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Restiamo così quando ve ne andate | Cristò 
TerraRossa Edizioni 2017

Cristò racconta la difficoltà di un quarantenne di trovare una propria collocazione nella nostra società e insieme fa i conti con la presenza pervasiva dei media, con il rapporto che si instaura con i luoghi in cui viviamo, con la difficoltà di dare corpo alle proprie aspirazioni

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Per gentile concessione di casa editrice e autore vi proponiamo la lettura dell’intero Primo Capitolo


Sabato

Mswati III è diventato imperatore dello Swaziland a 18 anni, nel 1986: il più giovane imperatore del mondo secondo il Guinness World Records. Adesso, nel 2011, ha 43 anni, 14 mogli, 23 figli. È uno degli uomini più ricchi del mondo, mentre i suoi sudditi vivono con meno di un dollaro al giorno. Magari morirà in un attentato l’ anno prossimo ma, cazzo, questo uomo ha una pagina su Wikipedia tutta sua, un record del mondo, una continuità dinastica e un sacco di soldi. Decisamente un uomo realizzato. Anche se forse è depresso perché non si sente amato veramente da nessuna delle sue mogli. Sicuramente è poco furbo perché si è inventato la legge della castità imponendo a tutte le donne dello Swaziland di rimanere vergini fino a 24 anni.
Lui dice che è per la lotta all’AIDS, che fa fuori il 40% degli swazi. Ma il fatto è che in Swaziland se sei una donna hai un’ aspettativa di vita di 32 anni e quindi, ammettendo anche che fai sesso per la prima volta la sera del tuo ventiquattresimo compleanno, hai veramente poco tempo per farne tanto e bene prima di tirare le cuoia. Se sei un uomo puoi cominciare prima ma solo con ragazze più grandi e prossime alla morte. Il sesso non deve essere un granché nello Swaziland.
Però a buttarci un occhio dall’ alto con Google Earth sembra un posto pieno di bei paesaggi. Il confine assomiglia alla silhouette della caricatura di Sua Altezza Reale il principe del Galles, Carlo. La cosa è bizzarra visto che lo Swaziland si è reso indipendente dal Commonwealth inglese solo nel 1968. Mentre i giovani del mondo occidentale proclamavano l’ avvento dell’ Era dell’ Acquario e dell’ amore libero, i giovani swazi festeggiavano un’ indipendenza che di lì a pochi anni li avrebbe portati ad avere un imperatore di 18 anni promulgatore della legge della castità.
Se sei una donna swazi, il massimo che ti può succedere nella vita è di diventare Grande Elefantessa, cioè prima moglie del re. Presumo che l’attuale Grande Elefantessa si senta la donna più importante del mondo anche con un titolo che sicuramente non fa bene all’ idea che ha della larghezza dei suoi fianchi. Pensare che da qualche parte nel mondo ci siano vergini di 23 anni che sognano di diventare Grande Elefantessa potrebbe far partire diverse riflessioni in merito alla differenza tra le culture, ma anche più generalmente alla relatività delle cose. Su questo non c’ è dubbio.
Tornando a Google Earth, la capitale Mbabane (l’ assonanza con banane risulta troppo facile e anche piuttosto razzista) è situata proprio dove dovrebbe essere l’ occhio dell’ ideale silhouette del principe Carlo, le cui grandi orecchie corrispondono al confine con il Mozambico.
Non c’ è il mare in Swaziland, eppure sono sempre tutti nudi o almeno così sembra su YouTube: guardando un video della danza del giunco, l’ Umhlanga, la legge della castità di Mswati III mi sembra ancora più incomprensibile perché ci sono migliaia di ragazze che danzano e cantano seminude per lui e sembrano molto giovani. Tra loro può scegliere una nuova moglie e lo fa spesso e volentieri. Considerando che ha 43 anni, che è imperatore da quando ne aveva 18 e che ha 14 mogli, posso tranquillamente affermare che sceglie una moglie tra quelle ragazzine un anno sì e uno no. Più o meno.
Torno a Wikipedia e alla legge sulla castità per scoprire che a volte sono state concesse deroghe per spose più giovani. Anche perché il re non può sposare una ragazza se non dopo averla messa incinta. La ragazza deve dimostrare di essere fertile, assolutamente. È tradizione. Ecco perché ha tutti quei figli, che nascono già principi e principesse, ovviamente. In Swaziland al momento ci sono 23 principi e principesse di un’ età compresa tra i 4 e i 24 anni. Naturalmente mentre scrivo il numero potrebbe già essere aumentato, anzi, con buona probabilità aumenterà ancora, visto che mancano pochi giorni alla danza del giunco.
Però c’ è anche da dire che da quando il recordman Mswati III è re, non c’ è stata alcuna esecuzione capitale, nonostante sia ancora in vigore la pena di morte. Makhosetive, così si chiamava prima di diventare re, in fondo, ha un’ aria da pacioccone. Se non fosse per la famosa legge bacchettona e per il fatto che è schifosamente ricco, mi sarebbe persino simpatico. D’ altronde ha a che fare con una massa di analfabeti e ne approfitta, è il re di un popolo non scolarizzato e fa quel cazzo che gli pare. Deve funzionare così anche da quelle parti.
Naturalmente sono solo supposizioni, riflessioni oziose, speculazioni telematiche in parte derivate dall’ amplificazione delle percezioni sensoriali e delle esperienze estatiche e ipnotiche che mi regala l’ hashish. Chissà dove sarei arrivato se mi fossi fatto ulteriormente incuriosire dalla vita di Jeanne Louise Calment, che è morta a 122 anni e che ha smesso di andare in bicicletta a 100 e di fumare a 118. Mettendo in relazione l’ aspettativa di vita di una ragazza swazi con l’ età di questa signora francese che ha avuto il tempo di partecipare al funerale di Victor Hugo e di veder entrare Vincent Van Gogh nel negozio di suo padre, potrei fare alcune considerazioni sul senso della vita e del tempo e di come mi sfugga, giorno per giorno.
Cedo all’ impulso di cercare su YouTube filmati di Jeanne Louise Calment; mentre nel box video si alternano foto di lei da giovane e di lei da vecchia accompagnate da una musica orrendamente romantica, a destra i video correlati mi offrono un’ intera gamma di ultracentenari noti e meno noti intenti nello spegnere le candeline su una torta, suonare il pianoforte, lanciarsi con il paracadute. Come se fossi interessato alla sfida o a durare così a lungo da dover dimostrare di essere ancora capace di suonare il pianoforte o spegnere centosette candeline su una torta. L’ aspettativa di vita di uno swazi mi sembra più interessante, concentrata, subitanea. In Swaziland sarei un vecchio, visto che ho pochi anni meno del re, 42 per l’ esattezza. Ma non ho mogli, neanche una, non ho un impero e non posso legiferare.
Mi chiedo a quanti anni vada in pensione uno swazi. Sono propenso a immaginare che lo Swaziland sia uno di quei Paesi in cui se sei povero lavori tutta la vita e se sei ricco non lavori e basta. Invece la signora Jeanne Louise avrà dato non poco filo da torcere al sistema previdenziale francese. Io verso i contributi da quindici anni e non sono neanche a metà strada. Finisco naturalmente per pensare al tempo che mi avanza e che è sempre troppo poco. Cerco “tempo che avanza” su YouTube e non trovo niente di interessante; mi tocca ascoltare una banale canzone d’ amore di Giorgia, ulteriormente peggiorata da una batteria elettronica incomprensibile. La lascio a metà.
Fanculo.
Sono tentato di chiedere l’ amicizia su Facebook a King Mswati ma ho paura di accendere lucine strane nelle stanze del potere. Forse siamo tutti controllati e magari chiedere l’ amicizia al re dello Swaziland potrebbe avere qualche implicazione politica. Potrebbero mettermi il telefono sotto controllo per una puttanata del genere? Non credo, ma meglio evitare. Cerco su Google “ci spiano”. Due risultati sulla Rocca di Cispiano e al terzo posto “poteri occulti: come ci spiano!”. Perfetto. È una cosa su Echelon, un sistema di spionaggio globale. Mi interessa poco ma mi convince a non chiedere l’ amicizia a King Mswati.
Il mio stipendio varrà una fortuna in Swaziland. Per un attimo mi immagino su un aereo che atterra a Mbabane. Quindicimila euro nella tasca (il tfr): un vero tesoro da quelle parti. Un euro al giorno sono trecentosessantacinque euro l’ anno. Quindicimila euro bastano per più di quaranta anni da quelle parti. E poi un euro vale più di un dollaro. Oggi esattamente 1,4436, secondo Yahoo! Finanza. Potrei anche scialare e spenderne due, ogni tanto tre. Non dureranno quaranta anni, ma non sono Jeanne Louise né un suo discendente e probabilmente non durerei altri quaranta anni neanche io, soprattutto in Swaziland.
Non partirò, naturalmente, ma l’ idea che quindicimila euro valgano una vita in qualche posto che non è qui mi affascina. La mia vita, da queste parti, vale poco più di mille euro al mese. Nel 2007 un imprenditore dopo aver provato a vivere un mese con mille euro ha aumentato di duecento euro lo stipendio dei suoi operai. È il primo risultato su Google cercando “mille euro al mese”. Non mi sento di dover approfondire la notizia. Mi sembra già abbastanza significativa. Non penso che ci siano molti swazi che conoscano l’ italiano e, se ce n’ è qualcuno, non sono sicuro che abbia la possibilità di accedere a una connessione internet e se anche ce l’ avesse dubito che si metta a cercare su Google “mille euro al mese”. Però mi immagino comunque la sua faccia.
Semplifico le cose, lo so, è uno dei miei difetti.
Questa frase, diventa il mio stato su Facebook. Attendo reazioni. Peccato non avere tra gli amici King Mswati.
Voglio cambiare vita, smettere una volta per tutte di lavorare, svegliarmi quando non ho più sonno pensando a cosa voglio fare e non a cosa devo fare. Invece mi sveglio sempre troppo presto e penso solo a quello che devo fare illudendomi che, prima il dovere e poi il piacere, domani o dopodomani, al massimo nel fine settimana, avrò un po’  di tempo per quello che voglio. Ed eccolo qui il fine settimana, con il portatile bollente sulle ginocchia, buttato sul divano, una canna di hashish tra le labbra e la televisione accesa su Ultimate Guinness World Records Show.
Non è esattamente quello che voglio ma lo faccio. Mi riposo, mi dico, ho bisogno di riposarmi per fare quello che voglio: non riesco a concentrarmi se sono così stanco. Quanti Mswati, quante Jeanne Louise, quante puntate di South Park in streaming e quante ore su YouTube servono perché io sia pronto a fare sul serio, mettere sottosopra questa vita mediocre e fare quello che voglio?
Torno a parlare del tempo che non basta, ci torno sempre.
Nessuno commenta il mio stato su Facebook ma piace a due persone. Una compagna delle elementari che nella foto profilo sembra avere 60 anni e un mio lontano cugino che a stento riconoscerei per strada. Mi chiedo se a loro piaccia il fatto che semplifichi le cose, che lo consideri un mio difetto o se piaccia loro semplicemente la frase. Il contenuto o la forma?
Complico troppo le cose, lo so, è un mio difetto.
Sono come Mswati: impongo leggi e mi concedo deroghe. Mi butto sul divano spossato dalla mia stessa stanchezza, dal pensiero stesso della stanchezza. Donatello ha condiviso un lungo articolo su un fungo che riesce a intrufolarsi nel sistema nervoso di alcune formiche e a controllarne i movimenti, trasformandole in zombi kamikaze per diffondere le sue spore. Si chiama Ophiocordyceps unilateralis e quello che fa alle formiche è impressionante. Sono tentato di estendere la metafora. Il fungo potrebbe essere il sistema capitalistico, o la religione, o le donne se vogliamo fare dello spirito facile, o la famiglia. Se la formica sono io, il fungo è la stanchezza, o il tempo. Se il fungo fosse il tempo, saremmo tutti formiche zombi.
Sto generalizzando, me ne rendo conto.
Anche questa frase diventa uno stato su Facebook. Attendo commenti.
Mi attira un altro post di Donatello: Il lavoro consiste in qualsiasi cosa che il corpo sia obbligato a fare. Il gioco consiste in qualsiasi cosa che il corpo non sia obbligato a fare (Mark Twain).
Mi piace. A me e ad altre 8 persone.
Non vado a vedere chi siano gli altri 8, tanto a ognuno di loro la frase piace per un motivo diverso. Ne sono sicuro.
Presuppongo molto spesso. Presuppongo di meritare di più, questo è certo. Lo stato di Donatello mi piace proprio perché so che lui la pensa nello stesso modo. Pensa di meritare di più e forse anche che io meriti di più. Sarà che lavoriamo nello stesso posto di merda, sarà che lui vorrebbe fare tutt’ altro. Commento sotto la frase di Twain: Noi meritiamo di più. Lui risponde immediatamente: Sto uscendo di casa di corsa, attacco all’una.
Lavorare di sabato è un vero inferno, soprattutto per lui che sta al servizio col pubblico. Io ho il fine settimana libero.
Chiudo un’ altra canna di hashish per rilassarmi.
Anche questo sarebbe un ottimo stato su Facebook ma sicuramente più pericoloso dell’ amicizia con King Mswati. Sempre che qualcuno controlli veramente. Può darsi anche che non freghi niente a nessuno se scrivo su Facebook che mi chiudo una canna di hashish o se sono amico del re dello Swaziland. Può anche essere che invece ti controllino tutta la lista degli amici e vedano quanti sono ebrei, quanti musulmani e quanti neri e quanti froci e quanti nazisti e quanti comunisti e quanti re, imperatori o tiranni. In questo caso io avrei molti amici atei, diversi froci, neanche un nero, un paio di ebrei. Non troverebbero altro. Tirerebbero dritto al profilo successivo da controllare. La prossima volta mi piacerebbe farmi trovare con un ebreo nero. Per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Trovo immediatamente una domanda su Yahoo! Answers: Ma esistono ebrei di colore?; l’ utente giustifica la richiesta con una ricerca che starebbe intraprendendo sulla storia dell’ ebraismo dopo Cristo. Dalla risposta salta fuori una comunità etiope di religione ebraica chiamata falasha. Tra il 1977 e il 1991 l’ 85% dei falasha è stato trasferito in Israele con un ponte aereo. Tre imponenti operazioni denominate Operazione Mosè, Operazione Giosuè e Operazione Salomone. Una migrazione improvvisa di un intero popolo dal villaggio tribale alla moderna metropoli. Negli anni successivi molti anziani falasha si sono suicidati. Pare che invece i giovani stiano imparando in fretta le regole della città. Ma questo è ovvio. C’ è anche una comunità falasha su Facebook: attualmente piace a 259 persone. Evito di diventare il duecentosessantesimo per le solite ragioni paranoiche. In fondo non m’ importa niente dei falasha se non l’ immagine fantastica che la storia del ponte aereo mi evoca: ebrei neri che migrano in stormi, come uccelli, e poi atterrano come paracadutisti acrobatici formando, mano nella mano, una gigantesca stella di David sul cielo di Israele. Che il ponte aereo e le operazioni Mosè, Giosuè e Salomone debbano aver avuto tutt’ altro aspetto estetico non c’ è alcun dubbio. Deve essere un principio di compensazione della creatività che mi fa immaginare le cose in modo tanto improbabile quanto suggestivo. Oppure è ancora l’ amplificazione delle percezioni sensoriali e delle esperienze estatiche e ipnotiche.
Cartman direbbe che sembro un fottuto hippie e avrebbe quasi ragione visto che mi sento un fottuto hippie, incastrato nel modo più classico: casa e lavoro nella variante senza moglie e senza figli. Io, in una casa di tre stanze. Una col divano e la televisione, una con il letto e il comodino, l’ altra con il pianoforte. La prima si chiama stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche ed è quella in cui passo la maggior parte del tempo, la seconda si chiama stanza del mondo orizzontale ed è quella in cui dormo e leggo quel poco che riesco a leggere e dormire, la terza si chiama stanza dei rimorsi ed è quella in cui entro meno spesso. Volevo fare delle targhette di legno con i nomi delle stanze. Le farò prima o poi. Mi piacerebbe farlo. Oppure potrei scrivere il nome di ogni stanza con lettere giganti sui muri.
Cerco “stencil decorazione parete lettere” su Google. Vengono fuori una serie di articoli più o meno utili alla causa: ci sono i trucchi del mestiere e qualche consiglio sulle vernici. Molte foto dimostrative. Non me ne piace neanche una. Terribili. Sembra che a nessuno sia venuto in mente di dare un nome alle camere. Cerco “dare un nome alle stanze”. Pare sia una cosa di moda negli hotel e nei b&b. Nomi di fiori molto spesso; stanza gardenia, stanza oleandro, stanza mimosa. Alcune riprendono nell’ arredamento i colori tipici del fiore di cui portano il nome. C’ è la foto di una stanza mimosa ed è tutta gialla.
Nel mio caso sarebbe diverso. Scrivere sui muri i nomi delle stanze significherebbe dare una geografia alle mie ossessioni, fornire una mappa dettagliata delle mie debolezze al demone che fraziona il mio tempo e ne butta l’ avanzo ai cani. Per il momento mi basta che io conosca i loro nomi e di che natura sia l’ incantesimo che occupa ognuna di loro.
Così fa meno paura.

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