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QUOTIDIANI TELESCOPI
Racconto di Anna Bertini 


Le cose di ogni giorno sono diverse ogni volta.
Sono così come le apprezzo adoperando telescopi. So usarli anche al rovescio, in modo che allontanino, piuttosto che avvicinare.
La rosa che ieri ha aperto un bocciolo è quella che oggi spagina una fioritura precedente. Questa signora dall’abito screziato apre il petto a certi insetti che hanno nella voluttà qualcosa di finale. Bastano poche ore perché privata di nettare scivoli a terra, petalo per petalo. I limoni vanno a rilento, clima troppo secco. Bisogna ancora annaffiare, ma ho rimesso il tubo per irrigare al posto dopo l’ultimo uso, perfettamente arrotolato nel suo alloggiamento. L’idea di toglierlo da là per poi lasciarlo una settimana a giacere in attesa di aver di nuovo voglia di riporlo non mi arride. È così che anche i propositi di giardinaggio si arenano su scogli innocui per il cittadino medio volenteroso.
Ho riordinato invece una pila di libri e appunti, lasciato un titolo che cercavo da molto tempo in bella vista, così da consultarlo. Nella notte – come in un mazzo di carte prima del poker decisivo – tutto sì è rimescolato. Non trovo il libro da consultare, alla fine della catasta c’è una bolletta che doveva essere pagata ieri stesso. Tra due pagine di appunti ha trovato conservazione, come nella teca dello zoologo, una drosofila, detta anche moscerino del mosto. Un biglietto di ringraziamento che non consegnai mai mi fa sentire ora ingiusta, maleducata. Posso rimediare? Non credo, la data va indietro di ventisei mesi.
Le ricette del medico hanno trovato sepoltura definitiva in fondo alla borsa della spesa, la ricetta dello sformato di melanzane invece la ricordo a memoria, ma forse ho confuso il formaggio taleggio con la fontina d’alpeggio, e non sono più così convinta che si debbano mettere tre uova. Eppure, Fiorenza mi disse tre uova mentre aspettavamo la seggiovia alla stazione di mezzo, o forse era mentre aspettavamo il vaporetto alla Giudecca. Che differenza fa, le ricette appartengono sempre a momenti fortemente dilatati, tanto dilatati da sembrare inutili. Altrettanto inutile parlare dei calzini. Ho pudore. Ci vorrebbe il coraggio di gettarli immediatamente, trattamento che riservo senza titubanze alle penne prive di tappo, ovunque siano e per quanto tempo fossero restate lì, prive di tappo, non mi perito affatto. Appartengono all’immondizia della vita: strumenti abbandonati, depredati della propria privacy. Non funzioneranno mai più dignitosamente, gettarle è pulizia razziale che ciascuno di noi rinnega nell’intimo, ma mette in pratica. Io ho scelto le penne. E graziato i calzini, guardate che catasta di poveri trovatelli nel reparto orfanotrofio della lavanderia.
Passiamo alla questione delle lampadine, quella dei cacciavite, e alla leggenda triste del cassetto primo del comò. Iniziamo da qui. Non verrà mai più l’energia necessaria a riordinarlo. Sotto stratificazioni successive, di difficile datazione, sta il paleozoico della mia vita abitativa. Certo, potrebbe essere stimolante eseguire uno scavo, classificare i fossili, stabilire generi, specie, famiglie dell’oggettistica più o meno inutile qui assurdamente conservata. In mezzo a tutto quel “mi servirà domani”, trovi quasi certamente, ne sei consapevole, una multa, un’altra ricetta del dottore (ne hai quattro per quel medicinale, e non lo hai ancora comprato) l’orecchino cercato ovunque: proprio ieri hai poi buttato l’altro che credevi definitivamente scompagnato. Non prima di riflettere sul fatto che avresti potuto portarlo anche da solo, ma si ma no ma dai, ce ne sono già anche troppi, soli. Allora diciamo delle lampadine, e dei cacciavite. Partiamo coi secondi, che quando li vuoi non ci sono mai. Ieri erano nel sottoscala. Oggi, lì c’è solo quello a stella grosso, il piccolo no. E gli altri? Guardiamo nella rimessa in giardino, niente. L’ultima volta erano in garage, ecco, in garage. La cassetta degli attrezzi certo, solo che te la sei dimenticata fuori la settimana passata mentre cercavi di regolare l’ammortizzatore del cancelletto, e c’è piovuto dentro. Sta là, allagata, rugginosa. Che senso di degrado comunica. Queste sono le cose per cui uno dovrebbe poter usufruire del sacramento della penitenza. Le lampadine. Sono sempre già rotte. Sempre. Anche quelle nuove, e il passo è sbagliato. Vai per prendere passo piccolo ma dimentichi. Sei su a due piani e hai quella a passo grande. Intanto allora cambiamola nel bagno. Ecco, ma è rotta, non funziona, devo averla urtata, o forse ho riposto quella fulminata e buttato la nuova, o forse il negoziante me le vende senza controllarle, d’ora in poi le voglio tutte provate prima di uscire dal negozio, devo vedere la loro luce, almeno se poi a casa non funzionano è solo e soltanto colpa mia, sono io che le ho urtate.
Le cose della vita ogni giorno si scompaginano. Io non sarò mai regolata da autismi, da numeri di serie e progressivi. Anche chi cercasse di applicare un ordine, di insegnarmi a semplificare sappia che ho letto libri sul decluttering efficace, manuali che funzionano in modo da auto-inculcarsi nella mente di chi li legge. A me hanno portato niente, solo un libro in più di quelli che non voglio nella libreria, da collocare dietro l’armadio.
I miei telescopi rovesciati allontanano la visione di quello che ho intorno, proiettano il disordine su qualche pianeta irraggiungibile. Non è qui e ora, è altrove. Ho la sensazione che tutto sia gradevole, persino razionalizzato, ci vuole un buon telescopio per percepire la presenza di oggetti e situazioni come minacciosa. Anche io intendiamoci, sono capace di gesti seriali, quando voglio. Scendo tre volte le scale per vedere se ho chiuso la porta, tolgo e rimetto l’allarme perché quasi tutte le sere mi dimentico una persiana aperta. Riciclo l’alluminio, cerco il balsamo di tigre nel comodino e trovo solo dell’ambra grezza portata da un viaggio in Marocco, è insieme al giornale che annuncia la prima elezione di Obama. Tutte le sere tiro fuori quest’ambra grezza chiedendomi come si farà ad usarla, la ripongo e cerco altrove il balsamo di tigre che di solito è caduto sotto il letto quando ho abbandonato il libro e tolto gli occhiali spingendoli in avanti sul piano del comodino fino a far cadere, appunto, il balsamo di tigre.

Ma anche questa serialità non è mai seriale del tutto. Le cose sono diverse ogni volta e ogni giorno per loro scelta. L’ontologia cosa ci ha insegnato. Siamo ancora qui tutti i giorni a definirci attraverso quell’essere che non è per l’appunto mai, mai uguale. Per questo preferisco di fatto cucinare senza ricette, ricordare senza note, riporre senza logiche, comprare senza preventivo. E se posso, uscire senza meta. Oppure senza utilizzare il navigatore. Vagare a lungo, perdendomi. Anche questo è forse colpa dei telescopi, che se usati alla diritta, avvicinano tutto, anche le mete più improbabili, e ti sembra di arrivarci a piedi.

La rosa spampanata è ancora sul cotto del vialetto, separata in parti, come lo siamo noi tutti i giorni, in parti che non sappiamo dove riporre, in parti che non troviamo, in giorni mai uguali, in azioni che vorremmo diverse ma che si somigliano. Triste corollario alle istruzioni d’uso per quotidiani telescopi, che avvicinano o allontanano la visione a seconda del bisogno e del momento storico, della coscienza individuale o di gruppo. Che poi il gruppo non esiste, in rapporto alla coscienza: resta la mia, sempre che esista. Forse sono un’incosciente. Una volta un medico mi ha fatto firmare una dichiarazione. Mi sottraevo in modo volontario e consapevole a una terapia. Pensa un po’, con tutte le cose involontarie e inconsapevoli che uno fa, avere questo moto di presunzione proprio di fronte a una terapia. Che poi fa il paio con le ricette mediche che perdo sempre, mentre invece per fortuna quelle di cucina le so a memoria, anzi non è che le so, è che le cambio come mi pare. Non mangerete mai lo stesso dolce a casa mia, fatevene una ragione. Il dolce, come l’amaro, è diverso ogni giorno.


Anna Bertini: pubblica su riviste e magazine quali Exlibris20, Sdiario, Facciunsalto, La Stanza di Virginia. Sue liriche e racconti sono comparsi antologie ed ebooks. Tra questi citiamo il IV e VI numero de I Quaderni di Èrato, la raccolta de La presenza di Èrato “Manum Porrigas”, dedicata a Giulio Regeni, l’antologia Voci contro la Guerra” di Onirica Edizioni, e quella Teorema del Corpo, Donne scrivono l’eros”, di FusibiliaLibri, “Storie, sostantivo femminile plurale” di Nardini Editore. Ha pubblicato per FusibiliaLibri la silloge “Profusioni” e la raccolta di racconti Duende”, dedicata ad Antonio Tabucchi (nota introduttiva di Athos Bigongiali). Attualmente sta lavorando alla versione bilingue (testo a fronte tedesco) di Profusioni”.

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Quotidiani telescopi – Anna Bertini

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