduli per assemblare una parvenza di sovranità e in tale contesto si muovono scagnozzi e capoclan, individui acquattati fra cespugli e fanghiglia.

Nel gran bailamme un mistero – vale a dire la scomparsa di Antonia, moglie di Tore, punta di diamante della criminalità locale – quasi paradossalmente agisce da snodo, da propellente implicito della narrazione.

La sparizione della donna permette alle storie singole di manifestarsi, alle personalità di fare il proprio gioco sul tavolo barcollante delle alleanze e delle rivalità. E attorno alla presenza fantasmatica, ai ciclici flashback che ne delineano le gesta, si avviluppa una sorta di fogliame genealogico, un intreccio di eroismi e infamità che ha un non so che di leggendario.

Antonia è figlia di Nuzzo, un guaritore che allaccia interessi e deliri con suor Narcissa, reggente di un convento che facile sarebbe definire dell’orrore. Incastrata in un destino che non lascia scampo, Antonia sceglie come compagno di vita Tore, accettando così di diventare ingranaggio passivo di una tragica e crepitante epopea. I due mettono al mondo Gimmo e Michele, bambini inselvatichiti e cresciuti in fretta che, nelle traiettorie della vicenda, troveremo dapprima, orfani di madre, accanto al nonno guaritore, e in seguito ricongiunti, loro malgrado, alla figura paterna. Dopo molti anni Tore è infatti rientrato al paese da una latitanza chiacchierata. Ritroverà come detto i figlioli e il coraggio per estrarre definitivamente la verità dagli interstizi di una terra avvelenata.

Al di là di vicende e colpi di scena è la lingua impiegata da Omar Di Monopoli a trainare, a far lievitare il romanzo. Dal crogiolo spunta materiale incandescente: parole gergali, neologismi e innesti dialettali, raffinatezze e latrati, la metafora sempre esatta, illuminante, qua e là dettagli polverosi alla Sergio Corbucci, e poi improvvisi frammenti biblici.

Le descrizioni, i paesaggi, traggono linfa cristallina da un tale dispiegamento lessicale, rappresentano un ulteriore motivo di incanto, proiettano inesorabilmente il lettore nella perfida (e ammaliante) terra di Dio.

[…] Ecco perché, pur dotati di pittoreschi centri fitti di edifici lastricati e maestose cattedrali dalle guglie barocche, paesi quali Rocca Bardata si erano nell’ultimo trentennio come spenti e prosciugati: depredati dalla criminalità e vessati dalla cronica mancanza di lavoro, luoghi siffatti, un tempo votati a una ruralità essenziale eppoi consegnati all’illusione di uno sviluppo economico che si era compiuto solo nei proclami di una classe politica sciagurata, erano di colpo sfioriti, ritornando quasi per inerzia a quell’isolamento arcano e selvaggio che caratterizzava quelle lande sin dai tempi dei Borbone.

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