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CALLES raccolta di 13 racconti dalla Bolivia

Gli autori: Sebastián Antezana, Maximiliano Barrientos, Magela Baudoin, Natalia Chávez Gomes da Silva, Liliana Colanzi, Gabriel Entwistle, Rodrigo Hasbún, Saúl Montaño, Fabiola Morales, Edmundo Paz-soldán, Giovanna Rivero, Alejandro Suárez, Wilmer Urrelo Zárate.

2018 GranVia – a cura di Maria Cristina Secci


Dopo il successo delle precedenti antologie dedicate al racconto messicano, cubano e cileno, arriva il quarto volume della collana incentrato sulla più recente letteratura boliviana. Accanto a nomi già noti, come Edmundo PazSoldán e Liliana Colanzi, gran vía propone una selezione di giovani scrittori, tra gli altri Maximiliano Barrientos, Sebastián Antezana e Magela Baudoin, che con le loro opere si stanno facendo ambasciatori della letteratura del loro paese nel mondo. Fino a poco tempo fa quasi sconosciuta al lettore italiano, la narrativa boliviana sta vivendo un momento di grande fioritura grazie a un numero crescente di autori nati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta che, accanto a tematiche storiche e politiche, sviluppano nei loro testi temi più personali e intimi, con varietà e vivacità formale sorprendenti. Il volume è arricchito da un’introduzione di Maria Cristina Secci (Università di Cagliari) e una postfazione di Stefano Tedeschi (Università di Roma “La Sapienza”).


per concessione della casa editrice pubblichiamo il racconto
La composizione del sale1
Magela Baudoin

ai miei genitori

Sudare non lo aveva mai infastidito tanto quanto ora lo irritava il pianto. Non ricordava che gli fosse mai piaciuto portare la barba, quella barba fitta che lo faceva sudare e che adesso lo aiutava a dissimulare la smorfia che precede il pianto. Aveva grondato per una vita intera, intriso camicie, bagnato indiscretamente i capelli, eppure non aveva mai usato tanti fazzoletti come in quel periodo. «Dottore, piango», gli aveva spiegato e pensava che, se avesse potuto, sarebbe andato al dispensario provvidenziale e avrebbe cambiato la sua incontinenza con qualsiasi altro male. Gli stava accadendo qualcosa di strano. Perché la vecchiaia lo accoglieva così? Non dovevano essere molti gli uomini che volevano diventare vecchi; ancor meno quelli che lo desideravano con ansia sin dall’infanzia, come lo aveva anelato lui. A sei anni sapeva di voler essere nonno e, adesso che c’era riuscito, semplicemente rovinava tutto con il pianto.
Conservava, nitido, quel ricordo. Erano scesi dal camion una volta arrivati a La Paz dalla miniera. La città aveva il vigore che sopraggiunge dopo una nevicata, le colline erano più rosse e l’aria più traslucida e fredda. Ciò nonostante, il sole verticale li aveva spinti a cercare refrigerio. Suo nonno lo aveva portato per mano fino all’angolo per comprargli una thayacha.2 Lui aveva domandato cosa fosse quella cosa dall’aspetto tanto strano. E il vecchio aveva risposto che era isaño. La sua mano grande lo teneva saldamente, ma senza stringere troppo. Era tiepida e avvolgente, la mano di un uomo. L’isaño aveva la forma di un’oca ed era simile a un gelato. Il nonno gli aveva lasciato la mano per mostrargli come si mangiasse, facendogli l’occhiolino per incoraggiarlo. La thayacha gli gelava le mani.
«Mettici più zucchero» gli aveva ordinato.
«Ancora?» I granelli bianchi si mischiavano al sapore rinfrescante, e la bocca gocciolava. Il sole gli bruciava la faccia.
«Buono, vero?» aveva domandato il vecchio e lui aveva annuito, stringendogli la mano più forte che poteva.
Il ricordo del nonno lo sopraffece. “Sembro una femminuccia”, diceva a sé stesso ogni volta che gli capitavano cose del genere, e si guardava allo specchio cercando qualche cambiamento nel corpo. Le donne piangevano di più in un mese, in un anno, nella vita.
«Chiederò degli ormoni, che mi iniettino testosterone!» diceva a sua moglie, che rideva.
Lui la guardava e non poteva che desistere dalla sua ipotesi fisiologica; la sua era una donna forte come un animale nobile e non aveva pianto – nessuno lo aveva fatto – neppure quando il figlio minore era morto. Erano ancora giovani quando il bambino era caduto dalla finestra. Saltando da un letto all’altro, aveva perso l’equilibrio, sbattendo di schiena contro il vetro e, aiutato dalla gravità, dalle leggi della forza, dalla fisica, era precipitato dall’alto edificio fino a schiantarsi al suolo. Eppure, il suo bel corpo non si era spezzato e conservava nell’espressione sorridente il rumore dell’ultimo gioco, della sua recente nascita ad angelo. Piangere non era possibile allora, piangere era come piantare alghe in un mare di sale ghiacciato che avrebbe finito per annegarli tutti, e lui non poteva permetterlo. Piangere, ne era convinto, era come immergere suo figlio in acque torbide e ancorarlo a una roccia sul fondale solo per poterlo vedere con gli occhi aperti, là sotto. Come poteva piangere ora?
«Così i tuoi occhi mi piacciono di più, hai occhi di navigante» lo confortava lei, «pieni di mare».
«Al diavolo il mare. Abbiamo perso il mare con la guerra!» grugniva lui.
Da piccolo, sua madre trascorreva notti intere a raccontargli del Pacifico del Sud, con tutto il suo sale, il suo freddo e i suoi segreti. Ogni tanto, lo faceva addormentare cullato dal suono oscuro di quel mare, nella spirale di una conchiglia.
«Non mi importa, hai occhi di mare».
A sua moglie non preoccupava quel pianto, tanto meno l’arrossamento ricorrente dei suoi occhi. Ne provava perfino invidia; le sarebbe piaciuto imparare a piangere, ma non le riusciva. Non era fatta per vuotarsi. Entrambi avevano costruito nel proprio cuore una fortezza medievale, ornata di austerità e coraggio, non senza volontà, non senza amore, non senza colpa e ancor meno tristezza. Per questo potevano assalire la vita con forza, ma senza concedersi pienamente alla gioia. Erano così, un po’ tristi, un po’ chimerici, un po’ limitati nella loro capacità di ricevere. E ciò che meno era disposto a ricevere lui erano le carezze e gli abbracci che la gente voleva dargli – senza il suo permesso e con l’impertinenza del “tu” – perché piangeva.
Il medico gli aveva detto di non preoccuparsi.
«Piangere è un processo salutare».
«Salutare un corno, dottore» gli aveva risposto. «Sono vecchio per essere sano!»
Quello era un errore di calcolo. La vecchiaia avrebbe dovuto conferirgli uno stato di serena invulnerabilità e non l’opposto. Che senso aveva questa rinnovata capacità di sorprendersi oltremisura, quel rapimento che gli faceva colare il naso? La cosa peggiore era l’ottimismo scientifico che lo metteva alle corde e diagnosticava che non c’era malattia, che la causa risiedeva in lui. Non si trattava di lesione cerebrale né di un difetto congenito, aveva spiegato il medico, le sue lacrime non fluivano dissociate dall’emozione. Non erano prive di senso, non gli spuntavano senza motivo.«Il problema» diceva lui, «è che sto diventando una checca, un chisote»3.
«Il problema ci sarebbe» lo correggeva lei, «se avessi la sindrome del gatto di cui parlava il dottore. Immagina se te ne andassi in giro miagolando invece di piangere e non mi lasciassi dormire». Ridevano entrambi.
Ma il problema continuava a essere che tutto lo muoveva al pianto. Quel pomeriggio andò alla scuola di suo nipote per una recita e appena mise piede nell’aula ricollegò la scena a un effluvio della sua infanzia: odore di banco! Dovette chiudere con forza gli occhi per evitare le lacrime. Uscì dalla scuola contrariato, infuriato con sé stesso. Fuori pioveva. “Piangere” in latino si scriveva “plorare”, in seguito la “p” si era trasformata in “l”, avendo la stessa origine della parola “lluvia”, pioggia: pioggia come un turbine, come un vortice, come un temporale che lo spingeva giù per la strada, attraverso scorciatoie e viuzze secondarie, per schivare la fila di auto che come serpentine si dispiegavano nel centro della città al tramonto.
Camminare lo aiutava. Era passato dall’asfalto al selciato senza accorgersene, lasciando un torto a ogni falcata, drenandosi a poco a poco, mentre comparivano davanti a lui i banchetti delle vecchie indigene, che ora lo chiamavano per leggergli il destino nelle foglie di coca. L’incenso e la mirra lo sedarono, inebriandolo con i colori delle lane violacee, dei fogli di carta lucida e dei confetti: si trovava nella via delle streghe. Riuscì a distinguere le erbe, tra feti di lama e mortai di pietra. Talismani, amuleti e medaglie danzavano con il vento. Si ricordò che Leucotoe era stata sepolta viva dal padre, furibondo per via del suo amore con Apollo. E che questi per onorare la principessa morta l’aveva trasformata in un frondoso albero di incenso. I greci erano dei saggi terribili, mormorò. Sarebbe stato più corretto dire “terribili saggi” o, meglio, “terribilmente saggi”. Sorrise.
Qualche passo più avanti una lavagna, a mo’ di cartello, diede risposta alla sua inquietudine. Le lettere erano state scritte con gessetti colorati e il loro tratto gli sembrò più impreciso che infantile: “Curiamo la paura, si fanno bagni di allegria”, lesse, ed entrò in una stanza di mattoni alta e buia, in cui un’anziana rannicchiata gli prescrisse un bagno in mare, con gli occhi aperti. Lui replicò chiedendo con sarcasmo se non si fosse accorta che vivevano in un Paese mediterraneo. A questo lei, imperturbabile, non rispose. Uscì pensando a suo nipote, a sua moglie, al mare. Era fradicio e sentiva freddo. La notte era calata come un enorme lenzuolo sulla città. Si sentì di nuovo afflitto. Cosa poteva fare? Perché all’improvviso gli era così difficile respirare? Cosa avrebbe dovuto cambiare per non crollare? Si vergognò dei suoi pensieri ed ebbe l’impulso di scusarsi, ma sua moglie non era con lui e avrebbe tardato a tornare a casa. Alla fine, lei era l’unica che contava…
Quella stessa sera, con l’appartamento in penombra e mentre si preparava un bagno caldo per evitare il raffreddore, credette di capire ciò che aveva voluto dire l’anziana. Non aveva importanza la dimensione del mare, purché fosse salato. Corse in cucina entusiasta e, di nuovo in bagno, versò l’intero barattolo di sale grosso nella vasca. Sua moglie lo avrebbe rimproverato, di sicuro, ma che importava. Poi si fermò alcuni istanti prima di aprire l’acqua. Fu in dubbio se farla scorrere fredda o calda, ma si decise per la seconda. “Facciamo finta di essere ai Caraibi”, si disse, e la vista della vasca che si riempiva gli infuse sicurezza. Era come se la realtà avesse acquistato coerenza. In piedi, nudo, s’infilò nella vasca con un movimento rapido, desiderando il suo pianto sott’acqua. Credeva di sapere da dove scaturisse tutto questo ed era disposto ad affrontarlo. Poi s’immerse nel liquido salato del suo mare, con gli occhi chiusi. Aspettò di essere pronto per aprirli e allora lo fece, ma non vide suo figlio da nessuna parte. Sconcertato, tornò in superficie. Prese aria e, senza pensarci troppo, tornò giù in cerca di un’immagine, di un richiamo. Questa volta però si rannicchiò sul fianco sinistro e stette così a lungo, trattenendo il respiro. L’acqua era ancora tiepida quando iniziò a cullarlo il suono lontano del mare nella spirale di una conchiglia.


1 La composición de la sal, traduzione di Barbara Guglielmi.
2 Gelato tradizionale a base di un tubero andino originario della Bolivia denominato isaño. [N.d.T.]
3 Parola gergale dispregiativa in uso nella Bolivia occidentale per designare un omosessuale. [N.d.T.]
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“Calles” racconti boliviani | su ZEST il racconto “La composizione del sale” di M. Baudoin