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Processo a Rolandina  | Marco Salvador 
La storia vera di una transgender condannata al rogo nella Venezia del XIV secolo
Fernandel 2017

A Venezia, 1353 una giovane e avvenente donna gira per Rialto con le sue ceste di uova da vendere. Questo non le basta per corononare il sogno di aprire una bottega, pertanto fa anche la prostituta. Bella, gentile e sempre disponibile ad aiutare i vicini, è amata e rispettata. Poi un giorno arriva una denuncia per sodomia e sorge il sospetto che la giovane non sia veramente una donna. Si scoprirà che femmina esattamente non è, non avranno pietà. E per Rolandina, un personaggio realmente esistito, la prima transgender documentata nell’occidente cristiano, è la fine.

Per concessione della casa editrice, pubblichiamo un breve estratto:

Se il mattino di un qualsiasi giorno feriale del settembre 1353 uno di voi fosse stato a Venezia e avesse deciso di andare dal ponte di Rialto fino alla chiesa di San Matteo, gironzolare da quelle parti e ritornare al ponte percorrendo Ruga dei Spezieri e Ruga dei Oresi, probabilmente si sarebbe imbattuto in Rolandina Roncaglia. L’avrebbe notata sicuramente, per l’avvenenza. E sarebbe bastato un secondo sguardo per coglierne anche la grazia, nonostante le vesti da popolana e, uno per braccio, due cesti colmi di uova da vendere. Se poi si fosse fermato a osservarla meglio, sarebbe rimasto sorpreso dall’eleganza dei gesti e dalla musicalità della voce mentre, con un sorriso luminoso, offriva la sua merce e ne decantava la freschezza. Se invece avesse fatto quello stesso percorso all’imbrunire, oltre a dover aguzzare la vista per penetrare le ombre che si stavano addensando in porteghi e sotoporteghi, sarebbe stata necessaria un po’ di curiosità per scorgerla mentre si prostituiva. Nulla di più perché, una volta individuata, si distingueva anche in quella situazione. In lei non vi era la sfrontatezza delle altre nell’adescare il passante, tantomeno la volgarità nell’esibire il corpo e nel promettere delizie. Anzi, sembrava una alla sua prima volta. Timida, quasi vergognosa del suo vendersi. A spingerla per calli e portici al calar del sole era in parte il bisogno. Il ricavato della vendita delle uova bastava a malapena a pagare l’affitto di due modeste stanze nei pressi della chiesa di San Cassiano e a mettere in tavola pane e acqua. Certo non le avrebbe permesso di vestirsi dignitosamente e di avere d’inverno legna a sufficienza per il focolare. Inoltre, e questo era l’altro motivo per cui si prostituiva, non le avrebbe neppure permesso di aggiungere qualche ducato ai risparmi perlopiù derivati dalla vendita della casa e della poca terra paterna.

Se li doveva tenere stretti, i denari. Per i momenti difficili che, con la peste sempre in agguato, non erano né ipotetici né improbabili. E per realizzare un sogno a lungo covato: una piccola bottega tutta sua. Era brava a confezionare e ornare cuffie, a ricamare farsetti o veli da testa. Ma, appunto, ci voleva denaro. Non poteva contare sull’appoggio di qualche parente e tanto meno nelle provvidenze della Repubblica. Non era veneziana, era un’immigrata con l’obbligo di andare dal capo contrada ogni capodanno per farsi rinnovare il permesso di soggiorno. Sempre con il rischio di vederselo negare e venire espulsa dalla città alla minima violazione della legge. Infine, rispetto a un veneziano, lei pagava quasi il doppio di dazio sulle uova e sulla poca altra merce che vendeva. E nulla sarebbe cambiato senza la realizzazione del sogno che le avrebbe permesso di dimostrare d’essere in grado di mantenersi con un lavoro onesto e ottenere così la residenza definitiva.

 

 

 

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Processo a Rolandina | Marco Salvador