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nonfatepettegolezziNon fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura | Demetrio Paolin
LiberAria Editrice

Recensione dei lettori di ZEST di Emanuela Chiriaco’

Reduce dalle semifinali del Premio Strega con Conforme alla gloria (Voland), Demetrio Paolin è anche autore di un piccolo prezioso saggio pubblicato nel gennaio del 2015 da LibrerAria “Non fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura“.
In questo saggio, Paolin è un passeggiatore solitario, di russeauiana memoria, che fantastica sulla scrittura e i tristi epiloghi delle vite di quattro scrittori: Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini.
Passeggia sulla carta per 109 pagine, avventurandosi per le vie di Torino alla ricerca e al racconto delle case in cui i quattro scrittori hanno vissuto e alcuni dei quali vi sono morti.

1) Salgari o il primo redattore precario di una casa editrice. Paolin visita la dimora e ne percepisce odori e presenza. Parla con amicizia di un uomo che scriveva a cottimo per sopravvivere e mantenere una moglie pazza e due figli, sfruttato dagli editori e vessato dai creditori.
Un uomo che ha fatto e fa sognare intere generazioni con le sue avventure, pur avendo vissuto grame giornate affannate che non gli permisero il lusso dell’ozio: decanter potente della scrittura migliore.
Un produttore seriale di pagine scritte a mano, quantitativamente copiose, il cui finale eroico non è tanto di vaga matrice orientale.

2) Pavese o l’uomo con l’idea di movimento.
Da Walt Withman eredita il ruolo del poeta viaggiatore, permeato di orfismo, spezzettato e sminuzzato in personaggi che parlano indirettamente e liberamente. Paleontologo del verbo colorato. Perché solo il colore è capace di frammentazione dell’ego e di domande come:” chi può dire di che carne sono fatto?”. Perché Pavese incarna la contingenza dell’attimo vissuto di vita pura. Ricostruisce se stesso all’unisono con la Torino post bellica, in un tentativo disperato e impossibile di perdita della memoria: la collina della morte è il feticcio onnipresente di quell’esperienza dolorosa. Anche “le donne, come i tedeschi, sono il nemico”. Entrambe rappresentano il rapporto con l’alterita’ che sottrae ad ognuno il privilegio della zona di comfort e costringe a fare i conti con se stessi. Conoscendo l’inadeguatezza che genera la vergogna dell’essere fuori luogo.

3) Levi o il dolore mai sopito della fame vivente.
Uomo/uovo. Non c’è dicotomia. C’è similitudine.
Somiglianza con una piccola diversità: una consonante mai consolante. O il guscio è fragile o inesistente. Si è tuorlo con la chiara manifestazione di una paura adesa e mai pronta all’abbandono. Come il cicles che gettato in terra conosce lo stadio cromatico ma resta indelebile.

4) Lucentini o il magistero della leggerezza.
Pensa, vive, dice e scrive la realtà allo stesso modo. Come se la sua volesse essere scrittura fotografica.
La fissità di un momento, del baluginare dell’idea che tradotto in segno, in scrittura, è già altro. In perenne equilibrio labile si trova la bancarotta post bellica dell’umanità.
Paolin passeggia tra queste quattro mura di carne in punta di piedi, sfiorando dolore e respiro con discrezione, con il garbo della parola buona mai giudicante. Di chi non crede si possano fare troppi pettegolezzi sulla difficile stratificazione del dolore di vite complesse sciolte nel più triste degli epiloghi. Sono ai suoi occhi e all’inchiostro della sua penna, esempi di scrittura e di letteratura. Restituiti al lettore con il tocco di una piuma che solletica la curiosità dell’approfondimento.

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Non fate troppi pettegolezzi | Demetrio Paolin

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