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Requiem per un’ombra | Pistacchio e Toffanello
66thand2nd 2017

Recensione di Emanuela Chiriacò

Ci sono due cose veramente importanti per un’ombra. Una è lo stile. Per alcuni, quelli alla Miles Davis, è l’unica cosa che conti. Sono gli investigatori cool, non li freghi mai. Sbagliano poco o niente, riescono sempre a risolvere un buon ottanta per cento dei problemi, non si fanno coinvolgere, ne escono puliti. Poi ci sono gli hard bopper, gente alla Mingus, che non porta i guanti bianchi tutti i giorni. Li riconosci per il feeling, la seconda cosa importante, quel qualcosa in più della parlantina, del saperci fare, di come lavori e di quanto sei bravo.

Sal Puglise è un investigatore privato, un hard bopper alla soglia del pensionamento.

Un uomo vissuto e liso come il trench che indossa. Un uomo che si sforza di pensare al residuo di futuro che gli resta, consapevole della mestizia economica in cui sarà costretto a vivere.

Gli mancavano quattro mesi alla pensione e dopo avrebbe alzato un mille al mese, non serviva una grande immaginazione per intravedere lo schifo di vita che si sarebbe potuto concedere con quella miseria.

Si apposta, origlia, scatta foto su commissione. Entra nella vita degli altri come un’ombra per soddisfare curiosità e bisogni dei suoi clienti.

Guardando le vite degli altri se ne imparano di cose, indole, gusti, abitudini, dettagli. Alla lunga si finisce col credere di conoscerli davvero, certe volte ci si affeziona.

In Requiem per un’ombra, Sal Puglise si trova anche a fare i conti con la sua vita privata. Apprende infatti di avere una figlia, ignara a sua volta della sua esistenza. Una ragazza cresciuta con un altro padre. Per metabolizzare la notizia, Sal la osserva da lontano, la segue, la fotografa così, felice e con l’amore in fondo agli occhi. Sullo sfondo di questa situazione personale, si intrecciano i casi complessi che segue su commissione, tra cui un’ingarbugliata rapina in una tabaccheria di proprietà di una tale Santamaria.

Stando al resoconto di Santamaria, i fatti erano andati grossomodo così: Fermo stronzo, contro il muro, dammi i soldi. Muto, non ci provare, cazzo fai? Ti ho detto di non guardarmi. Avanti, i pezzi grossi per primi. Nella busta, muoviti, che aspetti? Vuoi che ti buchi? Guarda che lo faccio, ti buco e sei fregato. Sempre tenendolo sotto tiro con la siringa, il tossico si era girato per controllare la cassa. Era stato un attimo, Santamaria ne aveva approfittato.

Nel bel mezzo di tanto dispendio di energie per Santamaria che pare essere il caso con cui risollevare le sorti economiche per il suo ritiro, gli capita una nuova cliente, una donna che cerca il fratello, un musicista jazz.

[…] quando squillò il telefono dell’ufficio. Rispose distrattamente. La prima cosa che lo colpì fu quella voce, roca, seducente, una tenda al vento in una camera da letto, un fiume sexy di luci e ombre nella giungla tropicale. «Signor Puglise? Buongiorno, no, non ci conosciamo, non ancora. Mi chiamo Dalia Soriano, avrei bisogno di parlarle. Potrei passare da lei intorno alle 18.00 di questa sera».[…] Le sarei grata se riuscisse a trovare questa persona», e gli passò una fotografia.

Un caso apparentemente semplice; un’indagine che parte dalla foto che Dalia Soriano gli ha consegnato. Spesso però l’apparenza inganna e si troverà a scoprire qualcosa che andrà al di là del semplice ritrovamento del presunto fratello della donna.

Sal Puglise sa che

Le confessioni sono la parte peggiore del mestiere, il momento in cui crollano anche le difese più inespugnabili e non resta che negoziare la resa. Non si scappa, prima o poi i segreti saltano fuori. Dentro nasce un’erba cattiva, un bisogno disperato, e il meccanismo così accuratamente costruito, registrato, ingrassato dall’abitudine al silenzio si inceppa. La maschera frana, la recita finisce. Perdi il tuo segreto e dopo ti senti nudo come un verme, credi di non avere più nulla di veramente tuo.

In Requiem per un’ombra, Torino è una città underground e ambigua che gli autori raccontano come se fosse un personaggio. Non è lo sfondo di un tableau vivant contemporaneo, è più di una semplice location. È un luogo che abbraccia fuori misura fino a smorzare il respiro o repelle, isolando i personaggi che la abitano. La colonna sonora di questo romanzo è jazz con i suoi standard, tanta improvvisazione e qualche gorgheggio scat che scandisce il tempo.

Torino, la Shangri-La del jazz. Ogni pezzo da novanta ci era passato, i jazzisti crescevano come funghi, una generazione dopo l’altra, gente tosta come Basso, Rindone, Bosso, Pino Russo, Alfredo Ponissi.

Nello scorrere del suo tempo solitario per indole e necessità, il solipsismo di Sap è alleviato e colmato dalla la vicina di casa Lula, con cui cena una volta alla settimana e un pappagallo antropomorfizzato, che mangia biscotti ripieni e guarda telenovelas

Rico stava guardando una replica del Segreto, della confezione famiglia di Ringo che Puglise gli aveva lasciato prima di uscire non restavano che le briciole sul divano. Aveva una sua tecnica, Rico, una cosa elaborata ma efficace. Consisteva nel prenderli con le zampe, avvicinarli alla testa, girarci intorno per studiarli e poi scassinarli raspando via la crema, meglio se alla vaniglia. Si lavorava la confezione con metodo e solo in seguito passava ai biscotti, triturandoli con quel becco che, a quanto gli aveva detto il veterinario, poteva sollevare fino a venti chili di peso, niente male considerando che il pappagallo ne pesava meno di uno.

Gli unici due affetti che contano per Sal Puglise saranno abbandonati a causa di un avvenimento il cui epilogo lo porterà lontano da Torino. A Buenos Aires ritroverà Dalia e la sua vera identità. In Argentina, la quadratura del cerchio della sua vita si compie e apre ad un finale inatteso, rendendolo protagonista di un contrappasso logistico beffardo e cinico.

Requiem per un ombra è un romanzo denso, umido e fumoso come una notte invernale buia e senza fine in cui menzogne e verità si sovrappongono e mescolano fino a fondersi. Ogni personaggio colpisce per questa doppiezza assottigliata dall’umano errare, dalla fragilità delle intenzioni e dai risultati ottenuti. Una mescolanza di vite votate all’espediente, all’approssimativo, nutrite dalla speranza e dall’ingenuità di una conclusione positiva e risolutiva.

Colpisce lo stile di Mario Pistacchio e Laura Toffanello per la convergenza della scrittura, per la complicità del pensiero che si traduce in linguaggio unico, da fusione totale. Un maschile e femminile che si alternano creando un equilibrio di grande efficacia stilistica e verbale in cui il gioco degli incastri muove la storia e la rende vera, coinvolgente come uno standard di jazz classico arrangiato in chiave elettronica, nella migliore contaminazione nord europea.

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