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Perlamara | Sonia Lambertini
Marco Saya editore 2019

Recensione di Emanuela Chiriacò


Ma prison di Georges Bataille (1897-1962)

Je ne veux plus, je gémis,
je ne peux plus souffrir
ma prison.
Je dis ceci
amèrement :
mots qui m’étouffent,
laissez-moi,
lâchez-moi,
j’ai soif
d’autre chose.
Je veux la mort
non admettre
ce règne des mots,
enchaînement
sans effroi,
tel que l’effroi
soit désirable ;
ce n’est rien
ce moi que je suis,
sinon
lâche acceptation
de ce qui est.
Je hais
cette vie d’instrument,
je cherche une fêlure,
ma fêlure,
pour être brisé.
J’aime la pluie,
la foudre,
la boue,
une vaste étendue d’eau,
le fond de la terre,
mais pas moi.
Dans le fond de la terre,
ô ma tombe,
délivre-moi de moi,
je ne veux plus l’être?

Dans le fond de la terre, ô ma tombe, délivre-moi de moi, je ne veux plus l’être sono i versi che aprono l’ultimo lavoro poetico di Sonia Lambertini, Perlamara.

Se in Danzeranno gli insetti, la poetessa parla di entomi, qui in Perlamara, i protagonisti sono gli uccelli. Entrambi abitano il suo insieme lirico sistemico, come se volesse creare una catena alimentare poetica, se si tiene conto che i primi sono nutrimento dei secondi.

È qui che si compie la sua evoluzione, la sua crescita che la porta a affondare le mani nella terra rorida e estrarre le radici di una lingua nuova quadridimensionale aperta e matura; rendendo la sua poesia nuova, in sincrono con i suoi tempi interiori, con il ritmo del tempo buio che attraversiamo e che vede la speranza della luce di un nuovo umanesimo. Non è forse casuale la figura dell’architetto citato più volte nella silloge, uomo rinascimentale di arte e scienza, sintesi concettuale dell’artista contemporaneo per eccellenza.

La Perlamara di Lambertini si muove tra il tempo della scienza e quello della vita. Il primo in cui ogni istante ripropone la stessa identità e il secondo, come somma di istanti qualitativamente diversi che si fa più lungo o più corto in base allo stato d’animo di chi scrive e di chi legge.

Lambertini è À la recherche du temps contextuel che solidifica il flusso creativo della coscienza e lo cristallizza in un sistema fisico-matematico, un’architettura dell’unicità.
Dalla chiusura ermetica dell’ostrica perlifera nasce la sua gemma amara, una sfera irregolare di madreperla che ha perso il carattere sacro a Afrodite per assumere la forma indefinita di una scaramazza.

L’uniformità della perlagione è persa, la ruvidezza della superficie è tangibile e graffia la carne che sfascia la spirale. È qui che ha inizio la metamorfosi, che l’uomo diventa uccello che assiste alla crescita del piumaggio, alla nascita del becco per setacciare le sementi.

La piuma, l’ala, il volo a corona, il movimento dell’aria, il respiro.

L’anossia, la resistenza, il guscio fragile. L’annullamento del corpo, la cecità, l’afasia, lo sradicamento:

Qui non c’è corpo
non c’è un filo di luce, da infilare gli aghi
da cavarsi gli occhi, non c’è lingua
che mangi le parole, da scavare il petto
c’è un buco a forma di peccato
un vuoto esilio, suono assoluto
da stare piegati in due centimetri
di terra, a guardarsi i piedi
da cavarsi gli occhi
non ricordo nulla di rammendi
dei miei ritagli, solo pause
ritmi irregolari, da tremare in testa

da scordare il mondo

Fino alla sparizione del corpo che lascia un vuoto nello spazio, il rammendo in una sorta di wonder vacui che solo la preghiera a un Dio senza forma, meditata con in mano un tesbih di perlamare, può curare. E un rapporto con il tempo che si scinde tra scienza e vita. Quantità e qualità, reversibilità e irreversibilità. Un approfondimento della sua stessa natura, della sua durata, della sua elaborazione continua dell’assolutamente nuovo. In questo si avventura Lambertini, nel nuovo, in un tempo non stimabile in cui la parola cade verticale sulla carta soccombendo all’accelerazione di gravità. L’atterraggio scuote le caviglie ma il camminamento è ancora possibile fino all’incognita esiziale che, come l’azzardo, tutto spariglia.

indecente morte, quaggiù

Sempre a mostrare le interiora

O addirittura prefigura la morte del sole eppure la speranza prevale nella durezza e confluisce nell’esortazione a resistere. Quel qualcosa di vivo che nell’imperfezione resiste e ne fa avamposto ultimo dell’esserci, della memoria da trasmettere che trae spunto dall’unicità del dolore che dimora unico in ognuno di noi; unità di misura del dolore di tutte le cose.

Lambertini cerca in questo lavoro la sintesi di una nuova dialettica lirica e la trova alle volte allitterando, altre modellando plasticamente la parola simbolica che scinde il significato dal significante e lo moltiplica.

Lambertini appartiene alla comunità impossibile batailleana in cui vige il principio dell’incompletezza, il basso materialismo contro l’icarismo brétoniano e le ali e il volo di cui parla l’autrice sono la ricerca di un cammino altro, paradossale che prescinde dal mezzo e si fa petalo di loto, galleggia sulla pelle dell’acqua stagnante del vivere ateologico, confermando l’impossibilità umana di sostituirsi a Dio. La prigione della razionalità e dell’inutilità, del calcolo che privilegia il domani a scapito dell’oggi, del vivere nell’ossessione della morte e sublimando la gioia che la precede.

In questo lavoro, la scrittura di Lambertini è moderna, rapida e sobria seppure attraversata da magnifiche folgorazioni liriche in cui la dimensione pre-onirica si sovrappone a quella reale.

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Perlamara | la delicata poesia di Sonia Lambertini