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Raccontare l’odio è l’obiettivo narrativo di
Odi – Quindici declinazioni di un sentimento
la raccolta di 15 racconti firmati da giovani e talentuosi autori e pubblicata da Effequ.

L’antologia esce a quattro anni di distanza da Selezione naturale (anch’essa edita da Effequ e curata da Gabriele Merlini) che fotografava la scena letteraria fiorentina formatasi intorno a una serie di riviste autoprodotte (davano corpo al progetto Francesco D’Isa, Gregorio Magini, Valerio Nardoni, Alessandro Raveggi, Marco Simonelli, Vanni Santoni e Collettivomensa). Nel solco di quell’esperienza editoriale, Odi delinea un nuovo scenario, ancor più interessante in quanto immerso in uno stato ampiamente embrionale. Scrive Vanni Santoni nella postfazione: «Se allora gli autori erano quasi tutti già editi, qua siamo di fronte a quindici esordi puri, e se non c’è dubbio che la responsabilità di continuare a coltivare la scena stia già passando dalle nostre mani a quelle delle nuove leve qui presenti, è, credo, altrettanto certo che il futuro della letteratura fiorentina e toscana, e di una parte di quella nazionale, passerà attraverso almeno alcuni dei nomi che qua si cimentano con una prima prova narrativa destinata alla libreria»

Nell’antologia il racconto Love buzz di Giovanni Ceccanti interpreta un pezzo di natura. Un fuco (il maschio dell’ape) prova a sovvertire un ordine immutabile, che lo vuole reietto o sacrificato dopo la cerimonia di fecondazione della regina. Insieme a un altro “ribelle” si appresta a fare irruzione nel favo, per compiere l’atto sacrilego e contronatura.

«Dimmi una cosa, perché uccidiamo la regina? Davvero, intendo».
Rispose senza guardarmi che ogni atto liberatorio nasce dall’odio. È necessario odiarla e ucciderla per potere amare e vivere noi stessi.
«Io la odio con tutto il cuore» disse guardando la luna «e tu, quanto la odi?»

Il meccanismo non verrà sabotato dall’interno. L’odio, nella geometria dell’alveare, si sottomette alla staticità, all’equilibrio delle parti. Che in altri scenari, forse più complessi, la prevaricazione e l’odio si stiano presentando sulla soglia dell’assetto genetico?

Nessun altro racconto è ambientato nel verde smisurato della Natura. Cambiano i contesti e i luoghi, ma in qualunque modo, capillarmente, le contrapposizioni fra umani deflagrano in multiformi schegge d’odio, e non esistono valori, punti di riferimento in grado di impedire o almeno controllare la detonazione.

Sono pulsioni apparentemente irrazionali, ancestrali dentro individui minati dal narcisismo, che umiliano e fanno violenza con il sorriso sulle labbra (Un bel posto per fare l’amore di Sergio Oricci)

«Lei urla, è disperata. Sembra la stiano scannando mentre si avvicinano saltellando. Si mettono a cantare quella dei tre porcellini. Devo trattenermi e non ridere, altrimenti salterà tutto»

Ma l’odio, per qualcuno, può anche essere terapeutico, lenimento necessario. Può liberare, in qualche modo, dall’assedio. Perché l’odio è diventato “strutturale”, motore principale o suppletivo dei rapporti, del vivere e del sopravvivere dentro sistemi relazionali sempre più inafferrabili. Anche l’amore incondizionato, lo slancio ribelle, l’atto purificatore come conseguenza dello scarto generazionale, si aggroviglia nel risentimento e nella convinzione che sia già stato raggiunto un punto di non ritorno. Per molti la deriva ontologica è semplicemente vita, o forse il modo più agevole per tirare avanti.

«Avete esaurito, lordato e dissipato tutte le risorse sociali, ideali e naturali. Vi siete abbuffati tracannando il mondo come se non ci fosse un domani. Non c’è rimasto nulla. Avete sfigurato la terra» (da Disintegrazione di Andrea Zandomeneghi)

Lo stridore si avverte anche nella parcellizzazione di paesaggi e quartieri, negli scorci di una residenzialità alla moda, rifugio della nuova classe conformata, marmo e acciaio (come in Sedimentazione di Giovanni Bitetto, racconto di un futuro smemorato) ad assediare i vecchi quartieri, divenuti rifugio di una criminalità rabbiosa.

Emergono poi nell’antologia il simulacro ideologico (rossi contro neri, come in uno spento Risiko, in Aurora legittima di Zoe Rossi), l’arroganza dei benestanti e l’incompatibilità fra gruppi sociali (in Passami il granchio di Giulio Pedani), l’odio come agente infettivo del “progresso”, che sembra quasi toccarci e che sentiamo pulsare nel racconto Vitanova™ di Carlo Benedetti.

Identità imprecise portano a diffidare dell’altro, bianco o nero che sia, a brancolare senza rotta in paesi e provincie abbozzate, amministrate normalmente e quindi destinate all’irrilevanza. Succede che il ritorno al paese natale, toccata e fuga controvoglia, inneschi il rancore senza nome, che tracima contro il primo venuto, come in Nostra Signora della Provincia di Simone Lisi.

«L’uomo coi baffi stava appoggiato alla portiera e si massaggiava la testa pelata. Con lui c’era anche l’altro col piumino, impugnavano le bottiglie di birra finite come a volerle lanciare»

L’odio si articola nelle relazioni personali (il deperimento dell’amore in Vita da cane di Benedetta Bendinelli), è adeguarsi al sistema per sconfiggerlo, in una moltiplicazione di accanimento e terrore. Dal proprio io indifeso (la donna dalla faccia sbagliata nel racconto Due tentativi di esistenza di Elisabetta Meccariello, la bambina speciale indagata da Francesca Corpaci in Quattro visioni del paradiso) ai conflitti etnici e religiosi (la guerra nella regione indiana del Kashmir raccontata da Jacopo La Forgia), l’impotenza, l’impossibilità di affidarsi a un ordine naturale equo, producono onde d’urto che si rafforzano e si incrociano a ogni latitudine. E chi resta fuori dai giochi, disilluso osservatore del caos, si limita a ciondolare dalla sua stanza al centro per l’impiego comunale, percorrendo le lande desolate della disoccupazione (Sul fare del giorno di Tommaso Ghezzi)

Le prose in Odi – Quindici declinazioni di un sentimento sono sorprendenti, in ordine sparso emergono da spore ideative necessariamente e felicemente mobili: vi si rintracciano, fra generi e suggestioni, bagliori espressionisti, la narrazione di viaggio, il guizzo farsesco, un crudo realismo e la virata verso territori distopici. Tutti questi materiali di sedimentazione, raggruppati armonicamente, realizzano l’esaustività della raccolta, ne alimentano la vitalità e delineano un vero e proprio “sentire comune”. Scrive Gabriele Merlini nella prefazione: «Ecco l’impulso: esplorare l’universo (decisamente giovanile, caotico ma determinatissimo) di chi scrive su magazine online e cartacei, organizza festival e incontri, si spende per la gestione dei beni letterari e artistici nel luogo in cui abita, delegando loro il peso di spiegarci cosa diavolo accade fuori dal cortile di casa. Dove stiamo trovandoci e magari il modo migliore per uscirne integri». Fuori dal cortile di casa l’odio “per induzione” sovraintende e assegna le parti a protagonisti e comparse: su palcoscenici sconnessi, in ordine di specificità, il livore verso i walsher, la minoranza linguistica italiana nel Sud Tirolo (Il carnevale in cui ho imparato a odiare i miei vicini di Flavio Pintarelli) e la straordinaria menzogna di politici e cerimonieri di corte, indaffarati a introiettare nello spettatore il verbo della paura e del sospetto (lo “straniero” in funzione del consenso e del marketing elettorale, nel racconto Red Salmon di Danilo Pettinati e Daniele Gambetta)

Paolo Risi

L’intervista al curatore Gabriele Merlini:

Conosciamo molto bene la figura dell’editor, meno – anzi molto poco – quella del curatore di un’antologia di racconti. Vorresti parlarcene, spiegandoci magari in cosa consiste precisamente la sua funzione e raccontandoci in concreto come si sono svolte le varie fasi di questo tuo lavoro?
L’idea alla base dell’antologia è stata, fino dal primo confronto con l’editore, trattare la tematica dell’odio, della contrapposizione, dello scontro attraverso più ottiche, usando voci dai registri più disparati e tentando di coprirne il più alto numero di – per citare il sottotitolo del testo – declinazioni, sfumature. Tradotto: volevamo tracciare ciò che quelli bravi chiamano «il contemporaneo» partendo da un tema obiettivamente vasto come il rancore, l’esasperazione, descrivendone poi ogni incarnazione specifica con i singoli racconti. Quindi l’odio per i vicini che può essere personale o su vasta scala, geopolitico – non sono rari di questi tempi i muri che si alzano o vorrebbero alzarsi tra stati confinanti – ma anche l’antipatia tra colleghi di ufficio a tirarsi dietro i faldoni in pausa pranzo. La disillusione per un lavoro che non si trova al netto di molte promesse occupazionali, come l’irritazione per un compagno/a distante, incapace di capirci in profondità. La frustrazione per una informazione basata su fake news ed esagerazioni mediatiche volte a farci imbufalire, al pari di una singolare sorta di alienazione che può prenderci e porta a compiere, la notte, scherzi terribili persino a chi amiamo. Tempi complicati che minacciano le relazioni familiari e inducono alla nascita di strane fobie. Questo è stato il mio lavoro: individuare racconti capaci di occupare ogni tassello del grande puzzle che abbiamo riassunto sotto la dicitura «odi» e provare a restituire alla fine un senso compiuto, organico dell’insieme. Immagino ciò valga per me come per qualsiasi altro curatore di un libro dalle simili velleità: scegliere chi maggiormente riteniamo adatto a offrire varianti, sia di plot che di stile, su un perno centrale e provare poi a tenerli assieme. Al netto delle distanze. Così ho inteso la curatela. Per altro mi piace sempre ripetere quanto, nonostante l’argomento non induca esattamente alla spensieratezza, molti contributi siano ironici, brillanti, capaci di fare sorridere: questo è importante. Poi certo abbiamo pure fatto un editing deciso ma si è trattata di fase che ho condiviso con Francesco Quatraro: lui sa essere molto più spietato del sottoscritto con virgole e periodi ingarbugliati. Io sono facilmente corrompibile.

Perché si è scelto come criterio tematico l’odio? Ex ante pensavi già a territori antropici specifici che speravi/volevi venissero mappati e narrati? Ex post cosa pensi del risultato? Cosa ti pare sia stato indagato in modo valido o addirittura esaustivo e cosa invece avresti voluto fosse maggiormente tematizzato e approfondito?
Per natura tendo a sfuggire dagli scontri, principalmente perché richiedono un enorme sforzo e sono abbastanza pigro, ma non vivo su un altro pianeta e noto quanto sia in crescita la volontà di risolvere le faccende a capocciate, metaforiche o meno. Vale per il sistema reale come per i social, l’informazione o il basilare confronto tra amici. Ne accennavo prima, veniamo da un passato recente non tra i più facili e paghiamo il conto di una fisiologica esasperazione. Certo non tutti, ma è percepibile una qualche infiammabilità relazionale. Così abbiamo ritenuto che l’odio – la rabbia in esteso, l’insofferenza di cui sopra – potesse rappresentare un buon punto di partenza per contarci. Tenendo sempre presenti le molteplici angolature che l’argomento offre: da un punto di vista narrativo è essenziale. E sì, certo ho rimuginato su specifici territori che avrei voluto esplorare, da qui l’articolato confronto con gli autori per evitare vi fossero doppioni o dare indicazioni su tasti non toccati da altri («no Y, niente gattini malmenati. Ne ha già parlato X.») Di prassi evito un’entrata a gamba tesa sul momento creativo di chi scrive, però ammetto stavolta di avere un po’ spifferato cosa stesse bollendo nelle altrui pentole per non ritrovarmi nei pasticci con due brani pressappoco sovrapponibili. Qualcosa è rimasto fuori – credo sia normale, sebbene non saprei di preciso cosa. C’è un discreto rinnovamento nella categoria odi… – ma sono soddisfatto del risultato. Infatti, rileggendo dall’inizio alla fine il libro noto un equilibrio che mi piace, assieme a un senso di divertita eterogeneità. Lo percepisca soltanto io o tutti i lettori, a questo miravo dal primo giorno e sono pacificato.

Il racconto – sostengono alcuni – è una specie in via d’estinzione, che non ha mercato e che artisticamente non ha più nulla da dire. Prescindendo da tali apocalittiche visioni, cosa pensi tu della forma breve? Quale è oggi lo spazio che occupa (o potrebbe occupare) il racconto non solo in ambito editoriale, ma anche e soprattutto in ambito eminentemente letterario? Te la senti di lanciarti in una profezia sul destino del racconto?
L’importanza della forma breve in letteratura è enorme – non devo specificarlo io, basta osservare quanto continuino a vendere e ispirare i grandi raccontisti del passato – ma c’è un ricambio minore del dovuto tra gli autori a causa della riluttanza editoriale a credere in un testo narrativo che non sia un romanzo: è argomento del quale ultimamente si è molto discusso per altro, con competenze e profitto. Poi ovvio, non mi sento di lanciare nessuna profezia ma noto con piacere che andando controcorrente alcune realtà piccolo-medie tornano a investirci, a credere sul racconto e, da salingeriano doc, non posso che salutare con gioia la faccenda.

La parola agli autori: “come hai deciso di declinare l’odio?”

Benedetta Bendinelli: Senza scavare troppo nel sordido scannatoio umano e senza cercare sangue e ferite, per raccontare l’odio ho pensato di partire dall’amore, quell’inferno triviale e senza pace che affligge uomini e donne da sempre e per sempre. Ma si odia anche dove non c’è una tempesta di sentimenti, si odia anche quando non c’è disperazione. L’odio è una roba bestiale che in fin dei conti si lascia addomesticare facilmente. Ci fosse un fanta-girone di colpevoli silenziosi, là si amerebbe qualcuno per una vita intera senza mai confessarlo e si odierebbe per sempre senza mai pronunciare parola.
Ci vuole pazienza e raffinatezza per odiare costantemente, ci vuole conoscenza e logica di intenti, non si odia a caso, è un lavoro di testa. Quindi ho cercato di definire questo aspetto silente dell’odio attraverso il rapporto vecchio e logoro di una coppia sposata.
Benché sia impossibile tradurre la realtà in parole, ho lavorato per ridurre al minimo la menzogna implicata in ogni testo. In cerca d’odio, per scrivere questo pezzo ho semplicemente dovuto guardare: laggiù nel mondo l’odio era pronto a essere raccontato.

Carlo Benedetti: Cercando di raccontare come sia difficile odiare. A volte la complessità che ci circonda rende quasi impossibile scovare un colpevole, un’ingiustizia contro cui combattere. Tutto è tremendamente intrecciato e la fatica di dipanare questo immenso groviglio è tale che alla fine non rimangono le forze per l’odio. Volevo raccontare questo: come l’odio, se non è odio semplificatore, gentista, è sempre difficile. Richiede impegno e fatica. Volevo parlare di una società dove odiare è diventato rischioso.

Giovanni Bitetto: Ho inteso l’odio come vettore di risentimento sociale che – prima ancora di riversarsi sulla realtà circostante – agisce sull’individuo. Il mio racconto parla di gentrificazione ma, più che essere una critica ragionata al fenomeno , si concentra sulla psicologia di chi si sente escluso o declassato. Si tratta di un sentimento che rode il soggetto dall’interno e gli restituisce una visione falsata del mondo. Per questo i miei personaggi agiscono in modo avventato e irrazionale; allo stesso tempo non volevo un racconto troppo cupo quindi ho deciso di adottare un tono grottesco che mitigasse la narrazione e invalidasse il discorso reazionario dei protagonisti.

Giovanni Ceccanti: Ho scritto il racconto come si riporta un sogno, con uno stile scarno e prettamente descrittivo. Allo stesso modo ne leggo a posteriori il significato.
Credo che la storia del Fuco che si ribella alla Regina abbia in sé tre piani di lettura. Il primo è la banale trasposizione di un sentimento umano in un mondo non umano. Ciò che mi interessava era cambiare le parti in gioco e i punti di riferimento abituali. Il secondo è la piccola epopea dell’individuo contro il sistema. L’odio per quest’ultimo non è altro che l’espressione dell’inadeguatezza naturale dell’individuo a svolgere il proprio compito nel sistema stesso. Il terzo piano è invece il punto di vista della Regina, colei che non prova odio né amore e che porta dentro di sé una verità ineluttabile, invisibile agli altri.

Francesca Corpaci: Come consigliava mia nonna ho deciso di fare una cosa santa e distribuirne un po’ a tutti, così non si rischia di fare scontento qualcuno. C’è una protagonista, nel racconto, una persona cresciuta con il presentimento di un futuro speciale che però tarda a manifestarsi. Di chi è la colpa? Di nessuno, di chiunque, e insomma per non sbagliare sarebbe il caso di piantare una grana sulla pubblica piazza. Ma se poi le persone se la prendono e tirano su un putiferio? Forse meglio non fare niente, rimanere immobili. Volevo parlare di aspettative disattese, poi mi sa che non ho parlato proprio di quello, o non solo. C’entrano anche degli insetti brillanti, un edificio non a norma e un tetrapak.

Daniele Gambetta e Danilo Pettinati: Quando abbiamo saputo di questa antologia, stavamo già pensando di scrivere un racconto sul tema delle fake news e dell’odio da tastiera, in quanto temi su cui già stavamo lavorando in articoli e letture di vario tipo. Scrivendo in due è stato necessario discutere a lungo di cosa raccontare e come, quindi riflettendo sulle cause e le conseguenze delle dinamiche virtuale-reale. Così abbiamo finito per scegliere un personaggio, Ettore, che incarna pian piano l’odio accumulato online fino ad arrivare ad un livello di paranoia tale da indurlo a mettere in pratica i propri pensieri, con risultati disastrosi. “Red Salmon” è un racconto che mescola continuamente fatti realmente accaduti con finzione, credendo che questo sia il modo migliore per descrivere l’epoca della post-verità.

Tommaso Ghezzi: Non ho rappresentato l’odio nella sua dimensione esplicita. Ho lasciato che l’insofferenza, il risentimento, il livore e tutte le macchie sparse di bruttura, che compongono il tempo presente, venissero inalate dall’ambiente rappresentato. Ho scelto come contesto simbolico, all’interno del quale innescare l’azione, uno spazio condiviso generalista: la sala di attesa di un Centro per l’Impiego. Questi spazi sono spesso uffici dalla funzionalità fatiscente, che hanno completamente perso la loro autorità, in una piattaforma controversa e incontrollabile, quale è quella dell’attuale mondo del lavoro. Mi è sembrato il recipiente perfetto per contenere diversi tipi d’odio.

Jacopo La Forgia: Non sono stato io a declinare l’odio. È stata la realtà a farlo per me. Ho preso un treno, sono andato in Kashmir, ho visto le cose, ho scritto. “Pietre a mezzo volo su Srinagar” – più una cronaca che un racconto – descrive l’inverno kashmiro alla fine delle rivolte per l’indipendenza della scorsa estate. Per reprimerle lo stato indiano ha inviato centinaia di migliaia di soldati, e negli scontri sono rimasti uccisi più di cento manifestanti. Altre migliaia sono stati feriti e accecati. Molti bambini. Io vagavo per la città di Srinagar e chiedevo alla gente che cosa fosse successo. Odio vivo e profondo.

Simone Lisi: Ho scelto di declinare l’odio nella sua polarità tra gente di periferia e gente di città, ma quello a cui pensavo era forse un odio antichissimo, quello tra popoli nomadi e popoli sedentari, oppure un odio legato a questo presente, che contrappone i migranti e chi invece resta. Mi sembra che questo “odio geografico” dica qualcosa di vero sul sentimento dell’odio in sé. L’odio è per me un sentimento tutto umano, che concerne l’uomo e il suo destino, nel senso che in parte l’uomo lo sceglie e lo modifica con le azioni, e in parte no. L’odio in questo senso ci rende tutti uguali, come la gelosia nel rapporto amoroso.

Elisabetta Meccariello: Mi interessava l’assenza di dialogo e di ragionevolezza dell’odio. Come questo sentimento si insinui nella vita in modo sotterraneo, silenzioso, inconsapevole, con pretesti spesso superficiali e di poca importanza, per poi straripare e prendersi tutto. Nel mio racconto ho riflettuto su come l’odio ci influenzi, ci trasformi, non solo psicologicamente ma anche fisicamente. Volevo vedere cosa accade al nostro corpo quando ingloba il risentimento, il rancore, il disprezzo. L’odio ci trasfigura, ci rende qualcos’altro. E ci sconfigge, inevitabilmente. Ho provato a dare all’odio un colore, un sapore, un odore. Un volto. E mi sono accorta che quel volto poteva essere il mio.

Sergio Oricci: Quando ho scritto il racconto non ho pensato a come declinare il tema. Se mi fossi preoccupato troppo di raccontare l’odio, avrei rischiato di avvicinarmi all’argomento in modo letterale o, nel tentativo di non farlo, avrei rischiato di eccedere in senso opposto. L’odio è rimasto un pensiero sullo sfondo, un po’ come quando si scrive ascoltando una canzone. Ho lasciato a curatore ed editore il compito di capire se il tema fosse stato centrato per poi, eventualmente, inserire “Un bel posto per fare l’amore” nel contesto dell’antologia. Nel mio racconto vedo cattiveria e mancata percezione dell’altro, della sua sensibilità. E vedo anche la leggerezza con cui talvolta la cattiveria viene espressa.

Giulio Pedani: Ho deciso di declinare l’odio a partire da un evento casuale ma non troppo, frutto di semplice destino ma anche di una prepotenza, capace di mutare in una specie di paradigma basico di ingiustizia, che a sua volta cela un impulso di rivalsa dai contorni addirittura classisti, senza però smettere di interrogarsi (e di giocare) su quanto, nella realtà, i profili dei “buoni” e dei “cattivi” possano essere labili, o falsi, o a volte insospettabilmente esatti. Il tutto fra un paesino amato da molti turisti, un vecchio fuoriclasse del Napoli, i primissimi Nirvana e lo Spedale degli Innocenti: elementi che, mischiati insieme, secondo la corrente di pensiero che serpeggia dentro alcune sette scientifiche deviate, comporrebbero una delle pozioni d’odio più letali.

Flavio Pintarelli: Sono partito dalla realtà di conflitto etnico che caratterizza la mia terra, l’Alto Adige. Però non volevo affrontare il tema in termini storici o sociologici. Perciò l’ho filtrato attraverso un ricordo d’infanzia e ho rovesciato il mio punto di vista in quello dell’altro. Così ho potuto mostrare che i meccanismi dell’odio sono gli stessi per chiunque; che sono tremendamente umani. Poi ho potuto mostrare come ci sia una componente infantile e ridicola in quel tipo di odio. Tutto avviene alla seconda persona, che attira il lettore nel racconto. Così riesco a fargli sperimentare una grande vicinanza col personaggio, che alla fine mi diverto a sovvertire.

Zoe Rossi: All’inizio stavo impazzendo dietro a tutta una serie di tematiche femministe e via dicendo. Poi mi fatta uno strano amico che mi parlava di quando era direttore artistico in Casa Pound a Bologna – Casa Pound ha un direttore artistico?-, e mi sono ricordata di quello che odiavo prima, quando ero a Firenze e delle cose che si dicevano e si facevano e di quello che si pensava quando si diceva FASCISTI. Non avevo preso in simpatia quel fascistello strano ma piano piano il suo modo di raccontare senza vergognarsi mi ha regalato una cosa preziosa: la prospettiva. Ecco, ho declinato l’odio in prospettiva. Niente è più carente in prospettiva della politica giovanile, ed io odio la mancanza di prospettiva. Amavo l’idea di scrivere qualcosa che prendesse in giro un po’ tutti e sottolineasse la mancanza di senso. Inoltre amavo anche l’idea di inserire elementi d’azione e le due cose mi sembravano compatibili.

Andrea Zandomeneghi: Ho deciso di declinarlo in modo eteroclito. Oggi è il regno dell’io, e precipitando nell’io siamo informati e scossi dalle sue pulsioni molteplici, infantili, libidiche – una polarità è il desiderio, l’opposta è l’odio. Tanto proteiforme è il nostro desiderio, la nostra insaziabilità, altrettanto è il nostro odio. E così ho cercato di raccontare plurimi odi, eterogenei tra di loro, perché l’odio incuba conflitto e il conflitto e l’odio sono la scaturigine e il propulsore del racconto, come insegna Omero, e raccontarli è naturale e giusto e facile. E così ho parlato dei migranti, dei cruenti attriti generazionali odierni e passati, della distruzione e dissipazione del nostro mondo e della nostra realtà, dell’eutanasia, dell’altro da sé nella malattia e nella detenzione concentrazionaria.

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ODI – Quindici declinazioni di un sentimento | AAVV | nota e intervista a curatore e autori

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