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Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana  | - AA VV
Fandango Libri 2019

A dieci anni dalla sua prima edizione, per celebrare i suoi venti anni Fandango Libri pubblica il Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana. Nel 2008 centinaia di autori e autrici furono invitati a partecipare a un lavoro collettivo basato su un’idea azzardata: quella di individuare una singola parola che per ciascuno di loro avesse un significato particolare perché, se le parole sono i “ferri del mestiere” degli scrittori, sono anche affetti, sono ricordi e sono storie. Il Nuovo dizionario si è aperto all’ultima generazione di scrittori del secondo decennio degli anni 2000, per arricchire questa collezione unica. Il risultato è una raccolta eccentrica e a tratti spiazzante delle parole più disparate, dalle più semplici al dialetto, dai neologismi a frasi intere per indicare concetti insostituibili. Un volume insieme tradizionale e atipico, un piccolo monumento di scrittura dedicato alle parole della nostra lingua, una lettura in grado di offrire inaspettati spunti di riflessione. Un vocabolario dove “trovare rispondenze e discordanze, capire quante e quali sono le parole che ci uniscono agli scrittori che amiamo, scoprire che certi termini del nostro privato idioletto sono inaspettatamente condivisi da poeti e narratori”.

per gentile concessione di autori e casa editrice è possibile leggere un ESTRATTO

Habitat

Parola di origine latina (significa “egli abita”) che sembra dura, però anche araba, quindi sinuosa, elegante. L’habitat è quel luogo, che diventa una libertà, entro cui riesci a essere te stesso, confessandoti le cose peggiori con il sorriso. Può anche essere, spesso, una persona. La persona che ti mantiene libero e ti incoraggia a scoprire il resto dei luoghi. Quelli che prima sembravano inospitali e poi, per magia, diventano casa.

Marco Marsullo


Bellezza

La bellezza ha a che fare con le cose del principio: la natura, il corpo, l’anima, l’arte. Il mondo è pieno di bellezza così come ne è piena la nostra anima, ma spesso facciamo fatica a riconoscerla perché è scandalosa e perché spesso la ripudiamo. Si riconosce perché non insegna ma comunica energia, non risente delle mode e della realtà quotidiana ma la reinventa, non è ferma alle apparenze ma espande il senso delle apparenze approfondendole e ci fa capire il significato del linguaggio, il senso dell’esistenza umana, il senso dell’universo. Ho avuto l’umiltà di avvicinarmi a essa perché alcune situazioni che ho la fortuna di vivere da qualche tempo a questa parte le chiamo “cose del principio”.

Le affronto come se le vedessi per la prima volta, con lo stesso stupore e la stessa curiosità di molti anni fa. Non a caso uso queste parole “la stessa curiosità” di un tempo, perché c’è stato anche un periodo della mia vita in cui nulla sembrava nuovo e le “cose del principio” non mi passavano per la mente. È stato un tempo in cui la bellezza era lontana, irraggiungibile o addirittura inesistente e ogni gesto, ogni evento, mi sembravano svuotati di senso. L’esperienza non era più tale. Poi accadde qualcosa, anzi proprio nel momento in cui lo scetticismo prese il sopravvento arrivò la metamorfosi. Direi che la metamorfosi fu naturale. Il desiderio divenne ancora una volta la spinta propulsiva; era desiderio di riconciliazione. Con chi mi stavo riconciliando? Lo so bene. Ora lo so. Mi stavo riconciliando con l’umanità. Col mondo. La mia riconciliazione nasceva dal desiderio del desiderio dell’altro, e mi sembrò reale-razionale. Da allora ho reimparato a saper cogliere la bellezza e le “cose del principio” iniziarono a essere di nuovo visibili. Ora so che la bellezza è lì dove un evento, un oggetto, una parola, un pensiero, mettono entusiasmo. Dove c’è l’entusiasmo c’è anche la bellezza. Chi non ha dentro di sé la bellezza potrà studiarla ma non incontrerà mai la sua potenza divina, per questo motivo sarebbe saggio partire mettendosi nell’ordine d’idee di “fare bellezza” per imparare a riconoscerla quando proviene da noi e dal mondo che ci circonda.

Davide Bregola


Spiaggia

Non è una parola bella in sé, non suona nemmeno tanto bene, non ha una bella forma, però indica un bel posto dove stare. Quando sei un bambino, la spiaggia è il posto della libertà: il guinzaglio degli adulti è elastico, e si allunga, si allunga. Succedono cose con altri che non conoscevi fino a cinque minuti o cinque giorni prima, e non sarai mai più così temerario. C’è l’acqua, c’è l’aria, c’è la sabbia o la roccia, c’è il vento: tutto. Aspetta di avere tredici, quattordici anni e ci troverai anche il fuoco. Il mare visto dall’alto di una scogliera può essere troppo, è la quarta parete che manca, l’infinito quando mette paura; guardato da una spiaggia invita all’immenso, però non sei ancora partito, il viaggio deve ancora cominciare, tutto può succedere. È il prima dell’avventura, è già avventura anche se resti. Poi: sulla spiaggia d’estate avverti il conforto degli altri, l’umanità sbucciata, troppa, buffa, interessante; d’inverno – e nei posti segreti o molto selvaggi – l’accoglienza della solitudine. Siamo tutti così piccoli rispetto alla misura del mare.

Beatrice Masini


Sorella 

Non ho una sorella, ma sono sorella. L’esperienza che ho in materia mi porta a considerare l’argomento innanzitutto a parte subjecti. Cioè dal punto di vista della mancanza: non avere una sorella implica non poterti scambiare le gonne alle medie, non avere una vice-madre che ti spieghi come si fanno i bambini e cosa siano quelle macchie rossastre un giorno all’improvviso. Poi tante altre cose tipo come si tratta con i ragazzi, quali sono i patti, le strategie, le regole non scritte. Io ho dovuto improvvisare perché il modello erano i fratelli, che tornavano a casa un po’ quando gli pareva e quando arrivò l’età della Vespa (io dietro) sempre più tardi (e giù cinghiate, pure quelle destinate a me, al riparo). A parte objecti la sorella è pur una grande seccatura, perché implica riportarla a casa dalle feste del liceo alla tua stessa ora, accettare che lei abbia la camera singola mentre tu russi all’unisono con l’altro, che i genitori le comprino una casa perché l’affitto è diventato troppo caro e almeno è un investimento sul suo futuro, mentre il futuro dei fratelli è sottoposto alle regole del selfmaking e come il padre i figli, tranne la femmina. C’è poi la questione su un piano meno biografico- evenemenziale, di longue durée. Quanti fratelli vengono in mente dall’agnosco fratrem ai Karamazov? E sorelle? Alle sorelle uno deve sempre un po’ pensarci, sono figure di sfondo, protagoniste collettive di romanzetti, drammi matrimoniali. Le quattro March, le cinque Bennet, sempre sorelle multiple, esponenziali, tra cui spicca a un certo punto l’eroina, che quindi relega in secondo piano le consimili a vantaggio della propria vicenda singolare. La questione per la sorella di ogni epoca è sempre quando mette la testa a posto, quando si trova un fidanzato. La letteratura contemporanea non è prodiga di sorellanza se non ideale e idealtipizzata, amiche geniali e derivati. Che poi la prima sorella della nostra letteratura è la Morte, nel Cantico di San Francesco. Non devo aggiungere altro. 

Gilda Policastro

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Nuovo dizionario affettivo – ESTRATTO su ZEST