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musica e letteraturadi Otello Marcacci |


Il premio Nobel a Dylan ha fatto fiorire un acceso dibattito sul legame tra letteratura e musica. Difficile aggiungere un contributo significativo, tuttavia inutile negare che il rapporto di reciproca ispirazione tra musica e letteratura è una costante dell’espressione artistica e nell’ultimo secolo grazie al sorgere di generi musicali più popolari è aumentata la tendenza degli scrittori a servirsi delle dodici note per raccontare la propria epoca.

Il mio punto di vista è che sia la letteratura che la musica debbano essere considerate arte tout court e, come tali, espressione del pensiero individuale e del sentimento che scaturisce attraverso il processo creativo. Tutti gli artisti cercano di condividere le esperienze, le osservazioni e la comprensione di quelle che in genere vengono chiamate le loro “verità” attraverso il mezzo che si presta in modo più efficace alle rispettive competenze e capacità personali. L’arte collega gli esseri umani gli uni agli altri, permettendo di condividere le percezioni ed emozioni . Componendo una canzone o scrivendo un libro l’artista esprime un rapporto con il mondo che lo circonda. Le loro opere condividono alcuni elementi espressivi, quali la struttura, il tema e il tono.

Credo nella visione aristotelica di una letteratura come imitazione di un’azione per tramite del linguaggio, e la musica usa le vibrazioni che generano dentro di noi movimenti che tendono a curare i nostri dolori non solo spirituali. Quando uno scrittore prende i suoi tempi per descrivere una scena o le complessità di un personaggio o per articolare un’astrazione, è arte. Allo stesso modo in cui costruire giri armonici su cui cantare testi che abbiano una metrica adatta. Forse è vero ciò che sosteneva Heinrich Heine che la musica comincia dove le parole finiscono. O chissà magari sfumano l’una nell’altra.

Molti musicisti hanno cercato di musicare brani letterari, in particolare poesie, mentre altri, più sofisticati, hanno utilizzato riferimenti espliciti ad alcuni grandi scrittori. Molti sarebbero gli esempi. I testi di Morrissey ad esempio, il front-man del gruppo The Smiths, sono da questo punto di vista clamorosi essendo intrisi di riferimenti letterari. Nella sua discografia sono evidenti molti casi ma il più clamoroso è “Cemetary Gates” che presenta cenni espliciti a Keats, Yeats e Wilde.

A dreaded sunny day
So I meet you at the cemetery gates
Keats and Yeats are on your side
While Wilde is on mine

Memorabile anche l’intro di “How soon is now” preso a prestito dal romanzo Middlemarch della scrittrice britannica George Eliot (“To be born the son of a Middlemarch manufacturer, and inevitable heir to nothing in particular“)

Patty Smith invece è ben nota per avere inserito nei suoi testi collegamenti con Arthur Rimbaud di cui è sempre stata innamorata sin da giovane e che è stato nel tempo quasi un’ossessione più che fonte di ispirazione. Lei stessa ha dichiarato di averlo considerato per anni “il suo ragazzo”. Di questo si trova nel suo libro: Il sogno di Rimbaud (Einaudi 1996). 

le porte della percezioneLegato al poeta francese era anche Jim Morrison dei Doors: “Sono Rimbaud in una giacca di pelle” disse una volta. Il nome della gloriosa band del resto derivava dal libro di Aldous Huxley The Doors of Perception. E la celeberrima canzone The End è una rivisitazione desolante dell’Edipo di Sofocle, mentre in altre canzoni non mancano riferimenti a William Blake, Jack Kerouac e Bertolt Brecht. Kate Bush, che è sempre stata una musicista audace e sperimentale oltre alla famosissima canzone Cime Tempestose (Wuthering Heights) che conoscono tutti, in Sensual Word ha registrato un lungo soliloquio di Molly Bloom presente alla fine dell’Ulisse di Joyce.

lo straniero

Fonte foto wikipedia


Dei Cure invece è facile riconoscere il pop facile di
Friday I’m in love o la disperazione dark di Disintegration. Nel mezzo però ci sono altri pezzi in cui esistono un numero sorprendente di riferimenti letterari. Killing an Arab è un riassunto piuttosto letterale del climax de Lo straniero di Camus.

How beautiful you are si basa su un testo di Baudelaire. E infine proprio Bob Dylan, che forse è l’ultimo “Trovatore” del nostro tempo e che ha sempre avuto una devozione assoluta per la poesia al punto di scegliersi dentro di essa il suo nome d’arte (quello vero è Zimmerman). La sua canzone letteraria più famosa è probabilmente Desolation Row in cui egli si riferisce a Ezra Pound e T.S. Eliot.

Da un punto di vista letterario invece le contaminazioni sono, se possibili, ancora più facili da essere notate. Migliaia i testi che fanno riferimento o prendono spunto dalla musica o da eventi ad essa collegati. Da Don De Lillo con Great Jones Street (Einaudi 2009 in cui mette in scena la paranoia di una rock star che abbandona il tour di una rock band per rintanarsi in un loft di New York, a Rayuela, il gioco del mondo (Einaudi 2015)  di Julio Cortazar (in genere considerato l’equivalente dell’Ulisse per la letteratura sudamericana) in cui il jazz è la principale passione non ragione di vita del protagonista. Murakami ha scelto Norwegian wood dei Beatles per intitolare il suo libro più famoso Norwegian Wood. Tokyo Blues (Einaudi 2013).

E seguendo questa scia moltissimi altri autori dal Roddy Doyle di The commitments (Guanda 1998) a Nick Hornby, Jessica Martinez, Carlos Fuentes, Susanne Dunlap e mi fermo qua.

Ma la cosa che più si avvicina alla mia visione del mondo l’ha detta il grande T. Coraghessan Boyle quando ha spudoratamente ammesso che «ogni scrittore dalla mia generazione in poi scrive solamente perché non ha potuto avere la sua rock band».

E questa è una verità apodittica. E di sicuro vale anche per me. 

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