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Riccardin dal ciuffo | Amélie Nothomb
Voland 2017

di Paolo Risi

Da qualche tempo ci raccontano che il senso del brutto è un fatto culturale: è la nostra cultura che ci insegnerebbe a trovare belle o brutte persone, animali o cose. Si confonde l’essenza con il dettaglio. Se in effetti è la cultura che definisce le variazioni del bello in funzione delle epoche e dei luoghi, l’idea di bellezza le è anteriore. Noi nasciamo con questa ossessione, tant’è che i bambini piccoli sono naturalmente attratti dalle persone belle e disgustati dai brutti.

Le vite di due bambini scorrono parallele nell’ultimo libro di Amélie Nothomb, rivisitazione in chiave moderna di Enrichetto dal ciuffo, fiaba popolare resa celebre da Charles Perrault. Questi due bambini naturalmente crescono, ma per intanto il loro presentarsi al mondo, considerando i tratti fisici e caratteriali che li contraddistinguono, inietta il reagente esperienziale che plasmerà il futuro, indirizzerà verso le une o le altre opportunità.

Lui è Deodato. Fin dall’inizio appare bruttissimo. La sua salvezza è avere accanto genitori amorevoli, capaci di esprimere una sensibilità rarissima, qualità che si potrebbe anche definire con la parola “tattilità”. Bambino di intelligenza precocissima e successivamente adolescente rubacuori, prova sulla propria pelle la scivolosità delle relazioni amorose, l’ipocrisia che sottende a buona parte delle interazioni sociali.

Quando lo lasciavano pensava: “Un giorno amerò. La donna che amerò, riuscirò a tenermela.” Una voce surrettizia, a volte, faceva scivolare questo pensiero meno confessabile: “Sarebbe fantastico invece incontrare una ragazza che non si lamenti di continuo.”

Deodato indossa (non solo metaforicamente, visti i suoi problemi di postura) un’armatura con ammirevole naturalezza, si cesella addosso un involucro non del tutto impenetrabile che lascia libertà di accesso allo stupore e alle passioni. Snobba l’istituzione scolastica, la malignità dei coetanei; fin da subito individua gli uccelli come interpreti nobili dello scenario naturale, coglie in loro la superiorità, la forza conclamata dalle altezze celesti a cui aspirano. Diventa quindi un esperto di ornitologia: è così tracciato il sentiero che lo condurrà verso un’appagante collocazione nel mondo.

Lei è bellissima e taciturna forse oltre il lecito, si chiama Altea e vive insieme alla nonna in un palazzotto in rovina poco distante da Parigi. Chi la ama la descrive come una fanciulla contemplativa, chi non ne coglie la singolarità, la grazia, ritiene la sua passività e i suoi silenzi patologici. Durissimi anche per lei gli anni della scuola, che la vedono succube delle figure dominanti del branco, isolata fin da subito dalle compagne di classe a causa della sua bellezza conturbante. Ciò che l’attende, nell’articolato carnevale della giovinezza, è più o meno comparabile a quanto caratterizza il percorso esistenziale di Deodato: indifferenza verso i coetanei, isolamento, ermetismo difensivo che predispone alla profondità dello sguardo. Pochi ripongono speranze su Altea, che negli studi non è brillante e non sembra avere, a differenza di Deodato, una particolare predisposizione verso una materia, una categoria dello scibile umano riconducibile ad una professione. Le rimane la bellezza non comune, e la capacità, ereditata dalla nonna amatissima, di accogliere su di sé i gioielli, le combinazioni di pietre preziose, facendoli risaltare come nessun’altra è in grado di fare a Parigi.

Altea e Deodato, fortificati dalle umiliazioni e dalla tendenza all’individualismo, quasi contemporaneamente sbocciano, iniziano a risultare interessanti agli occhi avidi di fragranti celebrità. Fatalmente i due si incontrano in un camerino di un’emittente televisiva; il mondo ormai li identifica come la ragazza bellissima (ma freddina…) divenuta l’icona di un notissimo gioielliere e come il brutto (ma affascinante…) ornitologo che incanta gli uditori con la brillantezza del suo eloquio. Nell’angusto spazio dell’attesa trovano il tempo di osservarsi. Altea individua la propensione di Deodato nell’incorporare su di sé la bruttezza del mondo, quasi fosse un pavone che dispiega i suoi ocelli facendone un punto d’orgoglio. Dall’ammirazione reciproca scaturisce un dialogo già d’amore.

La devo avvertire che non sono per nulla arguta.
Le parole con cui mi ha accolto dicono il contrario, quanto a me credo sia superfluo ricordarle la mia triste figura.
La sua voce è molto bella, fare la ruota per lei equivale a parlare.
Ha mai letto Riccardin dal ciuffo?
Si fermi, mi sento completamente a nudo.
Non è l’unica fiaba di Perrault che lei mi ricorda. Qual è ancora il titolo di quella in cui una ragazza, per aver dato dell’acqua a una povera vecchia, vede le sue parole trasformarsi in pietre preziose?
Si scambiarono gentilezze finché la bottiglia di champagne fu vuota…

Ancora una volta il brio, la leggerezza, pervadono la scrittura di Amélie Nothomb.

Arduo non riconoscere alla scrittrice belga la capacità di sedurre il lettore utilizzando, in particolar modo, l’arma dell’ironia e allestendo una personalissima visione del mondo e delle relazioni che vi si intrecciano. Celato da un apparente distacco, nelle sue opere il sentimento sorge inaspettato, si rivela senza clamore, consegue alla precisazione dei personaggi, che senza forzature si innestano alle tessiture del racconto. Serve poco a Nothomb per suscitare sorpresa, per attivare una complicità emozionale: una frase brevissima, a prima vista scarna, è in grado di determinare un carattere, di rivelare la complessità di un rapporto.

Riccardin dal ciuffo è una fiaba che con delicatezza analizza le meschinità della vita, la virulenza che ispira il bisogno di riconoscersi, di assecondare i medesimi rituali e condividere le classificazioni in itinere. La curiosità dell’autrice, una sorta di stupore verso il creato, zampilla copiosamente dalle pagine del romanzo pubblicato da Voland: è un’attitudine spassionata, che si avvicina molto a quella incarnata da Riccardin-Deodato, quasi come se la corrispondenza fra artefice e personaggio generasse vita a se stante, trascendente da intendimenti letterari e supporti cartacei. Risiede forse in questa inclinazione a generare aree di confine fra realtà e immaginazione la grandezza della scrittrice belga, attitudine che non può prescindere dal talento e dalla sua misteriosa indeterminatezza.


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