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Passaporto Nansen è una rivista semestrale nata a marzo di quest’anno e fondata da Dario Pontuale (scrittore e critico militante), Paolo Di Paolo (scrittore e giornalista) e Massimiliano Timpano (scrittore).

 

nota e intervista a cura di Emanuela Chiriacò


La rivista mutua il nome del famoso documento di viaggio chiamato Passaporto Nansen pensato per gli apolidi e voluto dalla Società delle Nazioni, necessario per sostenere i principi di civiltà della cittadinanza e della nazionalità. L’obiettivo di tale scelta è ricordare che la scrittura e la lettura ci permettono di oltrepassare ogni confine, fisico e mentale, e si propone di aprire un dialogo tra chi scrive e chi legge per avviare riflessioni solo inizialmente letterarie.

Il primo numero, ispirato alla figura di Pierpaolo Pasolini, pone una domanda molto precisa e attuale “che cos’è un vuoto letterario?”. A colmarlo cercando di dare una risposta e trasferire uno stimolo nei lettori, sono i contributi di: Paolo Di Paolo, Dario Pontuale, Darwin Pastorin, Simone Gambacorta, Graziella Pulce, Angelo Deiana, Gioacchino De Chirico, Fabio Sebastiani, Fabio Riggi, Cristina Ubaldini, Simona Zecchi, Enzo Di Brango, Donato Di Stasi, Angelo Fàvaro, Francesco Ferri, Franco Ruffini, Alma Gattinoni, Giorgio Marchini e Andrea Comincini.

La copertina è curata dall’artista Carlo Vignapiano, le illustrazioni interne di Leonardo Montanaro e le fotografie di Giulia Porcu.

Intervista a Massimiliano Timpano

Avete scelto il Premio Nobel per la pace nel 1922 per la sua attività come Alto Commissario per i Rifugiati (UNHCR) della Società delle Nazioni, ideatore del Passaporto che porta il suo cognome, Nansen appunto, destinato a proteggere gli apolidi, per chiamare la vostra rivista. Federico Nansen fu il primo esploratore ad attraversare la Groenlandia sugli sci tra il 1888 e il 1889. Un omaggio e una sfida importanti. Da un lato, la scelta di parlare di apolidia culturale e dall’altro un’operazione per attraversare con le parole la Groenlandia delle relazioni umane?

La rivista deve il suo nome all’intuizione di Dario Pontuale. La scelta dell’apolidia culturale è un tema che ci interessa molto e che, ma questa è una mia idea, ha a che fare con l’idea di cultura/letteratura e con la geografia letteraria. Penso ad esempio ai grandi narratori e mi chiedo, ci chiediamo, se sia possibile, nonostante ci abbiano lasciato messaggi universali, staccarli e pensarli lontani dalla loro terra di origine: Kafka con Praga, Gogol con San Pietroburgo ecc. Dall’altra c’è questa mia idea, forse troppo romantica, di pensare al poeta e al narratore come a qualcuno senza pace, il quale continuamente è spinto alla ricerca e alla creazione di una nuova terra. Mi chiedi se ci troviamo oggi ad attraversare la Groenlandia delle relazioni umane? Sì be’, a detta di alcuni ci tocca farcela in solitaria ‘sta vita qua: senza Dio (morto), senza l’altro (plesìos) morto anche lui.

Passaporto Nansen è una rivista polifonica in cui le anime di chi collabora creano l’effetto dell’arte relazionale. Mettere insieme anime diverse a discutere di uno stesso argomento in una tavola rotonda virtuale con un output cartaceo, un ottimo modo di conservare il risultato dell’interazione della stessa configurazione. A differenza della forma di arte contemporanea di relazione, il cartaceo lascia la traccia tangibile della rivista; come e dove si crea il luogo del dialogo con il lettore che ha il tempo e l’occasione di una riflessione meditata e sedimentata?

Il luogo del dialogo, al di là dei diversi eventi in cui siamo chiamati a intervenire e che sono occasioni molto preziose (penso, ad esempio, all’incontro che abbiamo avuto con gli studenti della facoltà di lettere dell’Università di Tor Vergata) sarà la rivista stessa che ospita e continuerà a ospitare quanti prima di tutto si sentono lettori.

Il titolo di copertina del primo numero è “Che cos’è un vuoto letterario?”, un omaggio a Pier Paolo Pasolini. Ogni numero porrà una domanda in copertina a cui la configurazione liquida cercherà di dare una risposta?

Proprio così. Siamo già alle prese col prossimo numero, che vorremmo far uscire nel mese di dicembre. Anche in quel caso il punto di partenza sarà una domanda, e anche in quel caso sarà, come per Pasolini, qualcuno, un gigante, che ancora oggi, come è stato per il tempo in cui ha vissuto, ci interroga e ci spinge alla riflessione. La configurazione di una redazione liquida in cui certo c’è bisogno di chi raccoglie gli articoli, di chi li rilegge, di chi si occupa dei social, ci consente, ed è quello che abbiamo visto già dal primo numero, di muoverci più liberamente e (ed è nostro fermo proposito) di evitare di cadere nell’autoreferenzialità.

In passato il problema degli apolidi era alimentato da regimi autoritari, dall’antisemitismo, successivamente lo scoppio del secondo conflitto mondiale causò deportazioni, occupazioni e fughe di massa. Hannah Arendt nell’Origine del totalitarismo parla di esclusione dall’umanità stessa, cioè esseri umani senza cittadinanza che perdono la loro identità giuridica, sociale e umana e paradossalmente, commettendo un reato, sono riconosciuti dalla legge e possono far valere qualche diritto. La stessa Arendt parla dello scivolamento linguistico e semantico dal termine apolidi a displaced people (ancora di uso corrente e di fatto non tradotto in italiano) usato come escamotage per “liquidare” l’apolidia e aumentare la perdita dell’identità. Nei naufragi nel Mediterraneo oggi, addirittura è impossibile risalire all’identità. Siamo alla disumanizzazione totale. Cosa e come risponde Passaporto Nansen alla cultura del rifiuto e della paura?

Quello che ci proponiamo, nel nostro piccolo e per quello che ci sarà dato di fare, è di sollevare interrogativi e dubbi, che a loro volta sollevino altri dubbi e altri interrogativi, anche sulle tematiche tragiche e attualissime di cui parli.

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Passaporto Nanses | una rivista letteraria polifonica – in dialogo con Massimiliano Timpano

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