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Quello che è successo a Joana | Valério Romão,
traduzione di Vincenzo Barca,
Caravan edizioni, Roma, 2017

 di Ivano Mugnaini

 


«I bambini, un flagello di tafani nani, scorrazzavano in una frenesia incontrollabile che terminava più o meno all’altezza della vita e, da quel fossato intransitabile che si chiama infanzia».

Questa frase contenuta nella parte iniziale del libro racchiude il tono e il succo, più che il senso della storia narrata. Ci trasmette un ritmo, una pulsazione che proseguirà costante.

Il linguaggio prepara all’evento, lo genera, è l’evento stesso. L’esuberanza ironica e dolorosa di quel “flagello di tafani nani” ci dice, o forse ci canta, un racconto folle, serissimo, sarcastico, privo di speranza e tuttavia tenace, a dispetto di tutto. E quel “tutto” è il racconto della vita, quindi la vita stessa, anzi quella parte dell’esistenza che passa come un soffio o un turbine dai pensieri e interagisce con lo sprazzo labile e parziale di “realtà” che ci è dato di percepire.

La trama racconta l’attesa spasmodica di un figlio. La ragione di una vita. Quando la realtà sembra avverare il desiderio per un errore umano o per una pugnalata della sorte il sogno diventa incubo, e la ragione si tramuta in follia.

Il libro di Romão ci trasporta in un luogo in cui siamo già stati, anche senza averlo mai visto: l’affastellarsi di idee e oggetti si mescola ai desideri, alle speranze, alle disillusioni, alla pulsioni, alle manie. Ci introduce senza preamboli in quella zona brulicante e intricata che potremmo definire “poesia”; caotica, sincopata, tra ricorse e frenate, slanci e abissi di dubbi e timori. Ci conduce dentro i giorni, normali e fatali, di una donna, di una coppia, di individui con un loro mondo, i loro problemi specifici, personalissimi, eppure in grado di rappresentare quel gioco ininterrotto di esaltazione, attesa, depressione, tonfo nel baratro e risalita.

Romão non indulge mai in questo romanzo nelle cadenze malinconiche del fado. C’è il dolore, c’è la malinconia, la pena, ma non c’è mai la resa incondizionata né il gusto dello struggimento che lacera. I personaggi, la protagonista Joana in particolar modo, si difendono con le unghie e con i denti. Ogni arma lecita è utilizzata, e, quando non basta, pur di non cedere si ricorre anche ad armi non convenzionali. L’erotismo, innanzitutto, agito o pensato, reso esso stesso proiezione del desiderio mentale più assoluto e totalizzante: «Joana, si sdraia a poco a poco al capezzale del letto e le dita della sua mano sinistra tracciano piccoli cerchi, con cautela, per via della fede d’oro con dentro la scritta per sempre […] non se la toglie perché, non essendo preparata all’eternità, lo è ancora meno a riconoscere l’errore». Oppure, poco oltre, un’identificazione ancora più estrema, una sovrapposizione che solo una fame tenace di vita può generare: «Muove piano ma intensamente il bacino per coniugare in un futuro prossimo la possibilità di un orgasmo, che potrà venirle dal suo pube o da quell’altro, invertito, che le sue dita distratte hanno trovato alla base della testa del figlio che un giorno, quando sarà uomo, non si ricorderà di qualcosa che non sarà mai riuscito a capire».

Ci si muove sul confine tra mente e corpo, sul crepaccio friabile, tra necessità di protezione dell’istinto e il cedere all’attrazione del salto nel vuoto. Questo libro ragiona sulla follia. O meglio smette di ragionare per esplorare in modo schietto e diretto quell’area del nostro essere, del nostro mondo interiore ed esteriore, sempre presente, sempre in agguato, anzi, già penetrata all’interno, a dispetto di ogni recinzione. Il libro ci dice, senza mai imporci una verità che sarebbe vana e contraddittoria, che non di rado in certe situazioni la follia è salvifica. Ossia, che, sottoposti a determinate pressioni, ad un carico di atmosfere insostenibili, solo la follia cura la follia. In molti casi non si può scegliere il lato in cui sistemarsi, vittime o carnefici, infermieri o pazienti, sani o malati, dotati di buona sorte o afflitti dal destino. Però si può diventare folli ciascuno a suo modo. Scegliersi un tipo di follia adatta al nostro modo di essere. Quello che, alla fine, ci consente nonostante tutto di restare ciò che davvero siamo e sentiamo.

Il libro, con una cadenza incalzante, alterna le cose alle immagini, le osservazioni alle riflessioni. Il registro muta, senza mai diventare pedante o accademico, senza mai perdere quell’immediatezza che rende possibile e anzi necessaria l’immedesimazione: «fame è solo bocca, convalidando in un unico processo, tanto primordiale quanto difficile da verbalizzare, Deleuze, il sadomasochismo e mezzo Freud, e Joana, seduta sul bordo del letto con il figlio in braccio, nella massima espressione dell’affetto materno, apparirebbe come una Pietà domestica per chi girasse la maniglia ed esponesse la stanza alla luce». Il romanzo riproduce ciò che accade nella nostra mente in ogni singolo istante: un’immensa centrifuga di sublime e terreno, materia e astrazione, arte, filosofia e necessità concrete.

Il romanzo è iperbolico e bulimico, lontano dall’immagine di un Portogallo con lo sguardo lento e malinconico rivolto verso lande riarse o verso distanti oceani. Qui tutto deborda e ci conduce rapidi a seguirlo, tra ondate di parole, sesso, sensazioni, ricerca di piacere e disgusto, speranze spezzate in volo e la volontà di non cedere. La sovrabbondanza appare insita e consona, mai esibita per mero sfoggio. Il tracimare della vita contrasta l’onda amara e grigia del destino e della non-vita: «si sa che, quando ci svegliamo da un sogno, qualunque esso sia, la prima cosa che bussa alla porta della coscienza intenzionale sono i pensieri, a cui subito fa seguito, non appena si placa la tempesta delle immagini, il corpo nel suo processo di ripresa».

Si parla di nascita e di morte, in questo libro. Nell’arco della breve vicenda individuale di Joana e di Jorge, suo marito, si narra la storia senza sbocco né tregua del rincorrersi di inizio e fine, la gara di tiro alla fune in cui si spezzano le dita, le menti, i destini. Morte e nascita. Quella di una storia, innanzitutto, di un racconto che diviene quasi suo malgrado metafora e simbolo. Poi quella di un’energia, di una pulsione fortissima, anche sessuale, anche erotica, in ogni caso vitalissima. Nascite, morti e aborti. Forse spontanei o più probabilmente causati da incuria, indifferenza, mancanza di empatia: «quella roba, quei numeri e quelle lettere dell’alfabeto significano che il bambino è morto, pensa Jorge, questo significano, si interroga, non significano che si può scendere un fiume impetuoso anche senza esperienza, non sono la ricetta per fare le crocchette di baccalà, significano è morto, è questo che significano, e autopsia, forse il numero 38, con quella freccia, significa autopsia, e 3 cc significa che è morto, perché il feto è morto io non lo trovo da nessuna parte, forse le persone, noi, nelle cartelle, siamo numeri, e loro fanno i conti con noi fino a ottenere un risultato».

Questo romanzo coraggioso ci mostra, senza voler dimostrare niente, senza teoremi astratti, che la vita tende a soffocare, a tramutare le placente, anche quelle dei sogni, in sangue scuro e inerte. Ma, e questa è la sua forza, ci mostra anche una tenacia a prova di tutto. Basata sulla lucidità: «a noi ci è toccato trasportarlo dalla pancia alla fossa, senza l’interregno benedetto di un passaggio per le cose del mondo, abbiamo fallito, pensa Jorge, e piange, abbiamo fallito o siamo stati puniti, il che, in fondo, ammette con se stesso, è esattamente la stessa cosa». La tenacia a cui si è fatto cenno, la resistenza, è basata anche e forse soprattutto sulla lucidità della follia, quella che alla fine consente la sopravvivenza dell’emozione, perfino della commozione, caratteristica squisitamente umana: «Joana stringe forte a sé la placenta, che, terminata la sua funzione, non trova ormai più argomenti per mantenere la sua coesione interna, e tra poco sarà soltanto sangue, pensa Jorge, solo sangue, e che cosa terrà stretto lei quando niente le resterà, pensa, e avvicinandosi a Joana, si lascia cadere in ginocchio e sente la sua mano sulla sua testa, che gli accarezza i capelli, ora siamo una famiglia, sente, siamo una famiglia».

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