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NON TI RESISTO | Raccolta di racconti del Concorso Donna nel Quotidano indetto da Literaria Consulenza editorale & Agenzia Letteraria

pubblicata da Emma Books (prefazione di Sabrina Grementieri)

L’ebook è in vendita online su Bookrepublic, Amazon, Kobo, Apple e su tutti gli altri store.

Il titolo della raccolta nasce dal desiderio di narrare le capacità “resilienti” delle donne, cui queste fanno ricorso nell’affrontare situazioni difficili o di grande sofferenza, fisica e interiore. Non ti resisto è quindi un invito a non resistere stoicamente alla possibilità di superare e accogliere ancora la bellezza, la felicità, l’amore.


Nota di Paolo Risi

I racconti compresi nella raccolta Non ti resisto sono come “coriandoli di sera” (citazione tratta da uno dei racconti presentati) che si librano e atterrano nei luoghi più impensati. Rappresentano l’infinitesima parte di una complessità inafferrabile, campione comunque attendibile e vero dell’universo femminile, che produce assonanze e stimola a riflessioni personali. La piacevolezza della raccolta, la sua significatività, sta anche nei differenti registri che la caratterizzano: al suo interno “voci soffuse e altre decise, liriche alcune, disturbanti e forti altre, linguaggi che si piegano tanto all’intimismo più delicato, quanto al tratto ironico e alla vena dissacratoria”.

Se c’è un tratto che non contraddistingue l’antologia è la ricerca della sfumatura idilliaca: si va dritti al punto senza generalizzare, scandagliando il nucleo poetico, a volte disturbante, della quotidianità. Scrive Sabrina Grementieri nella prefazione: “Violenza, fragilità, rimpianti, ossessioni, debolezze: è ciò che troverete nelle pagine che seguono. I finali sono aperti ma non promettono sollievo e salvezza. Perché questa è quotidianità, dove non sempre ci sono eroi ed eroine che rassicurano e proteggono. Ci sono gli sconfitti, i mostri, i defraudati”.

Emanuela Chiriacò nel suo racconto “Fame da bue” propone una scrittura ellittica, febbrile. Registra sensazioni profonde e le condivide impostando un ritmo, uno stile efficace e controllato. La protagonista del suo racconto dubita di se stessa, fatica a sostenere compiutamente il proprio Io. Divampa il disagio che obbligatoriamente va espulso, ma che si ripresenterà, che obbligherà alla ciclicità del rituale bulimico. Un nodo irrisolto viene alla luce: l’impossibilità o l’incapacità di accogliere amore. La partita si gioca in bocca. Il senso del gusto decreta la vittoria di una pietanza sull’altra. La preferenza. La scelta. Alcuni bocconi li ingoio. Mangio molto. Sarebbe più elegante dire abbastanza. Oggi si è scelto di non scegliere. Si è lasciato che il disgusto vincesse. Non è una forma di autolesionismo. Una degustazione. Una disgustazione. Un termine che non esiste”.

Nina forse ama ancora suo marito, il padre di suo figlio. “Le ore con te sono coriandoli di sera, volano, s’insinuano dappertutto, ne vorresti ancora, ma segnano la fine della festa”. Ne “I coriandoli di sera” di Sandra Maria Dami, delicatissima partitura degli affetti, tutto comincia da un amore bellissimo, quasi da favola; poi un incidente scompagina i piani e i sentimenti sono costretti a deviare verso nuove modalità espressive. “L’abisso che ci separa è un giorno di fine aprile, quando le nostre vite si sono frantumate”. Il rapporto si adegua agli esiti irreversibili di una disabilità, ma non per questo soccombe. È a questo stadio che l’amore si rivela pienamente, confondendosi con la tenerezza.

Dario Maria Desantis propone, nel racconto “Teneramente”, un io narrante teso al disprezzo, all’annullamento dell’universo femminile. “Il motivo dei pestaggi? E che importanza ha? I motivi ci sono sempre e loro lo sanno fin troppo bene. E anche se non ce ne fossero proprio, io non smetterei mai di menare botte da orbi, semplicemente perché mi piace”. Il mostro, delineato con straordinaria precisione e sensibilità da Desantis, prova a neutralizzare la sacralità del giudizio annichilendolo con l’impassibilità. Si tratta del vademecum di un picchiatore, di un folle che esce finalmente allo scoperto, che rende noto il suo operare rivelandone la pochezza, l’infinita pericolosità. La patologia stende il suo drappo funebre: l’oggetto del desiderio diventa tale solo con l’annullamento dell’oggetto stesso.

L’illusione iniziale, il buttarsi a capofitto, poi le frasi diventano liquide, perdono di significato. “Basta con la menzogna del progetto comune, con l’illusione del futuro insieme. Sapevamo entrambi che non c’era altra soluzione se non quella di lasciarci. Futuro è la parola dell’amore. E noi ce la siamo ripetuta tanto, anche durante il sesso: Rimani dentro di me, sei il mio futuro. Parole usate male, frasi di accompagnamento”. Nel racconto “L’attesa” di Erika Filardo la relazione si infetta: ha campo libero la malattia del silenzio, esito eclatante e luttuoso di un rapporto. Ancora una volta la prevaricazione fisica si abbatte “post mortem”, con crudeltà. Lui, analfabeta dell’amore, si abbandona alla perversione, lui che “se controbattevo, mi picchiava per schiacciare le mie argomentazioni e ribadire chi comandava”. Ma c’è una possibilità che è data dalla fuga, suggerita da una consapevolezza nascente: puntare verso il deserto, viaggiare per far emergere nuove prospettive.

Una bambina. Il bisogno di giocare, di vedere cose nuove ogni giorno. Fra le macerie del dopoguerra la piccola Melina (protagonista di “Black and white” di Nadia Gambis, racconto che lega mirabilmente due epoche storiche) si intrufola nei vicoli; rincorre una gatta, la vuole accarezzare. Nei meandri, all’interno dei cortili che si affacciano sul porto, si aggirano uomini venuti da lontano, vestiti tutti uguali, alcuni di loro portano con sé, da oltremare, il seme della brutalità. “Era così bello là fuori, di sera: le stelle, il luccichio del mare, le luci delle navi, le sirene del porto e delle jeep americane, le strane parole che quegli uomini strani cantavano per strada, le loro risate in mezzo alle macerie in cerca di chissà che cosa”. La storia si ripete ai giorni nostri, nei porti e sulle rotte dei migranti. Ancora sulla terraferma può accadere che approdi quel seme immarcescibile, che non ha colore e cittadinanza.

In “L’amore è un attimo” di Michele Lamacchia si accende un’infatuazione per una ragazza orientale, ma si attiva anche un meccanismo di coincidenze, governato dai sensi. Anche il comandante dell’aereo su cui la protagonista prende posto ha un nome che ricorda il Maverick di Top Gun, interpretato da uno spavaldo, a quei tempi, Tom Cruise. Persino un certo atteggiamento di una hostess provoca scintille mnemoniche: “La maldestrezza della donna mi riportò istantaneamente alla mia innamorata giapponese ma ancora di più all’immagine viva e vergine di lei in carne e rossetto indiano che indicava dove trovare il giubbetto da indossare nella rara eventualità di un ammaraggio”. Un certo odore poi riempie l’abitacolo, il destino si realizza come su un tavolo da gioco. La sequenza delle carte decreta la fine del volo, interrompe il gioco delle percezioni e delle allusioni.

Una donna è un insieme di caratteri, una “fisiologia” complessa che richiede interpretazioni ponderate e inappagate. Ognuno cresce e si conosce attraverso rinunce e cambiamenti di rotta, nei brevi intervalli che ci concede la corsa sfrenata. E fra amici il confronto è sempre illuminante, a volte impietoso. Nel racconto “Coccodrillo: resistenza femminile alla felicità” di Ivana Margarese, riflessione accurata e pungente sull’universo femminile, accade che Arianna si senta, all’interno di un giochino psicologico, nientemeno che un coccodrillo: ubiqua e sincera, appunto come l’ancestrale rettile anfibio, “misterioso come la verità”. Il suo amico I. ha maturato invece una visione agli antipodi: “Un paguro con la sua conchiglia cerca sempre di stare ancorato, malgrado le materie che incontra. Appena ha situazioni troppo disagevoli, si rinchiude dentro e questa posa parrebbe una forma di ostinazione e di determinazione. Ma quando è tranquillo, arricciato nella sua conchiglia, non si può fare a meno di tormentarlo per indurlo a uscire. Arianna, tu senza dubbio sei un paguro!»

In un aeroporto si incontrano due donne. Una delle due ha il volto di un’attrice: lo stesso portamento elegante, la stessa signorilità innata. L’altra è impressionata da quella somiglianza. Nella sua mente costruisce una realtà fittizia: si convince che la donna sia veramente la bellissima attrice italiana. Il caso vuole che, una volta salite a bordo, si ritrovino una accanto all’altra, a condividere i rituali del viaggio e un segreto fino ad allora inconfessabile. Il film dell’incontro perde immediatamente i connotati dell’eccezionalità: colei che era apparsa come una diva, un personaggio mitizzato, si rivelerà una donna come tante altre, immersa in un’incomparabile quotidianità. In “Mi avrebbe piaciutoMaria Tronca rende omaggio alle donne che un po’ deludono le aspettative, che hanno rimpianti e nonostante ciò fanno del loro meglio, che interpretano la loro vita con coraggio, a volte seguendo un copione, a volte improvvisando.

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Non ti resisto – Donna nel quotidiano: 8 voci per raccontare le donne

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