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Pane e pomodoro

Racconto di Teresa Lettieri



Ho imparato a cucinare a 11 anni. E lo feci mentre mia madre, uscendo per andare a partorire il suo quinto figlio, mi raccomandava di badare a mia sorella nata solo 16 mesi prima. Io ero la seconda, dopo un fratello e prima di un altro. Quindi mi sarebbe toccato non solo imparare a cucinare, ma farlo per altri, anche loro bambini. Non so se fui fiera di quel compito che mi era stato assegnato. Ancora oggi, che ho 73 anni non saprei dirlo. Accadde il 15 settembre del 1954 e da allora ho cucinato sempre e ho cresciuto le mie sorelle, i miei fratelli, i miei figli e i miei nipoti. Mia madre ritornò dopo qualche giorno e mi preoccupai, nonostante dovessi andare a scuola da lì a qualche settimana, di aiutarla a sfaccendare di modo che lei non si affaticasse oltre misura, senza viziarla troppo. Quella mattina, tuttavia, pensai innanzitutto a cosa cucinare e a come farlo. Si, è vero avevo visto mia madre preparare il pranzo e la cena tutti i giorni, spesso il pranzo del giorno seguente era già sui fornelli la sera prima ed era più semplice per me seguirla nei suoi movimenti accurati, precisi, semplici. Durante il periodo scolastico, dopo i compiti, trascorrevo la serata in cucina con lei, sebbene avessi sempre un marmocchio tra i piedi a cui badare. Se lei cucinava io dovevo dedicarmi ai mie fratelli. Erano loro le mie bambole, i capelli da pettinare, i vestiti da infilare. Riuscivo, però, tra un pupo ed un altro a scorgere il suo fare tra i fuochi e l’acquaio, tra le pentole e i condimenti, tra gli aromi e gli ingredienti. Osservavo, elaboravo e custodivo così come ero abituata a fare con tutto ciò che cogliesse la mia attenzione di bambina curiosa. Oh, solo Dio sa quanto lo fossi! E stavolta quella curiosità mi sarebbe stata utile. O almeno speravo. Bisognava organizzarsi e con quattro figli, non era semplice anche se la nostra era una famiglia tutto sommato piccolo-media rispetto a quelle del circondario. Nove, dieci, anche quindici figli rientravano nella normalità ma era faticoso portare avanti una tribù sicché era normale anche aiutare a crescere i più piccoli. Decisi di cucinare pasta e patate. Non mi era mai sembrata particolarmente difficile e cercavo di mettere in sequenza la successione delle operazioni da seguire per ripeterle esattamente così come mi apparivano nella mente. Cominciai dalle patate, ma subito mi resi conto che avrei dovuto salire in soffitta per prenderle dalla scorta che a fine estate mia madre cominciava a cumulare. “Ci vuole un posto buio e fresco per conservarle”, sentivo ripetere ogni qualvolta mio padre brontolava alla richiesta di salire nelle segrete del nostro palazzo per recuperare i tuberi terrosi. Lui era una guardia carceraria e al ritorno dal suo turno di lavoro era reclutato da mia madre per tutte le occorrenze della famiglia. Lei era comunque una donna fragile, delicata a tratti anche lamentosa alla quale si opponeva un uomo possente, taciturno ma molto servizievole, sebbene ostinatamente capotico. Questa volta sarebbe toccato a me salire al sesto piano di quelle palazzine del dopo guerra, con le scale strette nascoste dai muretti già scrostati e dipinti di un verde acqua slavato e piuttosto triste. Mio padre non c’era in casa e non era con mia madre. Era di turno, ma si era raccomandato di chiamare una macchina a noleggio che avrebbe accompagnato mia madre in ospedale appena le doglie si fossero avviate. In realtà i dolori erano cominciati al mattino, verso le sei, ma io non mi ero resa conto, mi ero addormentata solo qualche ora prima a causa dei capricci di mia sorella che già accudivo dai suoi primi mesi di vita. La quinta gravidanza di mia madre era cominciata troppo presto dall’ultima, difficile e dolorosa. Nove mesi a letto avevano lasciato una donna stremata, senza volontà e senza colore. Dopo il parto aveva continuato a dormire a lungo durante il giorno ed io mi preoccupavo di portarle la bambina solo per allattarla perché a tutto il resto pensavo io. L’annuncio di un nuovo arrivo fu per me motivo di preoccupazione come se dovessi affrontare una fatica immane ma credo che nessuno a dieci anni si possa immaginare già madre quando i suoi pensieri sono fatti di aria fritta. Ordinai ai miei fratelli di occuparsi della sorella minore nel mentre io raggiungevo le patate ascoltando lungo le scale i loro litigi sulla ripartizione dei compiti che avevo assegnato come una perfetta maestrina. Pur avendola bloccata nel suo sediolone e distratta con una scamorza a forma di ciuccio che mio padre portava tutti i giorni al ritorno dal lavoro, non mi fidavo dei due, intenti a costruirsi fionde per colpire le lucertole. Salii rapidamente quelle scale strette ed anguste, poco illuminate attraverso i ballatoi e leggendo i cognomi affissi sui portoni degli altri appartamenti, una sorta di tiritera ripetuta sulla quale poi costruivo rime e poesiole con le quali intrattenevo i bambini del rione. Da ogni appartamento, l’odore del cucinato si spandeva ovunque e sapevo distinguere esattamente cosa si cucinasse quel giorno. Il martedì, giovedì e domenica, pasta con il sugo. Un odore unico, forte ed intenso a seconda delle abitudini, del condimento e di cosa ci mettessero dentro. Salsiccia e braciola di vitello per i più fortunati, uno o due, ma di rado. Sughetto appena profumato per tutti gli altri. Chi poteva permettersi la carne tre volte a settimana? I pomodori, invece, potevano quasi tutti. Mi metteva un po’ paura entrare in soffitta. Bisognava aprire una porta comune e poi accedere alla propria. La lampadina d’ingresso era più volte fulminata e ci si avvaleva delle finestre della tromba delle scale che davano sul ballatoio e della poca luce naturale che entrava dalle feritoie di ogni locale. Le porte erano di legno, di assi di legno aperte inchiodate, per cui la luce passava e si riusciva anche a spiare in quella degli altri, cosa che noi bambini facevamo ogni volta. Aprii la porta chiusa da un lucchetto e con una rapidità singolare presi 5 patate nodose, di colore rosso che adagiai sul grembiule così come avevo visto fare a mia nonna. Il grembiule diventata un contenitore di fortuna nel quale si nascondevano le cose più inimmaginabili. Una volta ricordo che, di ritorno da una visita ad un morto vicino casa nostra, mia nonna che indossava sempre il grembiule e ne aveva di diversi a seconda dell’occasione, era ritornata abbracciando un fardello che scaricò sul tavolo della cucina mentre noi bambini aspettavamo trepidanti. Erano lumache. Le aveva raccolte nel vallone sotto casa. Aveva piovuto, era fine estate e le lumache erano uscite avvinghiandosi alle piante come gemme preziose. La prima volta non avevo capito cosa fossero, poi mia nonna mi insegnò a raccoglierle tanto da diventare un rituale al quale partecipavamo anche noi piccoli. Così feci anche io. Aprii il grembiule sul tavolo della cucina e le patate rotolarono. I bambini si erano quietati. Mia sorella si era addormentata nel sediolone, dormiva quasi sempre al mattino intorno alle 10 e la nottata insonne era stata provvidenziale considerato che avrei potuto preparare il mio primo pranzo senza il suo frigno continuo. I maschi erano passati dalla fionda alle biglie e sdraiati a terra provavano strategie di attacco che nel pomeriggio avrebbero di certo attuato con gli altri bambini. Non si scendeva prima delle cinque del pomeriggio sotto il portone. Era una regola. Ma si scendeva tutti i giorni dell’anno. Anche quella era una regola. Il coltello affilato che corse lungo quelle patate scintillava dietro la mia abilità acquisita nelle lunghe serate invernali quando mia madre mi metteva in un angolo a pelarle. Non me lo chiedeva lei. Anzi. Ero io che la supplicavo e sebbene temessi i coltelli che mio padre affilava con una pietra mi affidava questo compito ormai fidandosi. Le ridussi in cubetti, quasi perfetti. Ero precisa e mi piaceva questo mio fare attento e minuto. Sembravano i mattoncini di una costruzione che avevo visto a casa di una mia compagna l’unica volta che mia madre mi aveva concesso di poterci andare. Era una famiglia benestante e il Natale precedente suo fratello aveva ricevuto in dono un pacco di costruzioni che io avevo notato sul tappeto del loro salone appena entrata. Mi aveva colpito il colore e la forma e avevo pensato che i miei fratelli si sarebbero divertiti tanto a giocare in quel modo. Comunque loro si divertivano tanto anche a colpire le lucertole e a costruire le carrozze, una sorta di macchine rudimentali che assemblavano con del legno recuperato in giro e i cuscinetti che montavano di sotto a mò di ruote. Presi il pentolone che abitualmente serviva per le minestre e riempito d’acqua vi aggiunsi le patate, il sedano, la carota, una cipolla e qualche pomodoro. Tutto sarebbe andato per il meglio se mia sorella non avesse gridato per richiamare la mia attenzione appena sveglia facendo sobbalzare me con tutta la pentola. I fiammiferi erano inondati dell’acqua caduta e non fu semplice rimediare asciugandoli uno per uno. La verità ci provai solo con quello che mi occorreva per cominciare a cucinare. Agli altri ci pensarono i miei fratelli che colsero il mio invito come se fosse un gioco. L’acqua bollì ben presto, il pomodoro galleggiava sulla superficie, aggiunsi dell’olio, poco, ed il sale. Mia madre mi aveva insegnato che la patata era cotta quando infilando la forchetta ci passava senza trovare ostacolo. Aspettai e alla prova il cubetto cedette come innamorato. Ero pronta per calare la pasta. Certo l’orario non era adatto. Erano appena le undici e mezza del mattino e mai si era pranzato a quell’ora. Ma che potevo fare? Lei compiva quelle operazioni l’una dopo l’altra e io dovevo fare lo stesso. Sapevo a memoria il procedimento. Si faceva così. Pazienza. Avremmo mangiato come i nordisti. Sì, quelli che abitavano a Milano. Avevamo dei parenti, le sorelle di mia madre, stavano lì da sempre e ogni volta che le sentivamo per telefono scegliendo l’ora di pranzo come la più adatta, loro dormivano. Mia madre scendeva dalla signora del piano disotto che aveva il telefono e le lasciava qualche spicciolo per la telefonata anche se lei non voleva in realtà. Mia madre cuciva e spesso le aveva adattato i pantaloni dei suoi figli che si passavano l’uno all’altro. Prima si faceva cosi ed anche loro erano in fila, avevano pochi anni di differenza. Quindi quando mia madre scendeva per chiederle la telefonata, la signora Sprintz, suo marito era austriaco, non voleva i soldi di mia madre ma lei li lasciava sempre di fianco al telefono. Imparai così che i nordisti mangiavano intorno a mezzogiorno e mezzo. L’avremmo fatto anche noi, non sarebbe accaduto nulla per quel giorno e nemmeno per quelli successivi. Non sapevo quando mia madre sarebbe rientrata dall’ospedale e in che condizioni, quindi io avrei cucinato tutti i giorni, e chissà che cosa. Ma di certo sempre a quell’ora. Ci voleva tempo, no? Apparecchiai la tavola e il mio moto avanti e indietro nel sistemare le posate, i bicchieri, il pane, i tovaglioli divenne il gioco della bambina che mi osservava e seguiva con gli occhi quasi incantata. Ero riuscita a svolgere tutto senza difficoltà, troppo bello per essere vero. La mia priva vera volta ai fornelli e tutto filava liscio. I due maschi si erano quasi appassionati a quella esperienza e senza che li chiamassi come faceva mia madre ogni volta che era pronto il pranzo, avevano conquistato impettiti le sedie, con i tovaglioli al collo in attesa del piatto. Aspettarono con pazienza e mi sentii fiera di quel riconoscimento. I piatti fumanti raggiunsero la tovaglia dopo poco e quell’attesa ormai andava solo ricompensata dal loro giudizio. Erano piccoli, certo, ma il loro parere contava più di mille cuochi. O avrebbero apprezzato o li avrei avvelenati. E come spiegarlo a mia madre? In fondo, poteva essere salata oppure scotta oppure sfatta. Ma non sarebbero mai morti per questo. E se fossero morti? Mi avrebbero portata in carcere? Dove c’era mio padre? Mio padre avrebbe dovuto sorvegliarmi e mia madre a casa a piangere i figli? Tutti? Assaggiai timorosa. Uhm! Non male, forse scotta. No! Le patate erano ridotte a poltiglia. Erano una purea, avevano abbandonato la forma a cubetto, ma il sapore ero accettabile. Buono direi. Se li avessi avvelenati e fossero morti invece? Spensi il fuoco e affettai quattro fette di pane. Aprii dei pomodori con le mani, li strofinai sopra e olio e sale completarono i quattro piatti. I bambini si chiesero il perché del cambio di menu, lo colsi dai loro occhi ma non osarono oltre. Sicuramente non sarebbero morti per un po’ di pane e pomodoro. Forse mal di pancia? Ci avrei pensato se fosse stato necessario. Intanto dalla finestra la signora del telefono mi chiamava. Era nata un’altra femmina!


Nota biografica

Teresa Lettieri è nata a Potenza il 24 marzo 1966 dove lavora come ricercatrice per un ente pubblico occupandosi di temi ambientali in quanto agronoma. È anche un’art designer con specializzazione nell’architettura del Feng Shui nonché progettista di giardini. Scrive per una rivista on-line, Passaggio a Sud, e di recente è vincitrice del premio speciale dell’organizzazione del concorso nazionale di narrativa “Alda Marini” con il racconto inedito “il Sole nero”. Organizza e conduce eventi culturali nella propria città attraverso le attività delle associazioni di cui fa parte e cura la presentazione di testi narrativi.

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Pane e pomodoro – Teresa Lettieri