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VINPEEL DEGLI ORIZZONTI | Peppe Millanta
Neo Edizioni 2018

nota e intervista a cura di Emanuela Chiriacò

Dedicato a chi sta ancora cercando la storia che ha dentro, Vinpeel degli orizzonti (Neo edizioni) dell’esordiente Peppe Millanta è una storia ambientata in un villaggio circondato da colline e affacciato sul mare, con una chiesa, una locanda e una manciata di case sparse che si chiama Dinterbild; volendone interpretare l’etimo, si può pensare alla costruzione dell’ immagine del mondo interiore dei dinterbildesi, ottanta persone le cui vite sono sospese nel tempo, come un disco rotto che ripete lo stesso attimo all’infinito nell’attesa di quello successivo, al riparo da pericoli materiali e spirituali, soprattutto dalla paura e dal mondo dimenticato e lontano.

Un espediente potente per incuriosire alla lettura, perché a tutti è capitato almeno una volta nella vita di aver smarrito la traccia, di aver pensato che il punto di partenza avesse finito per non coincidere con il punto di arrivo; di aver sofferto e scelto di chiudersi dinter, dentro, per proteggersi dalle sollecitazioni esterne e rimirare il fermo immagine (bild) del prima. Una forma di isolazionismo di necessità che erode la memoria e la relega ad una anestesia totale delle emozioni.

A Dinterbild come nel quotidiano, la differenza la fa Vinpeel, un bambino. Lui simboleggia la purezza, la spontaneità anche quando esprime la sua logica stringente principalmente con il parroco, padre Earl, nel suo ossessivo bisogno di confessare i suoi peccati per lo più racimolati ad hoc per poter compiere quel rito, e con Doan, il suo migliore amico inviso a tutti.

Insieme i due hanno l’abitudine di guardare le nuvole passare per ore e ore, chiamando per nome quello che ci vedono dentro e cancellare la relativa parola dal vocabolario.

Dei due solo Vinpeel lavora e lo fa per il burbero e poco paziente signor Biton, l’oste della Locanba Biton

a tutti gli effetti il centro di Dinterbild, il posto dove gli abitanti si riunivano fino a tardi, anche se non c’era un’idea precisa di tardi visto che il tardi lì arrivava all’improvviso, senza alcun motivo apparente.

La sera dopo il lavoro, Vinpeel torna a casa dove vive con il padre, un uomo che

Passava giornate intere a scrivere nel suo studio. Cancellava. Rileggeva. Spostava. Senza un attimo di tregua. Febbrile. Poi all’improvviso si fermava. Soffiava sul foglio, si chinava, e da sotto la scrivania prendeva una bottiglia. Ci metteva dentro quello che aveva scritto e la chiudeva con un tappo di sughero. Poi ci squagliava sopra della ceralacca, come fosse un rituale. A quel punto si alzava, usciva di casa, si dirigeva verso la riva e restava a contemplare il mare. Ci potevano volere pochi secondi o delle ore, ma alla fine quel momento arrivava sempre. Il momento in cui Ned Bundy si chinava sulle onde consegnando all’incertezza di quell’andare la bottiglia e quanto con fatica aveva scritto.

Il rapporto tra padre e figlio è inesistente nonostante gli sforzi di Vinpeel per costruire una comunicazione. Ned la rifiuta invitandolo a tacere; Shhhhh è una delle risposte che spesso consegna alla delusione del ragazzo. Il dolore che gli provoca quel rifiuto, lo porta a mantenere saldo il legame con Doan e una notte, mentre sono insieme, Vinpeel scorge alcune luci misteriose all’orizzonte proprio al di là del mare e capisce che forse non è vero ciò che gli è stato sempre detto: Fuori da Dinterbild non c’è niente.

Vinpeel e Doan, in silenzio, continuano ad accarezzare l’idea di quell’Altrove, dondolandosi nella notte e nelle loro paure. In Vinpeel matura l’idea che un modo dovrà pur esserci per superare tutto questo mare, quello che lo divide dall’ignoto, dal fascino e dalla meraviglia del nuovo. Diventa dunque un’urgenza che gli permetterà, tra accadimenti singolari che coinvolgeranno tutti gli abitanti del paese, di avere un’intuizione che potrebbe rivelarsi un’idea risolutiva.

Vinpeel degli orizzonti è una carezza in prosa poetica. Tocca corde profonde nascoste, commuove per la sua dolcezza e fa riflettere per il garbo e la bellezza del gesto narrativo. Millanta è capace di generare stupore nello sguardo del lettore e alimentarlo con il gusto della parola gentile. La storia e la narrazione scorrono con la semplicità dello straordinario, tipico delle anime profonde e colte, come Peppe Millanta.


In dialogo con l’autore: Peppe Millanta

Leggendo Vinpeel degli orizzonti, in testa mi sono scorsi frammenti di immagini di Arizona Dreams di Emir Kusturica, ho pensato all’immaginario magico di Gabriel Garcia Marquez e la copertina mi ha ricordato la fascinazione del viaggio intorno al mondo in ottanta giorni di Jules Verne. Con cosa hai nutrito questa storia? E quando hai capito che era matura per lasciarla andare?

Ho cercato di metterci dentro tutta la bellezza e la dolcezza che ho avuto la fortuna di trovare lungo la strada: nei volti di chi ho incontrato, nelle parole che ho letto e in quelle che ho ascoltato. Credo che la bellezza sia un qualcosa di salvifico, o per lo meno così ha agito su di me. Mi ha permesso infatti di sognare, e di imbellire ciò che mi circondava attraverso la fantasia, che credo sia il mezzo più potente che abbiamo per rendere bello ciò che non ci soddisfa. Non è un caso che tu abbia citato Marquez, Kusturica o Verne, che fanno di questa distorsione della realtà verso il bello attraverso la fantasia forse il loro maggiore punto di forza.

Quanto detto, a scanso di equivoci, non vuol dire che abbia fatto qualcosa “di bello”, ma solo che ho cercato di condensare in una storia tutte le cose belle che ho incontrato.

Ho capito che la storia era matura per “lasciarla andare”, come dici tu, quando ho avvertivo che stava abbandonando molte zavorre e superando molte resistenze, riempiendosi piano piano d’aria e divenendo via via più leggera, fino a quando non si è sollevata da terra, proprio come le mongolfiere della copertina

Cosa sono gli orizzonti per te?

Credo siano la misura della nostra vita quando non ci poniamo limiti. Guardare un orizzonte, vederlo sterminato e senza fine, può darci l’idea di dove si può arrivare se solo si ha un po’ di coraggio e un pizzico di incoscienza. Volendo esagerare, credo sia il modo che ha il mondo per dirci “Credici! Puoi farcela!”.

È una storia dal finale aperto, credi ci possa essere un seguito?

Più che aperto direi un finale ciclico, che torna su sé stesso ripartendo da capo. Chissà. Al momento non credo, ma non sono rinomato per essere fedele a ciò che penso. Mi capita spesso di cimentarmi in avventure che fino a poco tempo prima ritenevo assai improbabili

Vinpeel degli orizzonti è anche un romanzo sonoro in cui il mare è foriero di messaggi umani, di storie intrise della dolcezza delle onde calme che le cullano e dolorose come ferite sollecitate dal suo sale. Poi c’è anche la banda sgangherata del paese. Quanto il linguaggio musicale ha inciso nella stesura del racconto?

Tantissimo. Suono da sempre. Ho un gruppo di world music che si chiama “Peppe Millanta & Balkan Bistrò”, e grazie alla musica ho girato piazze, festival, locali, incontrato gente bizzarra e fuori dall’ordinario. La musica è una delle prime cose belle che ho incontrato, e molti dei personaggi del romanzo in effetti hanno a che fare con essa. Ma soprattutto la musica mi serve per scrivere, perché mi aiuta a scendere dentro me stesso, quindi si, sicuramente ha inciso tantissimo.

I bambini del libro hanno un rapporto stretto con la natura, sono la visione olistica di quel mondo piccolo e antico insieme a Krisheb, il matto del paese. Tu che rapporto hai con la natura e con la sostenibilità?

Ho un rapporto molto intenso con la natura e in particolare con il mare. Mi aiuta a farmi sentire parte di un qualcosa più grande di me. Sono nato e cresciuto a venti metri dal mare. Il rumore di fondo delle onde mi ha accompagnato per innumerevoli notti, fino a diventare talmente tanto parte integrante del mio essere che non riuscivo più a distinguerlo. Come non ci si accorge di avere un braccio, o una gamba. L’ho navigato con una barca a vela, mi ci sono perso dentro, insomma l’ho vissuto in ogni sua forma. Per quanto riguarda la sostenibilità ammetto di essere molto scettico sulla possibile risoluzione affidata alla politica e alla coscienza dei singoli individui, almeno al momento. Troppo poco si è fatto e troppo poco si farà fino a quando non ci sbatteremo realmente il muso, capendo che la natura può fare tranquillamente a meno di noi. La battaglia per salvaguardarla è in realtà la battaglia per salvaguardare noi stessi. Questo messaggio mi sembra che fatichi ancora a prendere piede in maniera cosciente nelle persone, e non avverto affatto una sensazione di urgenza in chi lo dice.


Per gentile concessione di casa editrice e autore
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Poesia e immaginazione in Vinpeel degli orizzonti, in dialogo con l’autore su ZEST

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